Alla Normalità ci Torni Lei!


Alberto-Savinio-Andrea-Francesco-Alberto-De-Chirico

Di Herbert Böttcher. Fonte: Obeco online. Originale: Rückkehr zur kapitalistischen Normalität?. Traduzione portoghese di Boaventura Antunes. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Discussioni e attività attorno al coronavirus crescono d’intensità e assumono i tratti di un irrazionalismo che spaventa.

Chi offre di più?

C’è una voglia matta di deconfinare per tornare alla normalità capitalista. I primi ministri degli stati federali [della Germania, es] fanno a gara a chi deconfina di più. I politici cedono alle pressioni economiche e psicologiche e/o ne creano di proprie. Il dibattito virologico è stato definitivamente chiuso col discredito dei virologi. Secondo il partito liberal democratico, il fatto che gli ospedali siano sottoutilizzati dimostra che “i virologi” si sono inventati scenari d’orrore. Inutile ripetere che se si son potuti evitare gli scenari d’orrore è perché i politici – anche perché pressati dalle notizie che arrivavano dall’Italia e dalla Spagna – hanno tratto le conclusioni giuste dalle intuizioni dei virologi.

Invece di intavolare discussioni sulla base dei contenuti delle scoperte scientifiche, si fa leva sui comportamenti istintivi e ci si accosta alla questione secondo un falso “senso comune”. Il pubblico dunque vorrebbe libertà, la “libera circolazione di liberi cittadini” nella normalità capitalista. E allora apriamo negozi, centri commerciali, mobilifici, e così via. Ultime, ma non meno importanti, le offerte dell’industria del divertimento, compresa la lega calcio tedesca, particolarmente amata dai primi ministri. La lega, che vendendo le partite alle televisioni a pagamento si era alienata molti tifosi, ora sottolinea la propria importanza ai fini della coesione sociale.

Tutto ciò non può aspettare, perché l’economia deve tornare a girare ma anche perché molti non tollerano più la situazione, l’ego cede alle lusinghe esoteriche e cerca la fuga dalla propria vacuità. Dunque, professori e educatori tornino a svolgere il loro compito, e sono i liberali a preoccuparsi per la discriminazione sociale a scuola. Se le organizzazioni professionali della scuola allertano sui rischi per la salute e chiedono che il dovere di occuparsi della sicurezza ricada sui datori di lavoro, corrono il rischio di screditare la clientela tacciandola di rigidità, comportamento antisociale e poco solidale. Il caos causato dalla riapertura di scuole e asili sarebbe quindi irrilevante. La vita non ha un valore assoluto, come spiega il presidente Schäuble al Bundestag – con l’assistenza di Sarrazin e i verdi –, il ritorno alla normalità sì. E nel talk-show di Anne Will sono i liberali a parlare: chi ha paura resti a casa, ha detto Kubicki. Il consiglio liberale dovrebbe essere seguito da lavoratori immigrati, infermieri, personale degli asili nido e delle scuole, che però dovrebbero anche chiedere al partito liberaldemocratico quella sicurezza sociale necessaria a mettere in pratica i suoi consigli.

La critica alla mania di rompere il confinamento non nega che il coronavirus è una presa in giro per gli anziani e i malati, soprattutto i moribondi, per il personale infermieristico malpagato e sfruttato, per i bambini, i ragazzi e i loro genitori, per il personale degli asili, delle scuole e dei supermercati, per gli immigrati che lavorano nell’industria delle carni e dell’agricoltura, per i detenuti e per chi è in attesa di espulsione, per i senzatetto e i richiedenti asilo, e per i rifugiati che sono internati. Loro, che nella normalità capitalista sono quelli che soffrono il disprezzo e l’esclusione, soffrono ancora per la situazione creata dal virus. Che non colpisce tutti allo stesso modo ma, come nella normalità, colpisce anzitutto le persone con reddito basso o senza reddito, chi vive nella penuria, i precari, i piccoli lavoratori indipendenti.

Nel dibattito e le manifestazioni spicca la loro assenza. L’argomento è la normalizzazione del soggetto “autonomo” dello stato capitalista. Soprattutto i liberali della Cdu e della Fdp si armano di avvocati. Sono nervosi perché questo soggetto non sopporta le esigenze irragionevoli associate al virus. Anche lui reclama a voce alta, con forza, i suoi diritti e le sue libertà di base, e fa capire a chi appartengono questi diritti e queste libertà nel capitalismo.

Quelli per cui il deconfinamento sarebbe più urgente restano ai margini del discorso politico. Mancano test e materiale come mascherine e camici per visitare in ospizi, case di cura e unità di terapia intensiva. Neanche così si riflette sul rapporto contraddittorio tra ignoranza nei paesi poveri e crescita delle esportazioni di armi da guerra tedesche, tra calo dell’inquinamento e pressioni dell’industria automobilistica che chiede incentivi alla rottamazione e pacchetti di stimolo.

Furia incontrollabile senza distanziamento

Il fine settimana dal sette al dieci maggio ha visto una Germania furiosa. Secondo l’associazione “Colonia contro la destra”, è sceso in piazza “un misto di liberali, personaggi esoterici, antivaccinisti, negazionisti della pandemia e attori di destra e estrema destra.” Durante le manifestazioni, il distanziamento non solo non è stato rispettato, ma è stato anche ridicolizzato con inviti ai passanti a togliere la mascherina protettiva. Hans-Thomas Tillschneider, membro della disciolta “ala destra” di AfD, è stato applaudito ad un comizio contro il virus tenutosi a Magdeburgo con slogan come “La mascherina protettiva è un bavaglio” e “Dobbiamo sommergere di critiche l’ordine fino a sfasciare tutto.” Le posizioni a destra e a sinistra sembrano convergere nella collera contro le restrizioni legate al virus. Autodeterminazione, opposizione al paternalismo statale e richieste di democrazia di base sono i denominatori comuni.

Alle origini dell’attivismo c’è una “falsa immediatezza” basata sull’immediatezza delle esperienze e dei fenomeni individuali, che però non passano da una riflessione critica sul contesto sociale. Quando non c’è riflessione e elaborazione di una teoria critica, ecco che sorgono le fantasie cospiratorie. Il virus diventa inoffensivo e la pandemia una messa in scena organizzata da forze oscure. Le teorie cospirative rivendicano diritti e libertà civili e fanno capire che a minacciarli è un attacco diretto orchestrato dallo stato. Un video di Ken Jebsen pubblicato su Youtube, “Gates conquista la Germania”, diffonde le solite fantasie cospiratorie. Con tre milioni di clic in pochi giorni, mostra il suo potere di influenzare profondamente l’umore di grosse porzioni della popolazione.

Il declino del “soggetto autonomo” maschile

Il “soggetto autonomo” non sopporta, prende come un affronto le restrizioni imposte dalla pandemia, nella sua megalomania narcisista incita alla rivolta che restauri la normalità di una sottomissione “autonoma” alla vecchia condizione capitalista. Come agente del “lavoro astratto”, già raggiunge il suo limite nel normale stato di crisi, dato che la sua libertà e l’autonomia delle sue decisioni dipendono dall’impiego di lavoro che nella crisi scompare progressivamente. La promessa di una “realizzazione di sé” non può realizzarsi. Chi non vuole uscire dalla lotta concorrenziale per le sempre più rare opportunità deve adattarsi, nella percezione di una responsabilità personale, e trasformarsi in un “io imprenditoriale” in competizione eterna; ma con possibilità di successo sempre più scarse e uno stress sempre più forte.

Con il virus, tutti i problemi associati alla costituzione del soggetto si acutizzano. È evidente la sua disintegrazione. Non sopporta le restrizioni, fa pressione affinché si torni alla sottomissione della normalità capitalista celebrata come “libertà”. In cambio, la sua industria dell’intrattenimento e degli eventi promette svago e distrazione. Ma anche per lo svago bisogna rimettere in funzione il motore ingolfato della valorizzazione capitalista.

Tutto ciò che si oppone alla volontà della normalità viene attaccato. Anche la scienza e gli scienziati. L’ostilità verso la scienza, diffusa anche tra i politici, evidenzia quell’ostilità nei confronti della teoria e della riflessione propria della normalità del capitalismo.

Conta ciò che legittima la fuga dalla prigione del virus come “falsa immediatezza”. Il “soggetto autonomo”, capace di agire e pensare solo entro il quadro della normalità capitalista presupposto senza riflessione, preferisce rinunciare alla riflessione piuttosto che accettare la fine delle relazioni capitaliste, ovvero la sua stessa fine. Accettare le relazioni sociali, e quindi anche il legame tra la prigione del virus e la prigione della normalità capitalista, appare troppo complesso, ma soprattutto non asseconda l’impulso ad evadere. Le ideologie complottiste si offrono come un sollievo; e grazie al cardinal Müller e i suoi amici, e nonostante papa Francesco, spuntano anche in Vaticano. Sono queste che danno legittimazione ai bisogni e agli interessi immediati, che sia la libertà che dà vita al potere e allo splendore della Chiesa, l’illusione nazionalista (“boia chi molla”) come libertà “del popolo”, o la libertà di godere delle offerte dell’industria dello svago e dell’intrattenimento.

Chi ostacola il deconfinamento diventa così un nemico della libertà, un obiettore teorico, un ostruzionista scientifico. Dopotutto, le esperienze negative possono essere scaricate su responsabili identificabili. Chi denuncia diffamando, minacciando, o anche con la violenza, non è più costretto ad assistere impotente, ma può dimostrare il suo potere maschile e la sua capacità di agire. Resta l’affermazione di sé maschile, clericale e profana. Ruoli e valutazioni non servono. Forte è chi deconfina, debole è chi esita. Coraggioso è chi si espone al pericolo o lo nega. Impaurito e allo stesso tempo privo di solidarietà è chi, davanti al deconfinamento diffuso, si preoccupa per la propria salute.

Spinto dalla coazione dell’autoaffermazione maschile, il “soggetto autonomo” gira a vuoto e impazzisce… degenera nella strage e nell’autodistruzione. Qui vediamo la conseguenza del contenuto del “soggetto autonomo”. Spinto dalla compulsione ad autoaffermarsi ora resa impossibile dalla crisi capitalista, vede nell’autodistruzione l’atto ultimo di una disperata affermazione di sé. Attila Hildemann, imprenditore dell’alimentare fissato con i complotti, si è avvicinato molto al fenomeno noto come amok quando ha detto. “Se devo morire per la nostra libertà, voglio morire con un’arma in mano e a testa alta.” La volontà di morire diventa così l’espressione dell’unica possibilità rimasta per tornare in scena come soggetto autonomo maschile, magari “portandosi dietro qualche amico”.

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