Ecomarx


Di Michel Löwy. Fonte: Blog da consequencia del 3 agosto 2019. Originale pubblicato su Viento Sur.

Marx e l’ecosocialismo

Kohei Saito, Karl Marx’s Ecosocialism – Capitalism, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, New York: Monthly review Press, 2017, 308 pagine.

Le principali correnti ecologiste rifiutano le idee di Marx, considerato un produttivista insensibile alle questioni ideologiche. Un corpus di scritti ecomarxisti, sviluppatosi recentemente negli Stati Uniti, contraddice questo luogo comune.

Tra i pionieri di questo nuovo ambito di ricerca troviamo John Bellamy Foster e Paul Burkett, seguiti da Ian Angus, Fred Magdoff e altri. È stato anche grazie a loro che Monthly Review è diventata una rivista ecomarxista. La loro tesi principale è che Marx fosse profondamente cosciente delle conseguenze distruttive dell’accumulazione capitalista nei confronti dell’ambiente, un processo riassunto nel concetto di frattura metabolica. Si può essere in disaccordo con certe loro interpretazioni degli scritti di Marx, ma le loro ricerche danno un contributo determinante alla critica ecologica del capitalismo.

Di questa importante scuola ecomarxista fa parte anche il giovane accademico giapponese Kohei Saito. Il suo libro, pubblicato dalla Monthly Review Press, è un prezioso contributo alla rivalutazione dell’opera marxista da un punto di vista ecosocialista.

Ristabilire l’unità

Uno dei grandi pregi dell’opera di Saito è che, a differenza di tanti altri scritti accademici, non tratta gli scritti di Marx come se fossero un insieme sistematico, marcato dall’inizio alla fine da un fermo impegno ecologico (secondo alcuni) o da un’accentuata tendenza non-ecologica (secondo altri). Come molto convincentemente sottolinea Saito, nelle riflessioni di Marx sulla natura si trovano elementi di continuità, ma anche diversi cambiamenti di rotta e ripensamenti molto significativi. Come suggerisce il sottotitolo del libro, le sue riflessioni critiche sulla relazione tra l’economia politica e l’ambiente naturale non sono ben definite. Tra gli elementi di continuità, uno dei più importanti è la questione della separazione, operata dal capitalismo, degli esseri umani dalla terra, ovvero dalla natura. Marx vuole dire con questo che nelle società precapitaliste esisteva una sorta di unità tra i produttori e la terra. Vedeva in prospettiva la restaurazione dell’unione originaria, distrutta dal capitalismo, tra l’uomo e la natura, ma la vedeva come un passaggio ad un livello superiore (negazione della negazione), come uno dei compiti principali del socialismo. Questo spiega l’interesse di Marx per le comunità precapitaliste, tanto nel dibattito ecologico (ad esempio, su Carl Fraas), quanto nella ricerca antropologica (Franz Maurer): sia l’uno che l’altro erano considerati “socialisti inconsapevoli”.

Nel suo ultimo documento importante, la lettera a Vera Zasulič, Marx afferma che, con l’eliminazione del capitalismo, le società moderne potrebbero tornare ad una forma superiore del genere arcaico di proprietà e di produzione collettive. Credo che questa riflessione rientri tra i suoi momenti di anticapitalismo romantico. Ad ogni modo, questo interessante approccio di Saito è molto importante in un’epoca come la nostra, in cui le comunità indigene delle Americhe, dal Canada alla Patagonia, sono in prima linea nella lotta alla distruzione capitalista dell’ambiente.

Evoluzione del pensiero

Il contributo principale di Saito sta però nell’aver indicato il movimento, l’evoluzione delle riflessioni di Marx sulla natura in un processo che consiste nell’apprendimento, la revisione e la riformulazione delle sue idee. Prima del Capitale (1867) si può trovare negli scritti di Marx un’analisi più acritica del progresso capitalista, un atteggiamento indicato con il termine vago di prometeismo. Ciò è particolarmente evidente in quel passaggio del Manifesto Comunista che celebra la “sottomissione delle forze naturali ad opera della mano dell’uomo” grazie al capitale, ma anche nei London Notebooks (1851) e nei manoscritti di economia redatti tra il 1861 e il 1863 e in altri scritti dello stesso periodo.

Curiosamente, almeno dal mio punto di vista, Saito sembra escludere dalla sua critica i Grundrisse (1857-1858).

Esclusione ingiustificata se si pensa fino a che punto Marx in questo manoscritto ammira “la grande missione civilizzatrice del capitalismo” rispetto alla natura e alle comunità precapitaliste prigioniere del loro localismo e della loro “idolatria della natura”(!).

Il cambiamento avviene negli anni 1865-66, quando Marx apprende, leggendo gli scritti del chimico botanista Justus von Liebig, del problema dell’esaurimento del suolo e della frattura metabolica tra la società umana e il suo ambiente naturale. Il risultato, evidente nel primo volume del Capitale (1867) e negli altri due volumi mai terminati, è un’analisi molto più critica della natura distruttiva del progresso capitalista, soprattutto in agricoltura. Dopo aver letto nel 1868 un altro scienziato tedesco, Karl Fraas, Marx verrà a conoscenza di altre questioni ecologiche importanti, come la deforestazione e il cambiamento del clima locale.

L’opinione di Saito è che se Marx avesse potuto completare il secondo e terzo volume del Capitale avrebbe insistito maggiormente sulla questione ambientale. È però anche vero che, perlomeno nell’attuale versione incompiuta, Marx non sottolinea abbastanza la questione. Questo è il mio punto principale di disaccordo con Saito. In alcuni passaggi del libro sostiene che per Marx “la sostenibilità ambientale del capitalismo rappresenta la contraddizione del sistema”; o che nel corso degli ultimi anni di vita Marx arrivò a considerare la frattura metabolica il problema più grave del capitalismo, o che il conflitto con i limiti della natura rappresenta, secondo Marx, “la principale contraddizione del modo di produzione capitalista”.

Mi chiedo dove, tra tutti gli scritti, libri pubblicati, manoscritti o annotazioni di Marx, Saito abbia trovato queste affermazioni. È impossibile trovarle e a buona ragione. Nel diciannovesimo secolo, l’insostenibilità del sistema capitalista non era ancora quella questione importante che è diventata oggi, o più precisamente dal 1945 in poi. Ian Angus nota che proprio allora l’attività dell’uomo cominciò a costituire il fattore dominante nella struttura ambientale; fu allora che il pianeta entrò in una nuova era geologica, l’antropocene.

Penso inoltre che non sia del tutto corretto definire la frattura metabolica, o la lotta contro i limiti della natura, un “problema del capitalismo” o una “contraddizione del sistema”. È molto di più! È una contraddizione tra il sistema e le “eterne condizioni naturali” (Marx), e quindi rappresenta una lotta contro le condizioni naturali dell’esistenza umana sul pianeta.

Di fatto, come spiega Paul Burkett (citato da Saito), il capitale può proseguire sulla strada dell’accumulazione incurante dello stato della natura, per quanto questa possa essere molto degradata, finché non si estingue l’uomo. Questo significa che la civiltà umana potrebbe scomparire prima che l’accumulazione del capitale diventi impossibile.

Saito chiude il libro con una sobria valutazione che mi pare una sintesi molto azzeccata della questione: Il Capitale (il libro) è un progetto inconcluso. Marx non rispose a tutte le questioni né predisse il mondo di oggi. Ma la sua critica del capitalismo è un’utilissima base teorica da cui partire per capire l’attuale crisi ecologica. Per questo, voglio aggiungere, l’ecosocialismo può trovare ispirazione nelle idee di Marx, ma deve sviluppare una nuova visione ecomarxista al momento di affrontare le sfide dell’antropocene nel ventunesimo secolo.

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