Tagli


Di Maurilio Botelho. Fonte: Blog da consequência, 10 ottobre 2020. Titolo originale: Não vai passar – Crise e desemprego nos Eua. Traduzione di Enrico Sanna. Pubblicato originariamente su https://www.igrakniga.com/

 Non passerà: crisi e disoccupazione negli Usa

“Siamo arrivati da tempo all’ultima frontiera. Non esiste più quella valvola di sicurezza per cui chi era stato scartato dalla macchina economica dell’est poteva lanciarsi alla conquista delle praterie dell’ovest per rifarsi una nuova vita.” ~ Franklin Delano Roosevelt, 1932.

A maggio, nel momento più critico della pandemia, quando il numero dei morti al giorno era al massimo, un’improvvisa ripresa dell’occupazione sembrava indicare una rapida ripresa economica dopo il crollo del mercato del lavoro causato dall’isolamento sanitario. Ad una previsione di 7,5 milioni di nuovi disoccupati fece seguito sorprendentemente la creazione di 2,5 milioni di posti. L’ottimismo tornò sui media, i politici e gli investitori. Il segretario del lavoro disse che “l’impatto maggiore del virus sul mercato del lavoro è alle spalle”. Trump si congratulò per la vitalità della ripresa economica: “sarà meglio di una ripresa a V, sarà un missile”[1]

A luglio la pandemia persisteva con infezioni quotidiane a livelli record. Nonostante l’inizio della riapertura di alcuni settori economici, l’ottimismo di due mesi prima era solo un ricordo: agli oltre 30 milioni di statunitensi che ricevevano sussidi di disoccupazione se ne aggiunsero nella seconda settimana del mese quasi un milione e mezzo. Un economista della banca Mitsubishi negli Stati Uniti dichiarò che “per il mercato del lavoro non c’era alcun graduale recupero” [2]

Poi il movimento altalenante si fermò: per quanto la riapertura delle attività incoraggiasse la tendenza a ridurre la disoccupazione – dopo che un quarto di tutta la forza lavoro aveva perso il lavoro – le richieste di sussidi di disoccupazione alternarono settimane di cali a rialzi improvvisi. In un mercato flessibilizzato al massimo, le variazioni si devono al carattere instabile della ripresa. La riapertura di molte attività economiche spinse la ripresa dell’occupazione in settori come il commercio e i servizi alla persona, ma la scarsa domanda da parte dei consumatori, che ancora temevano il contagio, dimostrava come i costi fossero più elevati dei guadagni generati dalla riapertura. Nonostante la crescita del commercio online, la crisi di settori come il turismo e i trasporti mostrava una tendenza alla distruzione permanente di posti di lavoro. Fu subito chiaro, inoltre, che anche le riassunzioni, ben lungi dal compensare le perdite accumulate nel corso dell’anno, erano in buona parte temporanee e nella stragrande maggioranza dei casi con salari più bassi rispetto a prima. Da qui un’ulteriore concentrazione della ricchezza e un aumento della dipendenza del cittadino statunitense dal credito.

Questo il ritratto in movimento delle piccole e medie imprese, sostanzialmente il terziario, principale datore di lavoro negli Usa. Storicamente caratterizzati da basse remunerazioni, precarietà e “licenziamento facile”, questi settori “concorrenziali” sono quelli che garantiscono ancora occupazione in un’economia che, data l’alta produttività, ha ridotto al massimo il lavoro nei settori produttivi o lo ha trasferito nelle fabbriche asiatiche.

Da qualche settimana, però, il fenomeno massiccio ha toccato anche quei settori “monopolisti” che ancora avevano un numero significativo di lavoratori.[3] L’ultimo di settembre, American Airlines e United hanno annunciato oltre 30 mila licenziamenti.[4] Il giorno prima, in seguito a un calo dei guadagni dell’85%, la Disney aveva annunciato il licenziamento di 28 mila impiegati.[5] Altri 18 mila licenziamenti erano stati annunciati la settimana prima dal principale gestore di case da gioco di Las Vegas.[6] Crescono le dimissioni anche nei settori finanziari, soprattutto assicurazioni e banche. Tra le spiegazioni più ricorrenti, il fatto che i sostegni finanziari governativi chiedevano come contropartita il mantenimento dei posti; terminata la quarantena “di salvezza”, i licenziamenti riprendono. Ma questo spiega solo in parte la situazione.

È ovvio che la pandemia, bloccando la circolazione delle merci e delle persone, ha steso al tappeto l’economia[7]; ed essendo le persone merci sempre meno vendibili, il tasso di disoccupazione è esploso come mai prima d’ora. Questi licenziamenti di massa, però, devono essere visti in parte come un approfondimento della crisi strutturale del capitalismo, una serie di processi di ristrutturazione produttiva e accelerazione dell’automazione promossa dalle nuove necessità imposte dalla pandemia.

Il settore finanziario annuncia grossi tagli, ma il fenomeno è tutt’altro che nuovo: “secondo una ricerca di Bloomberg, i licenziamenti di quest’anno sarebbero 67.844 (…). Il dato finale è probabilmente più alto, dato che molte banche licenziano senza fare annunci.”[8] La sola HSBC a febbraio aveva annunciato una riduzione degli organici pari a 35.000 unità, ribadendo una tendenza generale delle principali piazze finanziarie mondiali: “In totale, i licenziamenti resi noti dall’inizio del 2014 assommano a quasi mezzo milione.”[9]

Dietro questa pulsione distruttiva non c’è l’avidità dei grandi affaristi, ma una dinamica che tende ad automatizzare progressivamente i settori monetari: la tecnologia digitale sta cambiando radicalmente le attività contabili, i meccanismi di compensazione e il controllo dei flussi. Attività abituali che richiedevano qualche assistenza da parte di un funzionario, come pagamenti e trasferimenti, vengono esternalizzate sul cliente connesso a internet con un suo apparecchio elettronico. Così i costi delle attività finanziarie cadono drasticamente come conseguenza dell’economizzazione della forza lavoro e con la riduzione dell’assistenza al consumatore (casse automatiche, agenzie, e così via).

Lo stesso accade con le attività commerciali in generale: i dettaglianti si spostano sempre più verso il commercio online, lasciando che siano i clienti a compilare gli ordini e i pagamenti e riducendo il più possibile i negozi e le operazioni fisiche di vendita. Il cosiddetto “effetto Amazon” è la progressiva eliminazione dell’esercito di commessi per sostituirli con precari nella consegna a domicilio delle merci. Non si tratta di un semplice spostamento di posti di lavoro da un settore a un altro o della tendenza alla “distruzione creativa” del posto di lavoro. Al di là del limbo contrattuale di queste attività (l’“imprenditore” opera con automezzi presi a noleggio e fa servizio di consegna in appalto per una grossa attività di vendita al dettaglio), la riduzione dei posti di lavoro è un rischio costante con la razionalizzazione logistica, la robotizzazione dei magazzini e le nuove tecnologie che automatizzano le consegne: durante la pandemia sono stati fatti dei test di consegna con i droni in decine di città degli Stati Uniti, soprattutto da parte di Amazon e Wal-Mart.

Quella che vediamo è una tendenza di lungo periodo che con la pandemia si radicalizza: negli Stati Uniti non esiste più una separazione rigida tra un mercato del lavoro precario (periferico) e uno regolato da norme più stabili (centrale), perché quest’ultimo è in via di estinzione. Come spiegava trent’anni fa David Harvey nel suo “classico” The condition of post-modernity, “oggi si tende a ridurre il numero di lavoratori ‘centrali’ per impiegare sempre più spesso forza lavoro facilmente assumibile da licenziare senza costi quando le cose vanno male.”[10]

Questa “organizzazione produttiva”, che dura da decenni, con il distanziamento sociale, le attività in remoto e l’automazione si radicalizza: “alcune aziende capiscono che non ci sarà nessuna ripresa della domanda e si adeguano. Alcuni accelerano i programmi di riduzione della forza lavoro esistente. Altri scoprono che i tagli che inizialmente dovevano essere temporanei sono diventati definitivi, in quanto la produttività non risente della riduzione degli organici. Altre aziende ancora hanno scoperto che chi lavora da casa può essere più produttivo, e che c’è anche chi lavora di più per paura di perdere il posto.”[11]

La tendenza alla precarietà di quei posti di lavoro che ancora l’economia statunitense offriva era risaputa. Già all’inizio degli anni novanta, l’ex segretario al lavoro Robert Reich spiegava come il salario medio (esclusi i dirigenti) fosse inferiore a quello del 1965, il che comportava una graduale riduzione del consumo compensabile solo con l’indebitamento “man mano che diminuivano i cittadini a medio reddito”.[12] Il critico sociale Barbara Ehrenreich ha sperimentato in prima persona il lavoro di impiegato sottopagato, così come anche lavori di scarsa qualifica destinati a negri e immigranti, dimostrando così come il “lavoro di sopravvivenza” sia una condizione che tocca quasi tutti gli strati sociali. Vivere al limite, con un occhio sempre sullo stato di salute, sempre sotto il livello della sopravvivenza, indebitandosi e impoverendosi sempre di più – e quindi bloccando qualunque possibilità di salto sociale – è diventato un fatto comune a gran parte degli statunitensi, uno “stato di emergenza generale”.[13]

La congiuntura post-pandemica è destinata ad inasprire la tendenza, diffondendo la tragedia quotidiana di un posto di lavoro sempre più raro e spingendo parte del mercato di lavoro verso “attività autonome”, eufemismo dietro al quale si nasconde la disoccupazione di massa. Davanti alla disoccupazione tecnologica, la compressione dei redditi, i fallimenti diffusi e i debiti esplosivi non è possibile alcun circolo virtuoso basato sulla crescita. L’espansione monetaria ha causato un indebitamento record che si somma alla montagna di debiti già accumulati in passato con l’iniezione di denaro fittizio nei mercati immobiliari, nei titoli azionari e nel consumo. Il timore è che la montagna crolli improvvisamente con la fine delle protezioni minime offerte dallo stato durante la pandemia. La crisi del centro del capitalismo non passerà.

Note

1. Riparte il mercato del lavoro negli Usa con un sorprendente calo della disoccupazione a maggio. Vedi: El País, 5 giugno 2020.

2. U.S. weekly jobless claims unexpectedly rise as labour market takes step back. Vedi: Swissinfo, 23 luglio 2020.

3. James O’Connor ha analizzato sistematicamente la scissione del mercato del lavoro statunitense, durante la crescita del dopoguerra, tra un settore concorrenziale, uno monopolista e uno statale (USA: a crise do Estado capitalista. Rio de Janeiro: Paz e Terra, 1977).

4. American Airlines e United annunciano oltre 30 mila licenziamenti dovuti alla pandemia. Vedi O Globo, 01 out. 2020.

5. Chiusi i parchi divertimento a causa della pandemia, la Disney licenzia 28 mila impiegati. Vedi Infomoney, 30 settembre 2020.

6. MGM annuncia il licenziamento di 28 mila impiegati. Vedi FDR, 25 settembre 2020.

7. Maurilio Botelho. Epidemia econômica: covid-19 e a crise capitalista. Traduzione italiana: Ma allora il morto è morto!

8. I tagli alla Goldman Sachs portano al licenziamento di quasi 70 mila. Vedi Money Times, 01 out. 2020.

9. Ibid.

10. Condição pós-moderna. São Paulo: Loyola, 1999, p. 144.

11. August jobs report may appear rosy, but most job cuts have yet to hit, economists warn. Vedi NBC News, 04 set. 2020.

12. O trabalho das nações. São Paulo: Educator, 1994, p. 184.

13. Miséria à Americana. Rio de Janeiro: Record, 2004, p. 248. Sul “lavoro di sopravvivenza” vedi Barbara Ehrenreich desemprego de colarinho-branco. Rio de Janeiro: Record, 2006, p. 223.

Elektro era un robot prodotto dalla Westinghouse Electric Corporation (Mansfield, Ohio) tra il 1937 e il 1939. Dalle apparenze umanoidi, il corpo rivestito di alluminio è fatto di ingranaggi d’acciaio, leghe e scheletro motore. È alto poco più di due metri e pesa 120 chili. Il suo cosiddetto cervello è costituito da 48 relè che funzionano come un piccolo centralino telefonico. Gli occhi fotoelettrici distinguono la luce verde da quella rossa. Elektro può camminare (piano) a comando, parlare per mezzo di un telefono incorporato, pronunciare circa 700 parole (grazie a un giradischi a 78 giri), fumare senza obblighi sociali o sensi di colpa, gonfiare palloni, girare la testa e muovere la bocca e le braccia. Quel che si dice una vita ricca. Elektro fu presentato (o si presentò?) al pubblico per la prima volta alla fiera mondiale di New York del 1939 dal tema “Costruendo il mondo del futuro”. Il successo fu così spettacolare che l’anno seguente ricomparve nella stessa fiera accompagnato da un cagnolino robot in grado di abbaiare, sedersi e chiedere da mangiare.”

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...