La rinascita dell’importanza sistemica


Di Daniel Nübold. Originale pubblicato su Krisis.org il 12 aprile 2020 con il titolo Die Renaissance der Systemrelevanz. Traduzione portoghese di Marcos Barreira. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

Il concetto di rilevanza sistemica sta vivendo una forte rinascita. Durante la crisi economica del 2008, era inserito nel contesto del salvataggio finanziario delle banche ad opera dello stato. Le banche erano viste come la causa della crisi, cosa che generò una forte indignazione, tanto che l’espressione più odiosa dell’anno era “banche in sofferenza”. Il governo tedesco dell’epoca dichiarò d’importanza sistemica tutto il settore bancario, ponendo così le basi di un sostegno finanziario. E non a caso, perché se interpretiamo quella crisi come crisi del mezzo monetario, dobbiamo anche dare ragione agli attori principali, che dicevano che tale mezzo era d’importanza sistemica. Una delle contraddizioni interne della “nostra economia” è che siamo schiavi di ciò che produce crisi, così come il drogato sa benissimo di essere schiavo all’ago che lo distrugge.

Cosa è importante per il sistema?

Anche così, però, molti intuivano che c’era qualcosa di sbagliato in questa interpretazione dell’importanza sistemica. E però le proteste di allora non erano rivolte contro la logica sistemica alla base della crisi, ma solo contro il capitale finanziario apparentemente “cattivo”, in contrasto con l’economia reale apparentemente “buona”. Che poi sono due facce della stessa moneta, che si condizionano a vicenda e non possono essere concettualmente separate. Oggi vediamo che altre attività vengono considerate d’importanza sistemica. Le banche, ma soprattutto quei settori i cui servizi e prodotti servono urgentemente alla nostra sopravvivenza: acqua e elettricità, alimentazione, igiene, salute, assistenza, trasporti e circolazione, media e internet, e così via.

Molto prima della pandemia di covid-19, venivano chiamati “eroi” i pompieri australiani che combattevano un altro disastro naturale, ovvero gli enormi incendi nelle foreste. Ora scopriamo improvvisamente categorie professionali la cui utilità (o anche valore d’uso) ha un impatto diretto sulla nostra vita quotidiana. La crisi ha generato “eroi della quotidianità” in tante altre professioni.

Proprio perché si nega ad alcune categorie l’attributo di “sistemicamente importante”, si finisce per riflettere su ciò che è essenziale. Da una parte, discutiamo di ciò che è necessario alla società, e dall’altra di ciò a cui si può rinunciare. Le farmacie? Devono restare aperte! La raccolta della spazzatura? Ovviamente, deve continuare! Compagnie aeree? Produttori di lucidalabbra ad asciugamento rapido con effetto glitter? Qui le opinioni sono diverse.

E le banche? Quando, a metà dell’anno scorso, la Deutsche Bank ha abbandonato il settore degli investimenti e molti funzionari sono rimasti senza lavoro, la solidarietà della gente è stata scarsa. Ma quando in Germania si parla della chiusura di un ospedale le emozioni affiorano e il dibattito si fa appassionato. Cos’è che fa la differenza?

Il fatto che, se riconosciamo l’utilità di un ospedale quando abbiamo problemi di salute, l’utilità del settore finanziario per la società non si rivela immediatamente. L’istituzione esiste solo perché il denaro è il mezzo principale della mediazione nella nostra società. Non abbiamo bisogno di denaro per piantare patate, costruire strade, cucire o saldare i fili di un altoparlante. Servono materie prime, mezzi di produzione e competenze appropriate. E però occorre anche il denaro! Questo non perché la cosa in sé sia indispensabile, ma perché, nell’attuale contesto sociale, è solo il denaro a mettere assieme il personale qualificato e le risorse necessarie al fine di ottenere ciò che occorre: patate, strade, camicie o altoparlanti.

Il dilemma dell’amministrazione della crisi

La pandemia del covid-19 è soprattutto una minaccia per la salute, ma genera anche una crisi economica e sociale. I tre momenti sono intimamente correlati. Per contrastare la crisi sanitaria, gli stati stanno adottando misure che compromettono pesantemente la vita pubblica e privata. Questo è il compito dell’apparato statale. La sua legittimità deriva dalla promessa di proteggere la vita delle persone.

Ma questa protezione comporta danni economici enormi. Se le aziende restano chiuse per evitare la diffusione del virus, soffrono forti perdite economiche. In termini economici, ci troviamo davanti ad una carenza nella domanda. Non perché questa manca di mezzi finanziari, ma perché perlopiù non può comparire come domanda. Se questo stato di cose continua per molto tempo, la situazione cambia. Le aziende devono licenziare personale o anche diventare insolventi. Il problema della domanda è diventato vera e propria crisi economica per l’effettiva carenza di mezzi finanziari.

Così alla minaccia per la vita biologica delle persone si aggiunge un’altra minaccia, quella della propria esistenza economica. Lo stato ha il compito di proteggere le persone anche in questo secondo aspetto, la sua legittimità si basa anche su questo. Ora però si ritrova a fare entrambe le cose, e l’una a discapito dell’altra.

L’esistenza o la vita?

Anche se nelle ultime settimane sono nati pareri discordanti sulla capacità della mascherina di evitare la diffusione della malattia, sappiamo in linea di massima cosa fare per garantire la sicurezza biologica. Laboratori di ricerca di tutto il mondo si stanno adeguando alla situazione sanitaria ad una velocità mai vista prima nella storia. Ci sono fabbriche di birra che producono disinfettanti e fabbricanti di automobili che spontaneamente scoprono la produzione di respiratori. La ricchezza materiale della nostra società ha un potenziale più che sufficiente ad affrontare una minaccia come il coronavirus.

Ma in una società quasi interamente organizzata secondo principi definibili come economia di mercato o logica capitalista, la priorità non è la vita. La vita dipende dall’esistenza economica. Senza la sicurezza generale dell’esistenza economica, si sfalda tutto il contesto sociale, il che significa che si perde anche la tutela della vita biologica. Non si possono più produrre medicine, gli ospedali non possono più funzionare, neanche gli alimenti possono essere coltivati.

Un mondo in cui si possa vivere una vita biologica non solo sicura, ma anche decente, deve fare a meno di quella che ho definito “esistenza”. La mediazione sociale deve servire a soddisfare le necessità delle persone, a creare le condizioni materiali che corrispondono a tali necessità, non a massimizzare la valorizzazione del capitale. Per quanto la pandemia ci stia facendo capire quali sono le attività e i prodotti che importano realmente, però, non siamo nelle condizioni di liberarci di tutte quelle attività che sarebbe meglio che scomparissero. Abbiamo bisogno di un sistema, o meglio di un contesto di vita, che corrisponda all’interesse della vita biologica, affinché si possa parlare senza esitazioni di “importanza sistemica”.

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