La Nuova Povertà di Massa


Bouvines Crisi del

Di Robert Kurz. Fonte: L’anatra di Vaucanson, 5 luglio 2020. Traduzione di Samuele Cerea.

Quinto capitolo della sezione VIII dello Schwarzbuch Kapitalismus (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz.

La storia della terza rivoluzione industriale: Sezione VIII. La nuova povertà di massa

Nel frattempo nessuno dubita più del fatto (ormai incontestabile anche empiricamente) che le avanzate della crisi degli anni Ottanta e Novanta, associate agli effetti della ritirata dello Stato dalle sue responsabilità sociali e della crociata neoliberale, abbiano provocato la peggiore ondata di impoverimento di massa dalla prima fase del XIX secolo. Tutte le residue speranze, risalenti all’epoca fordista delle ex-regioni coloniali, in uno “sviluppo” autonomo nel quadro del mercato mondiale capitalistico si sono volatilizzate. La maggior parte del cosiddetto Terzo mondo è finita completamente in rovina, da ultimo perfino i pochi paesi del Sud-est asiatico, la cui industrializzazione di recupero sembrava avere avuto successo. In paesi come la Corea del Sud, la Thailandia, l’Indonesia o la Malaysia questa spaventosa disillusione, il brusco allontanamento dalla tavola imbandita del consumo da società pienamente industrializzata, poco dopo esservisi accomodati, si è lasciata alle spalle conseguenze traumatiche. Questa esperienza deve essere ancora più spaventosa negli Stati in via di disintegrazione della ex-URSS e in tutta l’Europa Orientale, dove era esistito per decenni un sistema industriale con tutti i crismi nelle forme del capitalismo di Stato, anche se con un livello di consumo inferiore rispetto all’Occidente. In questi paesi, nel giro di pochi anni, gli standard raggiunti in tutti i settori dell’esistenza sono stati completamente spazzati via. Adesso però anche in Occidente intere regioni e settori della popolazione sempre più ampi stanno sperimentando una discesa altrettanto traumatica nella povertà di massa, partendo per giunta da un livello di vita più elevato. Come molti neoliberali, Orio Giarini e Patrick Liedtke, gli autori del più recente rapporto del “Club di Roma”, riconoscono la crescente povertà di massa globale e la contraddittoria esistenza di una quantità immensa di risorse con parole asciutte:

Mai prima nella storia risorse umane e di altro genere sono state presenti in misura talmente straordinaria come oggi […] E tuttavia esiste ancora quasi ovunque sulla Terra povertà e ignoranza, che in qualche caso stanno perfino aumentando […] Purtroppo per 1,4 miliardi di uomini, quasi un quarto della popolazione mondiale, anche le cose più necessarie della vita appaiono come qualcosa di remoto, perché essi vivono al di sotto della soglia di povertà […] (Giarini/Liedtke 1997).[1]

Conformemente ai criteri della ragione umana se ne dovrebbe unicamente concludere che il sistema capitalistico globale, con la sua «mano invisibile» del meccanismo cieco di mercato nell’«allocazione delle risorse» (il controllo dell’impiego dei mezzi di produzione e del flusso dei beni), proprio dopo la sua presunta «vittoria» sul capitalismo di Stato abbia completamente fallito. Ma è precisamente questo che gli ideologi neoliberali e i ciarlatani concettuali non possono e non vogliono, ovviamente, confessare, dal momento che hanno trasformato questo sistema in una legge di natura e si riferiscono sistematicamente alle sue mostruose restrizioni con snervante regolarità come a forze naturali. E così non viene loro in mente niente di meglio, conformemente al «dato naturale» della nuova povertà di massa capitalistica, che riproporre la bella combinazione tra lavoro ancor più scarsamente retribuito e lavoro obbligatorio.

Anche la Banca Mondiale, uno dei maggiori produttori di povertà tra le istituzioni capitalistiche internazionali, deplora il devastante impoverimento di massa, di cui essa stessa è responsabile a causa dei suoi «programmi di aggiustamento strutturale» neoliberali, come se si parlasse delle vittime di un’epidemia o di un uragano. Il rapporto della Banca mondiale del 1999 constata come il numero degli uomini, costretti a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno, cresca continuamente. Tra il 1987 e il 1993 è aumentato di 100 milioni, arrivando a 1,3 miliardi, attualmente si stima che la cifra sia di 1,5 miliardi, subito dopo la svolta del millennio sarà pari a due miliardi. Nella sola India tra il 1989 e il 1999 il numero dei poveri è aumentato da 330 a 340 milioni.

Il direttore della Banca mondiale Michael Walton, competente per la «riduzione della povertà», è stato costretto a dichiarare: «Nel complesso l’immagine globale alla fine degli anni Novanta appare deprimente» (Handelsblatt, 7/6/1999). Se è questo l’innegabile risultato di vent’anni di «più economia di mercato» e se la Banca Mondiale, che si dimostra tanto depressa a questo riguardo, osa proporre una dose ancora maggiore di «economia di mercato», si tratta dunque di una prova decisamente schiacciante della pazzia che ha colpito le elite funzionali. L’aumento drammatico della povertà globale di massa negli anni Novanta può essere letto soprattutto con il fatto che il processo di impoverimento da economia di mercato nei paesi industrializzati ha assunto un ritmo relativamente accelerato rispetto al Terzo mondo, comunque già segnato dalla miseria di massa. Laddove esiste ancora qualcosa da tagliare, là si può vedere con più chiarezza il collasso di vasti settori della popolazione.

Questo vale soprattutto per gli ex-paesi del capitalismo di Stato nell’Europa orientale, ma nel frattempo anche per i paesi-chiave occidentali stessi. In Europa, secondo i dati dell’UE, già nel 1996 vivevano perlomeno 150 milioni di uomini in povertà. Inoltre questa situazione non colpisce assolutamente solo gli esclusi totali. Con lo spostamento dei “rapporti lavorativi” ancora esistenti nella direzione dei lavori scarsamente remunerati, già sperimentata dagli USA, ha preso piede il soave concetto di “povertà attiva”. Questo significa che anche salari per un lavoro a tempo pieno non permettono più una vita al di sopra dei limiti di povertà – uno stadio che in Europa (all’Ovest come all’Est) era ancora inconcepibile 15 o 20 anni fa.

Ai “poveri attivi” non appartengono solo disoccupati e beneficiari dell’esistenza sociale, ma anche le esistenze miserabili della “povertà nascosta”; cioè coloro che non pretendono neppure più di far valere i propri diritti in termini di aiuto sociale, perché non sopportano più le umiliazione sadiche dell’amministrazione della povertà democratica – solo in Germania circa 2,8 milioni di uomini. Anche nei paesi occidentali più ricchi si è accumulato un oceano di masse umane povere in canna. La categoria più infima, quella di gran lunga più impoverita è costituita, non a caso, da tutti coloro la cui “forza-lavoro” non è più sfruttabile neppure potenzialmente o lo è solo in misura ridotta: bambini, vecchi, disabili, malati psichici, carcerati. Per la Germania la crescita del tasso di povertà può essere dimostrato dalle statistiche nella prima metà degli anni Novanta, sia in generale sia anche specialmente (e in maniera assai sovraproporzionale) per bambini e famiglie di genitori soli:

Povertà di reddito nel 1990 e nel 1995 (%)

Germania Occidentale Germania Orientale
Gruppi 1990 – 1995 1990 – 1995
Popolazione complessiva 10,5 – 13 3,4 – 11,5
Ragazzi sotto i 15 anni 16,7 – 21,8 5,1 – 19,7
Famiglie monogenitoriali 36,2 – 42,4 16 – 35,5

Fonte: Palentien et al. 1999, Statistiches Bundesamt

Se ne può dedurre che, per prima cosa, il tasso di povertà è in drammatica ascesa e che, in secondo luogo, questo tasso era molto più basso nella RDT; inoltre che sono più i bambini che gli adulti a ricadere nella categoria della povertà e, infine, che la percentuale dei poveri pressoché doppia nelle famiglie monogenitoriali significa soltanto che un gran numero di madri sole, sempre più vessate dall’amministrazione democratica della povertà, deve privarsi di tutto per mantenere i propri figli anche solo ad un livello medio di povertà, impoverendosi così a loro volta. Queste linee di tendenza vergognose all’interno di uno dei paesi più ricchi del pianeta, in cui la quota della redistribuzione sociale è (ancora) relativamente elevata, ci permettono di constatare fino a che punto la povertà di massa nella maggior parte del mondo si sia già trasformata in un inferno dantesco.

Dietro i numeri astratti ci sono condizioni indescrivibili, ormai quasi inconcepibili, che perciò vengono rimosse dall’ufficialità democratica. Certo, tutto questo è stato detto e chiaramente ammesso in qualche momento e in qualche luogo senza che però venga mai ricondotto al sistema sociale che ne è la causa (“democrazia ed economia di mercato”) ma solo rappresentato dal sistema mediatico in forme indistinguibili da quelle degli eventi sportivi, delle catastrofi naturali o degli spettacoli del circo politico. Solo per fare un esempio, il fatto che il lavoro minorile nel Terzo mondo sia rapidamente aumentato invece di diminuire viene accolto facendo spallucce. La novità è però che questo crimine sociale del lavoro minorile, negli anni Novanta, si sia diffuso anche in Occidente, sebbene qui ufficialmente sia proibito dappertutto. In Germania, secondo dati dell’Organizzazione federale per la difesa dell’infanzia, 700.000 bambini sotto i 15 anni lavorano. Solo in parte si tratta di lavoretti volontari, per potersi permettere oggetti di consumo altrimenti impossibili. Sotto la pressione della concorrenza si fa sempre più forte la tendenza a impiegare forza-lavoro minorile nelle imprese famigliari, birrerie, negozi, fattorie, serre, mercati etc. Assai frequentemente però sono i i figli dei beneficiari di sussidi sociali, soprattutto di madri sole, a intraprendere rapporti di lavoro illegali. Questa la dichiarazione di un collaboratore dell’Ufficio per i giovani di Duisburg: “Esiste il pericolo che i bambini, a causa dell’impoverimento di ben precisi strati sociali, debbano contribuire concretamente al sostentamento delle loro famiglie” (Clausen 1998).[2] Anche in Italia, un paese tradizionalmente amante dell’infanzia, fino a mezzo milione di bambini sono costretti a lavori irregolari in centri industriali come Genova e Milano. Sotto questo aspetto però il record della crudeltà nell’Occidente ancora una volta spetta certamente agli USA, come dimostrano numerosi esempi:

Angel Oliveras si fa largo a passi incerti attraverso la piantagione. I fusti delle pianticelle sfiorano il mento di questo bambino di quattro anni. Angel però non si è perso sulla strada verso la scuola materna; Angel sta lavorando. Insieme alla madre, questo soldo di cacio raccoglie peperoncini rossi in cambio di un salario da fame. E non in un paese del Terzo Mondo, bensì negli USA […] Le tracce dei prodotti ottenuti in questa maniera ci portano, tra l’altro, alla casa produttrice di zuppe Campbell, alla catena di caffetterie Sears e all’impresa alimentare H. J. Heinz e Newman’s Own di proprietà dell’attore hollywoodiano Paul Newman […] Ogni cinque giorni negli USA muore un bambino lavoratore, come rivela una statistica degli uffici competenti. Ogni anno circa 200.000 minorenni subiscono un infortunio sul luogo di lavoro […] Ad esempio Alexis James, 14 anni, è morto schiacciato da un macchinario in un cantiere del Texas, Joshua Anderson, 15 anni, che lavorava in un autolavaggio in Colorado, è morto in seguito ad una scossa elettrica. Diana Sifuentes si è tagliata pollice e dita con un machete in un vivaio mentre modellava alberi di Natale. «Devi muoverti alla svelta sul lavoro se vuoi fare un bel po’ di soldi» ha dichiarato la sedicenne. Le sue gravi ferite sono state curate senza l’ausilio di un medico – il suo caso, come quello di molti altri, non viene neppure registrato dalle statistiche (Foster 1997).[3]

Ancora peggiore è la sorte di quei bambini che non languiscono neppure più in rapporti di lavoro illegali ma vivono abbandonati a se stessi e vegetano sulle strade, campando di elemosine, furtarelli e prostituzione. Il fenomeno dei ragazzi di strada si è esteso dal Terzo al Primo mondo. In Russia ci sono almeno due milioni di bambini che vivono oggi sulle strade. Le cose non vanno meglio negli USA e in Gran Bretagna, dove accanto al sorgere ben visibile di nuovi slum è la presenza dei ragazzi di strada a caratterizzare sempre di più l’immagine delle città. In Germania i già proverbiali ragazzi di strada di Berlino sono ormai un fenomeno di massa; contemporaneamente al trasferimento delle sedi ministeriali nella nuova capitale della Germania unificata, la città si presta degnamente al ruolo di centro democratico dell’abbandono e della povertà minorile. Non tollerando più che queste situazioni vengano documentate sono anni che il Congresso statunitense, prendendo a pretesto il risparmio dei costi e la semplificazione delle competenze, fa pressione sull’ONU affinché venga abolita l’UNICEF, l’organizzazione internazionale per la protezione dell’infanzia.

Nel corso degli anni Novanta la meravigliosa economia di mercato è riuscita perfino nell’impresa di scatenare con violenza, oltre alla crescita esorbitante delle forze produttive, anche un ritorno della fame su scala globale. Il fenomeno della fame, da addebitare non più alle condizioni naturali ma alla logica sociale, non era mai realmente scomparso dal capitalismo; durante l’epoca del boom fordista era solo stato dirottato verso la periferia. I cittadini occidentali con il loro presunto benessere, tutti intenti a spaccarsi la schiena per il consumo di massa fordista, percepivano la fame di massa nelle regioni meridionali del mercato mondiale in una forma che si situava a metà strada tra il razzista e il caritatevole. Rammento ancora la statuetta dondolante del «moro» esposta nelle chiese, che si inchinava quando gli si introduceva una monetina per i «poveri neri affamati».

Nel 1962 venne l’Associazione tedesca contro la fame nel mondo. A questo fine c’è un gran numero di organizzazioni assistenziali che fanno davvero tutto il possibile, tranne una cosa: sottoporre a critica il sistema globale della merce che con le sue assurde restrizioni genera esso stesso quella fame. Ecco perché tutte le misure di aiuto si sono rivelate inutili a lungo termine, finendo sommerse dalla logica del mercato mondiale. Nel 1996 la Conferenza mondiale sull’alimentazione dovette concludere che 840 milioni di persone sulla Terra pativano la fame. Ma probabilmente il loro numero era superiore già allora. Attualmente, dopo che la nuova povertà si è diffusa nell’Europa dell’Est, in Asia, nell’America Latina e in Occidente ci sarebbero oltre un miliardo di persone che non ricevono cibo a sufficienza. La Bulgaria, ad esempio, dopo molti inverni di fame, durante i quali i pensionati soffrono il freddo nelle loro stanze non riscaldate, è ormai precipitata sul livello più basso per una società umana:

Da febbraio una cuoca prepara con due aiutanti in una cucina scolastica in disuso un pranzo frugale per 800 persone selezionate. Chi ha diritto di ricevere 300 grammi di minestra calda e un pezzo di pane lo stabiliscono i servizi sociali della città di Sofia, con i suoi milioni di abitanti. Emil Borisov (72 anni) serba con cura una delle rare tessere come un tesoro; all’esterno gli affamati privi di certificazione pubblica sperano di avere ciò che resta. L’uomo, ex-operaio di una fabbrica di borse di pelle, nel corso dell’ultimo inverno ha scambiato il suo cappotto per circa un marco allo scopo di acquistare una quantità sufficiente di soia come surrogato per la carne: «Mia moglie era malata, ed era talmente affamata» (Loose 1997).[4]

In Romania si è avuto un tale aumento della miseria della popolazione che è accaduto perfino che qualche individuo tormentato dalla fame si sia introdotto di nascosto nel giardino zoologico per macellare gli animali. Ancora più allucinante è la situazione in Russia. All’inizio del 1999 il governo ha pianificato un’amnistia poiché non era in più in grado di fornire il cibo nelle prigioni sovraffollate: per ogni prigioniero c’erano disponibili solo circa cinque centesimi. Secondo le cifre ufficiali, nel solo 1997 c’erano diecimila persone, uomini e donne, a patire gli strazi della fame nel gulag neo-democratico. Anche da altri settori dell’amministrazione russa fanno breccia notizie che suscitano l’orrore del mondo esterno:

Gli ospedali psichiatrici della città russa di Vladivostok hanno dimesso circa duecento pazienti per mancanza di fondi. Secondo quanto afferma la televisione russa nella città domina la paura dopo che uno degli ex-pazienti ha ucciso il suo vicino a colpi di accetta solo perché si era rifiutato di dargli da mangiare. Il sostituto direttore delle cliniche ha dichiarato che finora sono stati rilasciati solo i pazienti più tranquilli. Ma se la situazione dei rifornimenti non migliorerà, verranno liberati tutti. «Non possiamo lasciarli morire di fame». A causa della mancanza di denaro i pazienti nelle cliniche vengono nutriti esclusivamente con fiocchi di avena e zuppa (Nürnberger Nachrichten, 23/10/1997).

La situazione alimentare in Russia non è molto migliore neppure al di fuori delle cliniche psichiatriche. Sono soprattutto le regioni periferiche a rivelare come le condizioni socio-economiche della seconda potenza mondiale di un tempo, dopo la sua palingenesi nel nome della democrazia e dell’economia di mercato, siano ormai scadute fino al livello di uno Stato africano assediato dalla fame. Sempre più frequentemente città gemellate e istituzioni di scambio culturale vengono sommerse dalle disperate grida di aiuto dei loro amici russi. Si veda ad esempio questo resoconto circa la situazione di una regione siberiana:

Davanti alla sede del mercato coperto di Ulan Ude, in Siberia, un gran numero di pesci congelati giacciono accatastati come pezzi di legna da ardere […] Poco più avanti, varcata la soglia, un’enorme quantità di carne e di verdura è in attesa di qualche acquirente […] Al cospetto di una tale abbondanza di provviste alimentari la fame non dovrebbe certo essere oggetto di dibattito nella Repubblica dei Buriati. E invece la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa includono il paese nel numero di quelli più duramente colpiti dalla fame nell’ultimo inverno […] Il ministro degli Affari sociali, Stepan Efimov […] nega risolutamente che nel suo paese vi sia davvero qualcuno che rischia di morire per inedia. Di parere opposto è Vera Baldanova, membro della Croce Rossa locale, che replica in tono sdegnato: «I nostri figli sono ormai allo stremo. Non si reggono in piedi perché sono affamati. E sono affamati perché i loro genitori non hanno un lavoro». Ci sono poi persone che non ricevono lo stipendio da mesi – e i prezzi nell’ultimo anno sono aumentati rapidamente […] «Nei negozi e al mercato si trova di tutto – spiega Baldanova – La scelta è enorme: il problema è che la gente non può permettersi il cibo» […] (Landsberg 1999).[5]

Alla fine anche Bentham era conscio del fatto che l’«allocazione delle risorse» dell’economia di mercato implicava necessariamente la fame di massa – di cui ci fornisce abbondantemente testimonianza anche la prima potenza-guida del libero mondo democratico. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’agricoltura negli USA milioni di persone, soprattutto bambini, sono denutrite:

4,2 milioni di americani soffrono la fame […] almeno per qualche periodo. Accade di frequente che per 800.000 famiglie non ci sia nulla da mangiare nel corso di tutta la giornata. Secondo i dati delle organizzazioni caritatevoli la cifra sarebbe perfino più elevata. A detta dell’associazione Second Harvest 30 milioni di persone si trovano in una «condizione nutrizionale precaria», 26 milioni dipendono ogni mese dai sussidi alimentari pubblici o da donazioni (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17/9/1997).

Ma con le sovvenzioni pubbliche all’alimentazione non si va lontano. Subito dopo l’avvento di Reagan le risorse per l’alimentazione scolastica, solo per fare un esempio, vennero drasticamente tagliate a favore del bilancio militare, sebbene questo «pranzo pubblico» per molti bambini rappresentasse l’unica possibilità di un sostanzioso nutrimento:

Fino al settembre 1981 l’obiettivo normale era di fornire con il pranzo scolastico un terzo del fabbisogno alimentare di un bambino. Per molti ragazzi il pranzo scolastico è il più nutriente e talvolta l’unico pasto della giornata. Gli studi del Ministero dell’agricoltura rivelano come i bambini bisognosi, grazie a questo pranzo, assumano da un terzo fino alla metà della loro alimentazione di base. Dovranno andare a cercarsi il cibo altrove (Lekachman 1982, 88f.).[6]

Anche in California, il paradiso ortofrutticolo degli USA, dove vengono prodotte derrate alimentari per tutto il mondo, il Children’s Defense Fund ha constatato la denutrizione tra i bambini delle scuole; in molti Stati dell’Unione i bambini degli strati inferiori tornano smagriti dalle vacanze. Gli insegnanti raccontano di drammatici casi di denutrizione:

James Steyer insegna ad Oakland, in una delle contee più povere degli USA. Nel corso del tempo ha sviluppato un certo fiuto per quegli allievi che a quanto pare non ricevono cibo a sufficienza. Racconta di un dodicenne che ha la corporatura di un bambino di sei anni. «Ho un allievo la cui madre è morta e il cui padre lavora 16 ore al giorno fino a mezzanotte, impaccando bagagli all’aeroporto. Una volta gli ho domandato: Rafael, che fai quando torni a casa la sera? Mi ha raccontato che per cena abitualmente mangia patate. Volevo sapere allora come le mangiasse queste patate. Mi ha detto: mio padre mi lascia tutte le sere una patata da mangiare. Gli ho chiesto: come la cucini? Mi ha risposto: non la cucino, me la mangio cruda» (Kölle 1992).[7]

Eccolo di nuovo, l’inevitabile standard a base di patate che ha caratterizzato quasi tre secoli di crisi, guerra e povertà della «benefica economia di mercato». La prima potenza mondiale democratica abbandona alla mercé della fame milioni dei suoi bambini ma, in compenso, le è riuscita l’impresa, per la gioia dei suoi bambineschi scienziati militari, di spedire un’automobilina-giocattolo su Marte, a 100 milioni di chilometri di distanza, solo per rimuovere qualche macigno, debitamente ribattezzata con un nomignolo. Se non è efficienza nell’impiego delle risorse questa! Ma ormai da tempo anche nelle democrazie dell’Europa occidentale e centrale ancora una volta la fame torna a bussare alla porta. Mentre in Gran Bretagna per i bambini delle classi inferiori ritornano le vecchie malattie da denutrizione del XIX secolo, lo Stato, proprio come negli USA, è sempre meno disposto a concedere aiuti alimentari. Margaret Thatcher ha seguito l’esempio del suo vecchio amico, il sanguinario dittatore neoliberista Pinochet, in un punto specifico, su cui si sofferma anche nelle sue memorie: «I risparmi sui pranzi scolastici e sul latte scolastico […] sono stati i primi provvedimenti da prendere» (Thatcher 1995). Questo fu anche una dei primi gesti amorevoli di Pinochet, dopo che ebbe assassinato il presidente eletto Allende nella sede del governo. Con il governo Blair la situazione alimentare degli esclusi in Gran Bretagna invece di migliorare è addirittura peggiorata. Anche in Francia, così come ovunque, oltre agli anziani, sono soprattutto le madri sole a non ricevere più cibo a sufficienza:

Per Monique il problema non consiste nel fatto che il biglietto del cinema sia diventato troppo caro o nel dover rimandare l’acquisto di un CD che tanto desidera. Un mese dopo l’altro Monique deve calcolare se, dopo aver pagato le bolletta della luce, resta ancora qualcosa per comperare carne e formaggio per sé e per i suoi figli. «Conosco famiglie in cui i bambini ricevono come cibo solo banane», afferma la trentatreenne (Gabriel 1998).[8]

Naturalmente il «capitalismo renano» tedesco non può certo tirarsi indietro se si tratta di conquistare la palma nella nobile competizione per il record dei bambini affamati dall’economia di mercato. Nel 1997 la Lega per la difesa dell’infanzia chiese che venisse reintrodotta l’alimentazione nelle scuole, da tempo abolita. Mentre la sinistra-Armani celebra la sua integrazione democratica nella neo-capitale berlinese, un numero immenso di bimbi poveri mendicano il pane dai loro compagni durante l’intervallo. Amburgo, la città tedesca con il più alto reddito pro-capite, ha anche un sempre più folta popolazione di affamati:

In certe scuole materne autogestite dai genitori il lunedì si aumentano le razioni di cibo perché i bambini durante il fine settimana a casa non mangiano abbastanza. Ormai da alcuni anni Carola Thomas, insegnante in una scuola elementare di Amburgo, ha collocato un frigorifero nell’aula scolastica. Vi si conservano gli alimenti per la colazione in classe […] Sono sempre più i bambini che ti dicono che la mamma non gli ha dato nulla, che non ha soldi, oppure che il frigo di casa è vuoto […] Oggi la colazione comune in classe è stabilmente una parte integrante del piano orario «perché altrimenti i bambini non riescono a concentrarsi per colpa della fame». In molte case non si consuma un pasto caldo neppure per pranzo o a cena […] Nel container per la distribuzione del cibo di Amburgo-Lurup, gestito dall’Associazione per la difesa dell’infanzia e dalla diaconia della Chiesa protestante il lunedì, quando si cucina, arriva anche un gran numero di allievi delle scuole per il pranzo […] Il cibo appena cotto è per molti di questi bambini un piacere insolito […] «Se mettiamo qualcosa qui» – afferma Verena Behrman, addetta alle cucine – «se ne va tutto in un batter d‘occhio». Non cessa di stupirsi per il fatto che «ci siano cose che i bambini non conoscono: noci, uva passa, frutta e verdura, c’è perfino chi non le ha mai assaggiate» (Jurkovics 1998).[9]

In Occidente la fame liberaldemocratica da economia di mercato non significa ancora la morte immediata per inedia come in molte regioni del Terzo mondo. Ma può diventare tale. Già ora le associazioni caritatevoli coprono solo una frazione dei problemi endemici dovuti alla fame. Ricerche dettagliate a questo riguardo vengono consapevolmente sabotate dalle istituzioni democratiche. La stessa tendenza si delinea anche per le cure mediche. Negli USA, dove non esiste una assicurazione medica mutuale, gran parte della popolazione è del tutto scoperta sul piano delle cure. Anche le persone del ceto medio possono trovarsi completamente rovinate in caso di gravi malattie; gli individui degli strati inferiori ricevono solo l’aiuto «necessario» e sono quindi indebitati per sempre. Ma anche nei paesi con assicurazione mutuale il «fattore dei costi» si lascia sempre meno rappresentare nelle categorie dell’economia di mercato.

La forbice si divarica anche sotto questo riguardo: mentre i costi delle cure mediche aumentano, diminuiscono i redditi degli assicurati. Sulla scia della generale privatizzazione neoliberale le assicurazioni private si concentrano sulle persone benestanti secondo il motto: «Prima di tutto, ricco, giovane e sano» (Die Welt, 23/3/1996). La mutua assicurazione, al contrario, si trasforma dappertutto nella «cassa dei poveri». Questa tendenza evidente nei paesi occidentali viene surclassata dal resto del mondo dell’economia di mercato, ma solo perché nella maggior parte dei paesi dell’Est e del Sud (eccezione: Cuba) le cure mediche vengono somministrate solo in cambio di contanti. Chi non ha denaro viene semplicemente abbandonato al suo destino e può benissimo morire sulla strada. I miliardi di nuovi poveri in costante crescita si ammalano più facilmente a causa della cattiva nutrizione e di condizioni di vita generalmente negative, cui si aggiunge allora anche un cattivo (o inesistente) trattamento medico:

Basta solo un’occhiata alla dentatura di un bambino perché il dentista possa indovinarne l’origine sociale: i bambini di nove anni provenienti da famiglie povere hanno già, in media, cinque denti cariati o mancanti. La distribuzione dei denti cariati e delle gengiviti dipende dallo status sociale […] Nel ceto meno abbiente una persona su dieci perde tutti i denti già all’età di 54 anni; nella fascia superiore solo una su cento […] la sanità è iniqua – in tutte le regioni federali, in tutti i i gruppi di età e per quasi tutte le malattie […] La possibilità di vivere sani diminuisce con il reddito […] (Blech 1997).[10]

Il fatto che non solo la sanità sia sempre più socialmente iniqua ma che lo sia anche il trattamento medico lo si può facilmente dimostrare in Germania sulla base della condizione dentaria. Anche in questo campo una risorsa preziosa è data dalle iniziative natalizie dei grandi quotidiani, con le collette per i bisognosi e i loro esempi concreti, che ci permettono regolarmente di gettare uno sguardo nell’abisso della democrazia:

Oggi i meno abbienti si preoccupano […] se avranno ancora i denti per masticare. I soldi necessari per le cure dentistiche superano le possibilità di molti cittadini a basso reddito […] A Margit B. vengono ancora i brividi pensando a quando, otto anni prima, a causa di un’operazione straordinaria, dovette far conto solo su mezza dentatura […] Adesso è di nuovo in attesa di un trattamento sanitario a causa di un tumore vecchio di anni. Il preventivo di costo, solo per quanto concerne la quota di propria spettanza, è di circa 3430 marchi. Fanno quasi cinque stipendi. Margit B. non sa proprio come procurarseli. La donna, che non ha più diritto all’indennità di malattia, percepisce solo un sussidio di disoccupazione pari a 712 marchi […] (Nürnberger Nachrichten 16/12/1998).

Questa medicina a due classi, che viene negata, perlomeno in Germania, dai politici democratici di ogni colore, è da tempo prassi quotidiana; negli altri paesi occidentali la situazione è lo stessa. Sebbene tutte le risorse mediche siano presenti in sovrabbondanza, esse sono sempre meno disponibili per le masse umane degli esclusi in quanto, come tutte le cose della vita, devono passare in un modo o nell’altro attraverso la cruna dell’ago dell’economia capitalistica. Sotto questo aspetto il corpo degli uomini e la loro stessa vita vengono letteralmente assoggettati al «dettato della finanziabilità». Gli apparati democratici, che danzano al suono del feticcio del denaro, anche nel contesto del sistema sanitario non fanno che amministrare un’incessante spirale al ribasso. Ad ogni nuova «liquidazione dei costi» sempre più prestazioni e sempre più individui vengono esclusi per «scadenza dei termini di diritto». I nuovi poveri democratici ricevono sempre meno aiuti o a condizioni sempre più rovinose, in compenso però essi possono mettersi a disposizione come cavie da laboratorio per il benessere sanitario dei più abbienti. Il povero come oggetto da esperimento, rappresentato da Georg Büchner nel suo Woyzeck per l«epoca della disperazione» del primo Ottocento, diviene ora un fenomeno di massa:

Per il suo nuovo lavoro non erano necessarie conoscenze specifiche. Una sola condizione: prima di iniziare il servizio Hugh Meija, 34 anni, non poteva fare colazione. Questa volta il suo posto di lavoro era una sala operatoria del General Hospital di San Francisco. Perfettamente rilassato, questo esile ometto si è disteso alle otto del mattino sul tavolo operatorio. I medici gli hanno introdotto degli aghi intravenosi nelle braccia e applicato degli elettrodi alla testa. La fase di preparazione si è svolta senza fretta. Solo ad un certo punto la situazione si è fatta critica. per un istante l’uomo è andato incontro a un’aritmia dopo che i medici gli avevano innestato un catetere nel cuore. «Una cosa del genere poteva anche avere conseguenze mortali», ha pensato Meija. Poco dopo l’anestesia ha iniziato a fare effetto […] Durante lo stato di incoscienza nessun chirurgo ha esercitato il bisturi sul suo corpo. Questo intervento privo di cicatrici era solo un esperimento medico […] Questo giovane di San Francisco è un «subject research» professionista: una cavia da esperimento umana. Da 12 anni si guadagna da vivere così: senza essere malato, ingoia compresse, orina dentro provette graduate, si lascia di tanto in tanto radiografare e anestetizzare. Ha già permesso che su di sé […] si compissero esperimenti del tutto assurdi: una volta i medici lo hanno avvolto […] in un telo gelido. Volevano capire quanto rapidamente un uomo giunge in uno stato di ipotermia tale che anche i denti cessano di battere. Un’altra volta i ricercatori gli hanno fatto bere litri di caffè per concludere se e quando il sistema immunitario collassa […] La procedura sperimentale – come in tutti i paesi occidentali, in cui orde di volontari vi si impegnano – è sempre la stessa […] Come Mejia ci sono negli USA 50.000 persone, che […] vendono il loro corpo alla ricerca medica […] Perlopiù si tratta di persone «in between jobs»: disoccupati, pensionati, soldati congedati dall’esercito o ex-carcerati […] (Der Spiegel 4/1998).

Questa «volontarietà» non è più una libera decisione, un sacrificio al posto di altro ma un’immolazione del proprio corpo, indirettamente imposta dal mercato mondiale, da parte dei poveri del capitalismo a beneficio dei ricchi del capitalismo. Questa forma estrema del sistema schiavistico democratico si sta intensificando ancora di più perché sono sempre più numerosi i casi in cui si sfrutta la povertà monetaria allo scopo di macellare i poveri come regolari banche degli organi per i più abbienti. Ormai rovinato dal mercato mondiale il Terzo mondo si offre persino come macelleria clinica. Così ad esempio, negli anni Ottanta, ha preso piede il cosiddetto «turismo dei reni»:

Finora questi trapianti di reni a scopo di lucro erano stati praticati soprattutto in India […] Adesso però anche i medici pakistani sono coinvolti in queste procedure criminose relative al trapianto degli organi. Da tempo ormai i giapponesi si procurano i reni di cui abbisognano dalle Filippine. Durante il boom del turismo degli organi nella sola Madras, nell’India Meridionale, su di una sola strada ben duecento cliniche specializzate nel trapianto dei reni si contendevano i clienti. Certi villaggi sperduti nei dintorni erano famosi come le «colonie dei reni». Come recita una regola ferrea: chi possiede una bicicletta, ha anche una cicatrice lunga 25 centimetri su di un fianco […] (Der Spiegel, 46/1996).

È questo l’ultimo stadio ancora concepibile dell’economia dell’offerta. Laddove tutto è un oggetto di mercato, anche gli organi umani, il giulivo denaro contante va alla ricerca di vittime involontarie nelle regioni socialmente collassate. All’inizio del 1999 la procura di Stato del Cairo aprì un’inchiesta contro una «organizzazione di assistenza privata», che avrebbe venduto circa 25 orfani perché venissero uccisi da mercanti di organi. A questo scopo in Brasile i bambini vengono perfino sequestrati per le strade. Non è un segreto per nessuno che i trafficanti di organi negli anni Novanta abbiano operato dietro i fronti delle guerre civili globali, che infuriano nelle società del collasso. Laddove esiste un mercato per qualcuno, lì si trova anche una strada.

La scissione della società umana assume perfino sembianze biologiche. Sul gradino più basso della scala ci sono gli «uomini delle discariche» a Calcutta, al Cairo, a Manila o nel Nordest del Brasile. Laggiù crescono popolazioni di nani o di «uomini-topo», pigmei artificiali con una corporatura di un metro e mezzo al massimo, sprovvisti di denti e debilitati già nella prima giovinezza – una pseudo-biologia sociale che si trasmette attraverso le generazioni. All’altro estremo della scala l’elite capitalistica dei benestanti si augura in tutta serietà un salto biologico che la separi dal resto dell’umanità grazie ad una «genetica riproduttiva» fuori dalla portata dei comuni mortali. Secondo il biologo molecolare statunitense Lee Silver sarebbe possibile una «selezione genetica», che potrebbe condurre perfino allo sviluppo di due diverse specie umane.

La disumanizzazione generale del sistema medico e sanitario prosegue naturalmente anche nelle modalità con cui vengono trattate le persone con problemi fisici o mentali e soprattutto gli anziani bisognosi di assistenza, persone cioè che non sono più in grado di agire in nessun caso in maniera autonoma e che non possono più essere sfruttate. Solo già l’esistenza di «case» per gli anziani e per i bisognosi di assistenza dimostra che la macchina della valorizzazione nel corso del suo sviluppo abbia lasciato agli uomini sempre meno tempo, quanto più ha sviluppato le forze produttive, cosicché risulta impossibile per chiunque anche la cura dei famigliari più prossimi una volta che le loro funzioni fisiche vengono meno, riducendosi a materiale di scarto della dominazione. Infatti il sistema della concorrenza totale ha da tempo sciolto tutti i legami umani più stretti. Per molti combattenti isolati che si sfiancano nella macina dell’economia di mercato, anche la propria madre, una volta scomparsa dietro le mura di qualche istituto, ha solo lo status di una specie di parente lontano, che si allontana gradualmente dagli occhi.

A nessuno viene più in mente che sia possibile organizzare tutto questo in modo completamente differente. L’unica cosa veramente umana sarebbe che i bisognosi di assistenza potessero concludere la loro esistenza nella cerchia dei loro cari, che la società mettesse a loro disposizione i mezzi e il tempo a questo scopo senza che qualcuno di essi, a causa di questa attività di cura, venisse completamente distolto da ogni altro interesse o attività, si isolasse dagli altri e, per giunta, si impoverisse. Nel suo significato moderno di istituto di segregazione umana la parola «casa» ha assunto un significato collaterale sinistro che però rimanda al fatto che ormai da molto tempo nel capitalismo non esiste più una «casa» intesa come una protezione. Ma anche nella via che conduce alla disumanizzazione si evidenzia drasticamente la frattura che vige nella società. Mentre le classi agiate possono ancora relegare i loro membri di scarto negli istituti di lusso, gli ospizi per le masse impoverite, sempre più soggetti alla «pressione dei costi», assumono le sembianze di campi di concentramento. Pertanto non ha importanza per quale via questa pressione si attui. Negli istituti pubblici o gestiti da enti previdenziali i fondi vengono semplicemente tagliati. Sulla scia della «privatizzazione» generale, un gran numero di «imprenditori della crudeltà» si sono già gettati sul «mercato dell’assistenza». In queste imprese l’«assistenza» la si esercita al fine della massimizzazione del profitto secondo criteri aziendali, come se si trattasse della produzione di componenti di automobili. La sempre più drastica «riduzione dei costi» modellata sulla razionalità aziendale conduce così al medesimo risultato dei «modelli di risparmio» delle istituzioni pubbliche.

Nel 1997 il Comitato dell’organizzazione per l’assistenza degli anziani lanciò un grido di allarme: nel caso di un’ulteriore «riduzione dei costi», basata su modelli di calcolo, molte case di riposo avrebbero dovuto diminuire fin del 30% il loro già scarso (e naturalmente malpagato) personale. Già adesso la sequela degli scandali negli ospizi pubblici e privati non conosce fine. Anziani inermi giacciono per ore sporchi di urina ed escrementi, vengono costretti a letto già nel primo pomeriggio, immobilizzati con cinghie, nutriti con cibo di cattiva qualità etc. Ma anche laddove tutto sembra apparentemente «in ordine», la qualità dell’assistenza si deteriora inevitabilmente mentre le attività per il tempo libero vengono cancellate. «Sazio e pulito» recita la massima, come se si trattasse di bestiame nella stalla. Perfino la separazione tra due coniugi sembra accettabile alla burocrazia dell’assistenza, come ha dimostrato, nella primavera del 1999, una tragedia verificatasi a Norimberga:

La fine tragica di una coppia di coniugi nel quartiere St. Peter, con il marito ottantasettenne che ha ucciso volontariamente la moglie di tre anni più giovane per poi tentare, fallendo, di suicidarsi, ha sconvolto numerose persone. La discussione verte soprattutto su di un punto: in caso di assistenza una coppia anziana può essere separata o deve restare unita? Dopo cinquant’anni di matrimonio la coppia non voleva accettare una separazione. Una lettera di addio alla figlia che vive in Svizzera ha gettato luce sul loro stato di disperazione […] In teoria è senz’altro possibile che un marito e una moglie trovino alloggio nello stesso ospizio di Norimberga, di rado però anche una camera comune nell’istituto di assistenza […] (Nürnberger Nachrichten, 8/3/1999).

Anche nel caso dell’assistenza agli anziani, visti i tratti da incubo che essa assume in un paese fondamentale dell’Occidente come la Germania, ci si può facilmente immaginare come vadano le cose nel resto del mondo. I politici democratici, avvezzi a mentire non appena aprono bocca, rimuovono la realtà catastrofica che essi «amministrano», tirando in ballo eccessi, casi particolari, abusi etc. ogni volta che sono costretti a confrontarsi con situazioni impossibili da negare. Sotto la legge pseudo-naturale della «finanziabilità» tutti i settori sociali non redditizi continuano a funzionare in maniera sempre più stentata o altrimenti vengono direttamente consegnati, previa «privatizzazione», alla logica aziendale del risparmio di tempo e della politica della riduzione dei costi.

Nella progressiva disumanizzazione del capitalismo alla fine del XX secolo si delineano le sembianze mostruose del gulag democratico. Questo gulag si suddivide in tre reparti. Nel primo reparto ci sono le strutture destinate alla reclusione e segregazione degli uomini in cui scompaiono sempre più individui superflui, criminali o semplicemente impossibili da valorizzare ma che rappresentano comunque un colossale fattore di costo: prigioni, case di correzione, campi di addestramento, «case» di ogni genere, ospizi di mendicità, istituti psichiatrici etc. Il secondo reparto, quello intermedio, il più grande di tutti, comprende le masse dei disoccupati e dei marginalizzati che l’amministrazione della povertà e della crisi democratica, con la sua burocrazia, tiene «al trotto», vessa, umilia e riduce sempre più a razioni da fame. Infine il terzo reparto nel trittico del gulag democratico raccoglie individui che talvolta sfuggono persino alle statistiche: senzatetto, ragazzi di strada, migranti, richiedenti asilo e altri clandestini, che conducono una vita stentata in tutti i sensi ai margini della società e che non sono più neppure soggetti allo stretto controllo della burocrazia ma solo l’oggetto di sporadici interventi polizieschi e, occasionalmente, perfino militari (o, come in qualche paese, degli squadroni della morte privati).

La vita pubblica, i dibattiti, la presunta «normalità» sociale, la condizione borghese da società civile e soprattutto l’autocoscienza ufficiale modellata su «economia di mercato e democrazia» non si riferiscono certo a questo gulag sempre più esteso, con i suoi tre reparti, sottoposti a un processo di rimozione, di cosmesi e, contemporaneamente, tenuti sotto il giogo di misure repressive, ma solo al residuo sempre più esiguo dei rapporti di lavoro e di reddito «regolari». La realtà del gulag democratico è palese ma essa non appare alla coscienza ufficiale per ciò che effettivamente è. Al contrario: una volta decretato in maniera più fanatica che mai che il capitalismo e la sua economia di mercato rappresentano condizioni naturali, non si possono che tributare nuovi onori a Malthus. L’alfa e l’omega della più totale perdita di prospettiva che qui affiora è ancora una volta: «Siamo in troppi, tutto qui» – con tutte le conseguenza che un simile «argomento» racchiude. Logicamente la coscienza economica ufficiale formula la questione in maniera più accettabile: «In molti paesi in via di sviluppo la popolazione cresce più velocemente dell’economia» (Handelsblatt, 8/4/1999). Proprio nel caso dei paesi in via di sviluppo il malthusianesimo non era mai scomparso dal discorso capitalistico. Già nel 1968, quando il boom fordista non si era ancora esaurito del tutto, il «demografo» statunitense Paul Ehrlich, entomologo di formazione, scriveva:

Se il cancro è una moltiplicazione incontrollata delle cellule, l’esplosione demografica è una moltiplicazione incontrollata degli uomini […] Noi dobbiamo invertire la rotta, tentare di rimuovere il cancro invece di curarne i sintomi. Questa operazione esigerà decisioni sicuramente brutali e spietate e causerà parecchia sofferenza. Ma la malattia è già avanzata fino a un punto tale che il paziente avrà una chance di sopravvivenza solo grazie a un trattamento radicale (Ehrlich 1968).[11]

Sin dai tempi di Menenio Agrippa è d’obbligo la cautela quando i funzionari dell’oligarchia paragonano la società a un organismo. Ovviamente l’«essere vivente», della cui salvezza ci si preoccupa qui, è il capitalismo – e le masse umane ormai impossibili da valorizzare sono le «cellule tumorali» di questo paziente. L’inevitabile conclusione non può che essere la seguente: il numero degli abitanti del nostro pianeta va reso compatibile con la sua possibilità di riproduzione nella mostruosa economia capitalistica, il che, nelle condizioni avanzate della Terza rivoluzione industriale, implicherebbe probabilmente la riduzione della popolazione all’incirca pari a quello del medio Neolitico. Ormai da tempo, in molti settori, la diceria infondata secondo cui «la nave sarebbe piena» viene ritenuta degna di essere discussa. il settimanale social-liberale Die Zeit, nella sua collana «Biblioteca economica» (il cui sottotitolo recita: «Disoccupazione, crisi finanziarie, dislivello tra povertà e ricchezza, distruzione ecologica – chi cerca una soluzione deve conoscere le teorie fondamentali dell’economia politica») ha benevolmente accolto anche Malthus:

Per la maggioranza dei paesi in via di sviluppo […] le tesi di Malthus conservano ancora la loro attualità. Essi stanno ancora cercando disperatamente una via di uscita dalla trappola demografica […] L’apocalisse maltusiana, un mondo in cui, per colpa della sovrappopolazione, sono ormai disponibili soltanto posti in piedi, non è ancora scomparsa, neppure oggi, dall’orizzonte […] Persino i paesi industriali non sono ancora sfuggiti definitivamente alla trappola demografica. Adesso il loro benessere e la loro stabilità sociale sono minacciate indirettamente dai flussi migratori provenienti dai paesi in via di sviluppo (Nesshöver 1999).[12]

La disinvoltura con cui viene riproposto qui l’argomento malthusiano («la trappola demografica»), calpestando inoltre ogni logica, toglie letteralmente il fiato. Non viene tenuto nella benché minima considerazione il fatto che oggi le forze produttive siano più che sufficienti per riprodurre agevolmente anche un multiplo degli uomini viventi sul pianeta. Ma ritenere valido l’argomento malthusiano anche per i paesi industriali dell’Occidente – la cui popolazione si sta riducendo da tempo, suscitando l’inquietudine degli ideologi conservatori per la «morte della (rispettiva) nazione» – a causa dei «flussi dei migranti» dal Sud del globo, è la goccia che fa traboccare il vaso. Persino un bambino è in grado di riconoscere la stridula incoerenza di un’argomentazione che riconduce in tutta serietà un processo colossale di «liberazione» economica della forza-lavoro nei centri capitalistici, le grandi ondate di impoverimento e l’arroganza dell’amministrazione della crisi democratica soprattutto alle migrazioni della fame dalla periferia, per giunta respinte con i più brutali metodi polizieschi. E il fatto per cui queste inconcepibili deformazioni non abbiano sollevato alcuna protesta generale, neppure da parte del ceto intellettuale, dimostra già fino a che punto il discorso della «buona società» – che nella crisi è sempre il centro della barbarie – si sia sbarazzato ormai da tempo delle regole più elementari della logica.

Nelle zone oscure del gulag democratico globale lo sterminio di massa è iniziato ormai da tempo in una forma minacciosamente silenziosa. Ma una coscienza abituata a giudicare la morte di un essere umano alla stregua di un incidente o di un fatto naturale – ad eccezione dell’omicidio diretto e delle vittime delle atrocità dei dittatori della periferia, enfatizzate dai media – non può che scegliere di sorvolare su qualche singolo caso occasionalmente documentato. Ad esempio quasi nessuno mette in relazione con la brutalità del sistema basato su «democrazia ed economia di mercato» la notizia che l’insegnante di matematica Valentina Pavlovna, 34 anni, malata cronica, sia deceduta alla fine di gennaio del 1997 in quanto, dopo sette mesi di stipendi non corrisposti, non era più in grado di acquistare i suoi medicinali. Questi erano disponibili e probabilmente, presto o tardi, verranno anche buttati via visto che nessuno ha il denaro per comprarli. Trattandosi di una novità assoluta per la Siberia, questo fatto è emerso come una bollicina alla superficie della corrente mediatica del capitalismo: in Brasile una cosa del genere non l’avrebbe sottolineata nessuno. Nel 1998, in Germania, Karsten Vilmar, presidente dell’Associazione medica federale, coniando l’espressione «morte prematura socialmente sostenibile», anche se dal punto di vista di cinici interessi lobbystici, aveva perfettamente centrato il bersaglio. Per i cosiddetti malati terminali, le più inutili tra tutte le bocche da sfamare, essa viene raccomandata sempre più caldamente:

Ogni anno in Olanda 2.700 malati gravi vengono uccisi di propria volontà. In Gran Bretagna pensa un computer a calcolare se valga la pena oppure no di tenere i moribondi artificialmente in vita. in Germania medici, giuristi e esperti di bioetica stanno discutendo se sia lecito interrompere il sostentamento dei pazienti in coma (Die Zeit, 39/1996).

Questo discorso omicida può legittimarsi solo superficialmente sulla base dell’argomento filantropico di una «riduzione della sofferenza». Infatti dietro di esso fa regolarmente capolino il punto di vista dei costi. Per esempio, sarebbe possibile porre rimedio ad una parte considerevole di queste intollerabili sofferenze, magari mediante gli oppiacei. Ma, incredibilmente, essi sono vietati nel trattamento sanitario, non per ragioni di costo, ma in quanto creano «dipendenza»; nel caso di quei malati terminali che, in questo modo, potrebbero sperimentare sensazioni piacevoli per l’ultima volta e contemporaneamente alleviare le loro tribolazioni, questa interdizione non è altro che una grottesca proiezione della follia protestante, come se queste persone fossero ancora in grado di fornire qualche «rendimento» capitalistico che gli oppiacei potrebbero pregiudicare. O semplicemente firmare rapidamente per un volontario e poco costoso colpo di grazia.

Il programma omicida appare ancora più diretto ed evidente nella politica di riduzione dei costi nell’assistenza degli anziani. L’introduzione di «un taglio selvaggio delle prestazioni necessarie» (Der Spiegel, 9/1999) con conseguenze mortali, è un fatto ben documentato. Frequente è, ad esempio, la «morte per disidratazione» dovuta al fatto che molti anziani inermi non sono più in grado di bere da soli. Uno studio amburghese dimostra come in Germania muoiano centinaia di anziani a causa del loro stato di trascuratezza e perché le casse sanitarie negano loro in piena coscienza l’aiuto necessario:

L’11,2% di tutti i morti nella città anseatica – secondo un’inchiesta di Klaus Püschel, direttore dell’Istituto di medicina legale presso la clinica universitaria di Eppendorf, presentavano ulcerazioni dovute all’eccessiva immobilità. Ogni anno 400 cittadini di Amburgo muoiono a causa delle cosiddette piaghe da decubito – ascessi dolorosi che insorgono in seguito ad un’assistenza inadeguata (Der Spiegel, 9/1999).

Si valuta che in Germania ci siano 750.000 «vittime dell’assistenza». Per risparmiare sui bilanci l’amministrazione finanziaria per i servizi di cura ed assistenza taglia i costi per sedie a rotelle e materassi speciali, perfino quando qualcuno perde l’uso delle gambe. Il resto è statistica. Secondo un rapporto pubblicato nel 1997 nel Regno Unito, «Health Inequalities», l’aspettativa di vita delle fasce strati più povere diminuisce costantemente: per quanto riguarda gli uomini la differenza tra poveri e ricchi è ormai pari a cinque anni. Uno studio dell’Unicef ci informa che il tasso di mortalità nell’Europa Orientale, dall’inizio del processo di riforma verso la democrazia e l’economia di mercato, ha raggiunto un livello «pari solo a quello dei tempi di guerra». In Russia l’aspettativa di vita degli uomini è sceso a 58,3 anni; nel 1989 si attestava ancora sui 64,2 anni.

L’Unicef, nel 1997, ha anche reso noto che ogni anno sette milioni di bambini muoiono prima del compimento del loro quinto anno di vita. Non c’è da stupirsi che gli USA provino ben poco affetto per questa organizzazione e intendano liquidarla. Ma se le «leggi naturali dell’economia di mercato» non rifiutassero loro l’aiuto nessuno di questi bambini morirebbe. L’efficientissima «allocazione delle risorse» dell’economia monetaria non riesce a portare a questi milioni di vittime neppure le medicine più basilari, di più facile produzione. Una tragica circostanza su cui tutti versano fiumi di lacrime di coccodrillo. Per le dame del ceto benestante offre persino un’allettante occasione per iniziative benintenzionate quanto fini a se stesse. Nessuno dice però che si tratta di un olocausto dei bambini operato anno dopo anno in nome della democrazia e dell’economia di mercato.

(Traduzione dal tedesco di Samuele Cerea)


Note:

1. Giarini, Orio/Liedtke, Patrick M.: Wie wir arbeiten werden/Der neue Bericht an den Club of Rome, München, 1998

2. Clausen, Sven 0.: Null Freizeit. Auch in Deutschland arbeiten Kinder, weil sie Geld verdienen müssen, in Die Zeit, 20/1998

3. Foster, David: Alle fünf Tage stirbt ein arbeitendes Kind. Trotz gesetzlichen Verbotes arbeiten in den Vereinigten Staaten sogar Vierjährige, Associated Press (AP), 1997

4. Loose, Hans-Werner: Am Sonntag gibt es nur noch altes Brot. Bulgarien steht vor einem neuen Hunger-Winter, in Die Welt, 10.12.1997

5. Landsberg, M.: Unsere Kinder sind hier am Verhungern, in: Sonntagsblitz, Nürnberg, 28.2.1999

6. Lekachman, Robert: Die Reichen reicher machen. Reaganomics oder wie Ronald Reagan den Sozialstaat abbaut, Reinbek bei Hamburg, 1982

7. Kölle, Ingrid: Millionen Kinder in USA haben nicht genug zu essen, in Nürnberger Nachrichten, 16.7.1992

8. Gabriel, Susanne: Das Geld reicht hinten und vorne nicht aus. Die französischen Arbeitslosen bekommen lediglich eine knapp bemessene Unterstützung, Associated Press (AP), 1998

9. Jurkovics, Ute: Hunger im Überfluß. In Deutschland hungern immer mehr Kinder, in Die Woche, 13.2.1998

10. Blech, Jörg: Arme sterben früher. Der Körper antwortet mit Krankheiten auf soziale Not, in Die Zeit, 17.10.1997

11. Ehrlich, Paul: Die Bevölkerungsbombe, München, 1968

12. Nesshöver, Christoph: Nur noch Stehplätze. Thomas Robert Mal-thus: Das Bevölkerungsgesetz, in Die Zeit 21/1999

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