Denaro senza valore


Robert Kurz. Fonte: L’anatra di Vaucanson, 6 dicembre 2020.

La fine del movimento di espansione interno, la crisi mondiale della terza rivoluzione industriale e l’imbarazzo del positivismo della sinistra

Presentiamo qui un capitolo tratto da Geld ohne Wert (tr.it: Denaro senza Valore),1 l’ultimo libro importante di Robert Kurz uscito quando l’autore era ancora in vita (il libro è del 2011, Kurz ci ha lasciati l’anno seguente a causa di un errore durante una operazione chirurgica). Questa prematura quanto incredibile morte ha sfortunatamente interrotto una importante riflessione in itinere che, con ogni probabilità, avrebbe avuto ancora molto da dire. Kurz infatti al momento della sua morte aveva “solo” 68 anni e, considerando la sua notevole prolificità, tutto lascia pensare che la sua produzione si sarebbe tutt’altro che interrotta in questo punto. Nella prefazione del libro in questione, per esempio, annunciava l’uscita successiva di una serie di testi che avrebbero dovuto approfondire temi legati alla critica dell’economia politica.2

Geld ohne Wert è uno dei molti testi kurziani purtroppo ancora non tradotti in lingua italiana. In questo libro, che è la rielaborazione e ampliamento di una conferenza che avrebbe dovuto tenere in un convegno dal titolo “Magia del denaro. La sua razionalità e la sua irrazionalità” a Brema nel Marzo 2011, Kurz prova a proporre una nuova interpretazione della critica dell’economia politica, elaborando quattro grandi temi – in parte già affrontati in testi precedenti. Il primo di questi riguarda la questione delle società premoderne (o precapitalistiche, che secondo la lettura kurziana è praticamente la stessa cosa), per le quali cerca di delineare la differenza di fondo con quella moderna (o capitalistica). Interpretare le società precedenti alla nostra con gli stessi parametri con cui interpretiamo questa è un errore e una scorrettezza da un punto di vista metodologico, che non rende possibile la comprensione né dell’una né delle altre. Il secondo tema approfondisce proprio questo aspetto, ovvero come nella “prima modernità” il capitale abbia imposto una sua propria logica, inedita e diversa rispetto a quella delle società che l’hanno preceduta. Logica la quale ha fatto sì – terzo tema analizzato – che si innescasse un processo di produzione feticistico ed essenzialmente finalizzato alla propria auto-riproduzione. Questa dinamica, benché descritta da Marx e presente nei suoi studi, è sempre stata sottovaluta e poco riconosciuta dai marxisti, così come l’autocontraddizione interna a questo sistema, che lo conduce necessariamente ad una condizione di crisi senza ritorno – e questo è il quarto punto preso in esame.

Il capitolo qui presentato indaga proprio questo ultimo aspetto, cioè la crisi capitalistica e la difficoltà da parte della sinistra (termine qui inteso genericamente per indicare coloro che dovrebbero opporsi alle dinamiche capitalistiche in vista di un loro superamento in senso emancipatorio) nel comprenderla e gestirne il passaggio. Obiettivi polemici sono, in questo caso, gli esponenti della cosiddetta neue Marxlektüre3 e lo “scopo finale”, come dice Kurz nella prefazione del libro, “un nuovo deciso superamento della società feticista capitalista dopo la fine ingloriosa dei precedenti programmi di socialismo e comunismo”. Buona lettura.

***

da Geld ohne Wert (tr.it.Denaro senza Valore) – Cap.XV

A suscitare l’irritazione della scienza dell’economia politica, così come delle scienze sociali in genere, provvede il fatto che, a partire dagli anni Ottanta, ha preso l’avvio un’epoca di instabilità, universalmente deprecata, la quale però è stata palesemente sovrastata dal collasso del capitalismo di Stato, meglio conosciuto con il nome di socialismo reale. La “rottura epocale” è però stata assai più profonda di quanto l’euforia trionfalistica dell’Occidente e un marxismo accademico, teoricamente in disarmo e storicamente irrilevante, fossero disposti a comprendere.

Quando la terza rivoluzione industriale della microelettronica pose fine all’epoca fordista, quello che fino a questo momento è lo stadio supremo dello sviluppo delle forze produttive trasformò le condizioni della valorizzazione in una dimensione qualitativamente nuova. Onde evitare fraintendimenti: questa trasformazione non la si può “dimostrare” immediatamente sul piano empirico poiché l’autentico livello fondamentale del valore (quello della società complessiva), pur essendo certamente reale, non lo si può determinare direttamente in termini numerici ma si manifesta sul piano empirico solo nell’inversione delle relazioni di riproduzione e di concorrenza sul livello dei singoli capitali oppure attraverso la loro inaffidabile contabilizzazione. Ma è sicuramente possibile comprendere le mutate condizioni della valorizzazione nel «processo complessivo», sul piano delle categorie teoriche, mettendolo a confronto con i fenomeni empirici.

Sotto questo aspetto in cosa consiste davvero questa mutazione fondamentale, che lascia indifferente il dibattito abituale della sinistra e di cui non si trova traccia nella Marxlektüre di Heinrich? In sintesi: i nuovi potenziali di razionalizzazione si sono radicati così profondamente, diffondendosi in misura talmente ampia (capillarmente attraverso tutti i settori produttivi) che adesso è lo stesso processo di espansione «interna» del capitale ad andare incontro alla paralisi sul livello del valore. Come può accadere tutto questo?

Di primo acchito sembrerebbe ripetersi lo sviluppo precedente, solo ad uno stadio nuovo. L’effetto della diminuzione dei prezzi, dovuta all’incremento della produttività, è lo stesso che in passato. Anche la trasformazione in merci per il consumo di massa di quei beni un tempo di lusso rispetta il vecchio modello. Lo dimostrano in maniera didascalica i cosiddetti Personal Computer (PC), i nuovi media e le nuove tecnologie di comunicazione. Ancora negli anni Settanta un dispositivo di calcolo discretamente utilizzabile presupponeva le possibilità di investimento di una media impresa ed occupava lo spazio di un reparto di fabbrica. Si racconta oggi un aneddoto divertente secondo cui, a quell’epoca, nessuno avrebbe mai preso sul serio chi avesse pronosticato il rapido rimpicciolimento del macchinario fino alla dimensione di un frigorifero. Ora queste capacità le si regala ai bambini per Natale sotto forma di giocattoli tecnologici e la loro dimensione si è ridotta fino ad una scala microscopica. Allo stesso tempo i prodotti sono diventati gradualmente sempre più economici e hanno fatto il loro ingresso, nel giro di neppure due decenni, nel consumo di massa su larga scala. Con una diffusione assai più rapida ed estesa attraverso i centri rispetto ai precedenti prodotti di massa della seconda rivoluzione industriale fordista. Ma è andato perso un elemento decisivo: la corrispondente espansione dell’impiego supplementare di forza-lavoro capitalistica.

Questa possibilità è già fondamentalmente insita nell’incremento permanente della produttività. Dipende solo dal suo grado relativamente alla materia della produzione e alla forza-lavoro che essa necessita. Il fatto che si assuma qui un effetto (positivo) sempre identico sul processo di valorizzazione è da addebitare alla colpevole indifferenza nei confronti dei differenti gradi all’interno di un processo complessivo ascendente. Ciò che risulta ancora valido su di un determinato livello dello sviluppo non lo è assolutamente più su di un livello diverso e superiore.

Il nesso causale che dobbiamo considerare qui, è quello che lega la rapida diminuzione del dispendio di forza-lavoro per unità di merce, l’espansione della produzione di massa sulla base della riduzione dei costi e del repentino allargamento dei mercati e, finalmente, l’utilizzo di forza-lavoro al fine di questa transizione verso la produzione di massa. Ovviamente è il potenziale di creazione di valore quello che conta. La possibilità di sovracompensare la diminuzione del valore per unità di merce mediante la quantità delle merci vendibili, entrate nel consumo di massa, dipende dal fatto che, per la quantità addizionale di merce, sia necessaria una quantità addizionale di forza-lavoro superiore a quella che la riduzione del dispendio di lavoro per unità di merce ha reso superflua. Ancora una volta un compitino di aritmetica per la scuola elementare.

Per quanto concerne il plusvalore, si ritorna precisamente al problema per cui l’aumento del plusvalore relativo per unità di forza-lavoro non serve più a nulla se il numero dei lavoratori capitalisticamente produttivi, utilizzabili sul livello di produttività vigente, diminuisce troppo drasticamente. Nella seconda rivoluzione industriale questo non era proprio il caso: la produzione di massa supplementare esigeva, come dimostrato, una quantità maggiore in termini assoluti di forza-lavoro. Ma nella terza rivoluzione industriale, sotto questo riguardo, ha avuto luogo una frattura. Essa si è manifestata in un fatto già concepibile sul piano logico: un accrescimento delle forze produttive in misura tale che la transizione verso la produzione di massa per i nuovi prodotti non richiede più una quantità di forza lavoro addizionale sufficiente a sovracompensare la riduzione del dispendio di forza-lavoro per unità di merce. Innovazione di prodotto e innovazione di processo non si intrecciano più, come avveniva abitualmente, al fine della produzione di una massa di plusvalore supplementare. Ciò cui abbiamo fatto cenno prima, ossia l’ingresso di nuovi prodotti già deprivati di forza-lavoro e sempre più poveri di forza-lavoro, nella produzione e nel consumo di massa svelle il tradizionale meccanismo di compensazione e conduce alla paralisi il processo di espansione interna del plusvalore ad esso necessario. Possiamo anche esprimerlo così: la «razionalizzazione» capace di rendere superfluo il dispendio di lavoro umano, per la prima volta nella storia capitalistica, corre più velocemente ed assume una dimensione maggiore rispetto alla diminuzione del prezzo delle merci, ad essa associata, e alla corrispondente espansione dei mercati. I mercati delle merci si espandono in maniera drammatica, quelli del lavoro si contraggono in maniera altrettanto drammatica. È proprio l’esatto contrario dell’espansione interna fordista.

A questo punto si deve sottolineare ancora una volta che non è possibile comprendere immediatamente in termini empirici lo sviluppo della crisi categoriale, abbozzato qui nella sua determinazione quantitativa, ma si può solo desumerlo indirettamente. A manifestarsi direttamente sul piano empirico sono le irruzioni reali della crisi su livelli apparentemente diversissimi (soprattutto su quello dei mercati finanziari ma anche come crollo della cosiddetta economia reale). Poiché il nesso interno si realizza alle spalle degli attori e non può essere adeguatamente valutato dalla statistica borghese in quanto essa «calcola» i singoli momenti, separatamente l’uno dall’altro, nella percezione invertita delle transazioni di merci e denaro determinate dalla concorrenza, la crisi manifesta cade necessariamente come un fulmine a ciel sereno e non la si può spiegare dalla prospettiva angusta dell’empiria.

Questo riguarda tutti gli indicatori, non da ultimo l’occupazione e lo sviluppo della produttività. Le statistiche sull’occupazione non ci forniscono il vero rapporto tra l’energia di lavoro valida e il rapporto di valore perché, in primo luogo, la reale creazione di valore viene sovrastata da complesse forme di mediazione (ad esempio il credito) e, in secondo luogo, la quantità numerica delle forze-lavoro non permette di calcolare in alcun modo il loro contributo alla creazione di valore, anche astraendo totalmente dal fatto che oggi e dappertutto le statistiche del mercato del lavoro vengono politicamente manipolate e regolarmente falsificate. Anche la «produttività» stimata dalle statistiche ha ben poco a che fare con il concetto di sviluppo delle forze produttive ma comprende solo il rapporto tra costi e utili aziendali, calcolati a livello nazionale nelle loro oscillazioni annuali. La statistica della «produttività» ha ancor meno a che fare con il livello reale del valore di quella sull’occupazione. È possibile dedurre indirettamente lo sviluppo delle forze produttive della terza rivoluzione industriale in modo migliore dalla diminuzione del prezzo dei prodotti fondamentali e, in alternativa, dalla disoccupazione e della sottoccupazione di massa su scala globale, che si possono osservare ad onta di tutte le manipolazioni.

Adesso però esiste un’enorme costellazione di fatti empirici, ossia la catena di crisi finanziarie ed economiche iniziata negli anni Ottanta, drammaticamente aggravatasi dopo la svolta del millennio con la crisi della New Economy e con quello che è, fino ad ora, il peggior crollo finanziario e congiunturale, quello del 2008. Il compito della teoria è quello di spiegare in maniera soddisfacente questa empiria impossibile da trascurare e ignorare. È abbastanza ridicolo il fatto che qualche pedante del positivismo di sinistra pensi di poter strumentalizzare diversi “fatti” della statistica borghese contro la realtà della crisi. Questa statistica e le sue interpretazioni affermative si sono completamente coperte di ridicolo e lo stesso accadrà anche in futuro in quanto sono concettualmente incorreggibili.

Per quel che concerne il dissidio tra la teoria critica del valore/dissociazione, sostenuta qui, e il marxismo residuo e il postmarxismo nel suo insieme, soprattutto nella versione di Heinrich della Neue Marx-Lektüre, lo scontro si disputa proprio sul terreno che quei marxisti credono di aver conquistato una volta per tutte, cioè lo sviluppo empirico che fa emergere il nesso interno e occulto (ignorato sistematicamente da Heinrich e compagnia) nella forma di un processo di crisi manifesta e qualitativamente nuova.

Già sul piano meramente fenomenologico appare rivelatore innanzitutto il fatto che Heinrich abbia sempre cercato di minimizzare lo sviluppo sempre più evidente e progressivo della crisi su scala globale a partire dalla svolta del millennio, classificandolo come un «ordinario» corso capitalistico delle cose. Così, criticando la posizione sostenuta qui, proprio alla vigilia della grande crisi delle dotcom egli scrive: «La “creazione di valore reale”, che Kurz vede già volatilizzarsi, procede invece allegramente nonostante l’aumento della disoccupazione» (Heinrich 2000a). Qui Heinrich presuppone incondizionatamente una «creazione di valore reale» senza neppure accennare da dove ne abbia tratto conoscenza. È chiaro che si riferisce in maniera empiristica, positivistica ai «fatti» di uno pseudo-boom che di lì a poco è crollato. Alla luce delle sue premesse teoriche non è affatto sorprendente che ad Heinrich difettino i criteri per una valutazione adeguata dei processi superficiali. Del resto anche i protagonisti del postoperaismo, nello stesso frangente, erano incappati nella medesima figuraccia, nella stesura del loro best-seller Impero (cit. Hardt/Negri). Una tale descrizione, dal punto di vista odierno, non può che passare per una satira involontaria.

In Heinrich questo genere di «valutazioni» superficiali si trova non solo occasionalmente ma con periodicità. Anche per esso, così come per il grosso dei marxisti residui e dei postmarxisti lo sviluppo degli anni Novanta e successivo al 2000, assieme alle crisi finanziarie e alle congiunture in esso incluse, rappresenta sempre e solo un incoerente flusso e riflusso di «eterni» cicli e mutamenti strutturali del capitalismo. È questa la sua comprensione fondamentale del capitalismo: «Prosperità e crisi si alternano regolarmente nel capitalismo, tuttavia dietro a tutto questo saliscendi ci sono tendenze verso l’espansione così come verso la depressione del capitalismo, che non sono ancora giunte al loro termine» (Heinrich 2007). Anche l’ultimo pronostico consiste in una affermazione priva di fondamento che fa appello al pregiudizio tipico dell’ideologia di sinistra, generalmente all’oscuro delle riflessioni sulla teoria della crisi. È l’argomentazione black-box di Schumpeter, descritta in precedenza, che lo tiene a battesimo (come vedremo meglio in seguito) mentre Heinrich, ancora una volta, non ci dice come faccia a saperlo. Così questa è la sua visione retrospettiva della crisi delle dotcom, in cui si dimentica ancora una volta e misericordiosamente del suo imbarazzante errore di giudizio della vigilia: «Negli anni 2001-2003 si verificò una tale crisi […] Essa però venne superata non appena i profitti ricominciarono ad aumentare, e continuano a farlo ormai da due anni» (Heinrich 2006). Ma le informazioni empiriche relative a singoli capitali o le istantanee della statistica borghese non ci dicono proprio nulla circa i rapporti reali di valore sul livello del «processo complessivo». Quando Heinrich pensa di poter concludere che i «profitti aumentano» e che dunque la crisi è stata superata egli non fa altro che dimostrare ancora una volta i suoi deficit metodologici e teorici. Scambia fatti empirici provvisori avulsi dalla loro struttura di coesione per la totalità, estrapolandoli inoltre direttamente come qualsiasi economista ordinario, spingendosi per di più a formulare una presuntuosa profezia rasserenante: «L’economia cresce come non faceva più ormai da molto tempo; il numero dei disoccupati diminuisce, le entrate fiscali aumentano […] Ciò che potrebbe conservarsi a lungo termine è la crescita degli investimenti in beni strumentali» (Heinrich, op. cit.). Un anno dopo addirittura ipostatizzava in tono enfatico una congiuntura globale fondata molto più che in passato su costruzioni basate sul deficit, senza percepire il loro carattere precario: «Profitto senza fine. Il capitalismo è solo agli inizi» (Heinrich 2007). L’anno successivo quella che è finora la peggiore crisi nella storia del dopoguerra travolse l’economia mondiale e venne arrestata solo grazie all’utilizzo avventuroso delle finanze statali e delle banche centrali mentre già oggi (2011) i fenomeni di crisi che essa ha generato si accumulano e tornano ad aggravarsi. Heinrich è decisamente sfortunato nelle sue dichiarazioni basate sulle analisi reali perché fuorviato dalle sue basi teoriche. Nelle sue osservazioni e profezie la deformazione positivistica delle determinazioni categoriali, da esso rivisitate, della critica dell’economia politica ritorna a sé. Il carattere positivistico del suo pensiero è stato dimostrato più e più volte in questa ricerca già sul livello teorico; lo stesso positivismo compare qui con maggior forza nell’interpretazione del processo superficiale. Heinrich vi vede solo una giustapposizione di fenomeni in cui si avvicendano recessioni e riprese, eventi e mutazioni. Ma non esiste per lui la coesione di un determinato sviluppo storico del capitale mondiale. Incapace di cogliere questa storicità già sul livello fondamentale del rapporto tra sostanza di valore e sviluppo delle forze produttive, lo è ancor meno per lo specifico processo di crisi successivo alla fine della prosperità fordista, riflettendo sul quale, in quanto struttura sovraordinata, sarebbe possibile un ordinamento dei fenomeni fluttuanti. Naturalmente in questo modo non è possibile percepire l’unità storica della terza rivoluzione industriale come culmine dell’autocontraddizione fondamentale capitalistica. La struttura interna di questo processo si dissolve invece (ancora una volta alla maniera postmoderna) nei suoi fenomeni isolati, apparentemente interpretabili a piacimento, ossia in forme di decorso avvertite in maniera storicamente aconcettuale.

Nel suo confronto del 1999-2000 con la teoria radicale della crisi che presentiamo qui, Heinrich deplora quello che, dal suo punto di vista, è un presupposto errato e cioè che egli «argomenterebbe in termini positivistici, solleverebbe obiezioni tipicamente positivistiche, trasformerebbe Marx in un’economista positivista etc.» (Heinrich 2000). Di contro egli ribatte solo dicendo: «In origine il positivismo era un orientamento epistemologico che intendeva unicamente prendere le mosse da complessi percettivi immediatamente “dati”. In seguito alla cosiddetta Positivismusstreit4 nella sociologia, per la corrente principale della sinistra il positivismo […] divenne un insulto largamente privo di contenuto, con cui non solo si attaccò integralmente la scienza borghese ma anche quelle interpretazioni del marxismo diverse dalla propria» (Heinrich 2000).

Lasciamo ai lettori e alla storia intellettuale il compito di giudicare se le prove ripetutamente formulate in questa ricerca circa il pensiero positivistico di Heinrich si possano ridurre a “un insulto privo di contenuto”. Per quanto riguarda l’interpretazione della storia della crisi alla superficie dei fenomeni, nel corso dell’ultimo decennio, il positivismo di Heinrich lo si può individuare nelle sue stesse parole. Esso consiste, nel suo caso, nel contrapporre le categorie astratte del capitale e lo sviluppo dei suoi fenomeni empirici in maniera puramente esteriore; tali fenomeni si dissolvono allora in “complessi percettivi” empirici, “immediatamente dati” del tipo “l’economia cresce come non si registrava da molto tempo”, “la disoccupazione cala”, “le entrate fiscali aumentano”, “gli investimenti in beni strumentali crescono” etc. La percezione si riduce ad un saliscendi ciclico, compreso in forma falsamente immediata, oppure a qualche rottura strutturale contingente, non più vista nel contesto di uno sviluppo integrale. Da un lato cioè le categorie avulse dalla loro processualità reale, incastrate in una filologia marxista “beneducata” assieme ad un banale revisionismo per tutti, dall’altro una “empiria” che viene “descritta” in maniera altrettanto aconcettuale e priva di mediazioni con il livello delle categorie, come fanno gli ordinari “scienziati empirici” accademici, il cui orizzonte non si spinge oltre il proprio naso.

Non c’è da meravigliarsi che Heinrich rivolga uno sguardo torvo all’infausto Positivismusstreit, del quale effettivamente non vuole sapere nulla e di cui attribuisce erroneamente la strumentalizzazione alla “corrente principale” della sinistra. In realtà questa corrente principale conosce il Positivismusstreit, al massimo, per sentito dire, mentre in realtà soggiace all’ordinario pensiero positivista che Heinrich serve sconsideratamente. Il fatto che ponga tra virgolette il concetto negativo di scienza borghese non fa che completare il suo rifiuto nei confronti della tematizzazione della critica del positivismo, che logicamente dovrebbe colpire anche il concetto acritico di scienza di Heinrich, mutuato da Althusser; un punto di partenza che si pone in contraddizione alla teoria critica di Adorno, la stessa da cui la Neue Marx-Lektüre di Reichelt e Backaus aveva preso le mosse.

Ciò che è possibile “dimostrare” immediatamente nel senso della scienza borghese non è né la teoria di un limite interno assoluto del capitale, quale oggi si va manifestando, né l’affermazione secondo cui avremmo a che fare con “tendenze verso l’espansione come anche verso il consolidamento del capitalismo” che “sarebbe solo agli inizi” etc. Nel frattempo quest’ultima affermazione viene apertamente contraddetta dai fenomeni osservabili. Ciò che conta non è la prova positivistica, comunque impossibile, che potrebbe essere fornita solo al di là della situazione temporale data come mera conclusione ex-post (“Così è stato”) quanto piuttosto la forza esplicativa attuale di una teoria. Il criterio è quale posizione concettuale-analitica consente di spiegare nel modo migliore i fenomeni reali di un’epoca. Non solo oscillazioni di corto respiro, eventi etc. ma il processo reale di sviluppo, senza limitarsi una diagnosi e una prognosi del presente ma includendo anche una spiegazione analitica del passato. Una crescita ufficiale e momentanea degli utili e degli investimenti la può calcolare non solo qualsiasi scienziato ausiliario istituzionale ma, in maniera approssimativa, persino l’uomo della strada.

Al cospetto dello sviluppo reale del capitale-mondo, non solo a partire dalla svolta del secolo, Heinrich si trova in una necessità esplicativa quando tenta visibilmente di ridimensionare tutto ciò ad «ordinario» corso capitalistico delle cose. Contro di questo parlano non solo il crollo manifesto di intere economie nazionali e le nuove faglie che si aprono nelle relazioni del mercato mondiale (circoli deficitari globali etc.). Anche la demolizione, anno dopo anno, dello Stato sociale nei centri capitalistici, la rapida espansione dei rapporti di lavoro precari, una disoccupazione giovanile a due cifre etc., attestano una profonda cesura nella riproduzione capitalistica mondiale, anche se i dati superficiali degli utili e della crescita sembrano orientarsi ogni volta verso valori positivi, comunque fino al prossimo crollo dopo un intervallo sempre più breve. Lo stesso vale per la crisi qualitativamente nuova del rapporto borghese tra i sessi, che fa sì che i momenti della riproduzione sociale essenziali per la vita, strutturalmente sessuati, dissociati dal «lavoro astratto» divengano ingestibili. Sul livello vigente della socializzazione e sotto la pressione delle crisi finanziarie essi non possono più essere delegati alle donne in misura sufficiente come risorsa gratuita, né tantomeno essere soddisfatti dal mercato: un nesso che però non interessa ad Heinrich (come a tutta la Neue Marx-Lektüre) in quanto è del tutto estraneo alla sua comprensione della «critica dell’economia politica».

La tesi di Heinrich, da lui ripetutamente presentata, secondo la quale il nuovo processo storico di crisi sarebbe solo il «ritorno» della famigerata «normalità» capitalistica, quale quella, ad esempio, del XIX secolo e della prima metà del XX secolo, che sarebbe stata interrotta solo dalla cosiddetta «anomala» era della prosperità successiva alla seconda guerra mondiale, fa a pugni con i fatti. Una simile tesi manifesta solo il carattere astorico della teoria di Heinrich che non è in grado di comprendere il capitalismo come un processo storico irreversibile. Una «normalità» capitalistica statica, caratterizzata dallo stabile connubio tra una soddisfacente produzione di plusvalore e la povertà di massa protocapitalistica, non esiste e non è mai esistita e, di conseguenza, non è possibile il «ritorno» ad un tale «stadio» immaginario. In realtà lo Stato sociale, il lavoro normale, un grado di occupazione più elevato e regolare nell’industria etc. sulla base dell’applicazione scientifica nel capitalismo e della crescente socializzazione (negativa) erano già la condizione della produzione del plusvalore reale sul livello di produttività vigente.

L’inaridimento di importanti mercati interni, i flussi delle esportazioni sempre più unilaterali e il loro finanziamento mediante deficit o bolle finanziarie non rappresentano un prolungamento stabile dell’accumulazione ma sono già fenomeni di crisi estremi. Pertanto anche la presunta ascesa della Cina non è né una prosecuzione dell’espansione esterna, né di quella interna del capitale – come pensa Heinrich assieme alla maggior parte dei positivisti alla moda borghesi e di sinistra (che tengono dietro solo all’apparenza, senza un soddisfacente fondamento teorico) – in quanto questo «miracolo» riposa principalmente su deficit interni ed esterni. Lo si deve solo menzionare qui (e ancora una volta più in basso nel contesto della crisi storica del denaro moderno) anche se non fa parte del livello di rappresentazione di questo studio.

Abbandoniamo l’indulgenza affermativa nei confronti di fenomeni superficiali incompresi e interroghiamoci ancora una volta circa la spiegazione teorica della tesi secondo cui il capitalismo sarebbe ancora «agli inizi» e avrebbe quindi di fronte a sé enormi margini oggettivi per l’accumulazione. Ricordiamolo: muovendosi nel solco di Schumpeter Heinrich aveva addotto come causa di un processo di accumulazione realmente espansivo dopo la periodica «depurazione» solo l’«introduzione di innovazioni tecnologiche», con le conseguenti necessità di investimento, senza evidenziare alcuna connessione sistematica con la quantità di «lavoro astratto». Non può non suscitare ironia involontaria il fatto che egli, d’altro canto, accusasse di «determinismo tecnologico» e di «dialettica schematica tra forze produttive e rapporti di produzione» la teoria della desostanzializzazione e svalorizzazione storica del valore sulla base dello sviluppo delle forze produttive.

Heinrich stabilisce tutto ciò di cui ha bisogno, come pensa di averne bisogno, solo per poi dimenticare subito dopo, ad ogni piè sospinto, la sua stessa argomentazione. Infatti di che cosa si tratta se non del suo «determinismo tecnologico» quando egli desume dalla «introduzione delle innovazioni tecnologiche» un’eterna capacità di rinnovamento del processo di valorizzazione? Si limita a rigirare quel «determinismo tecnologico» che sostiene fondamentalmente di rifiutare e ne deriva, invece che il «limite interno», l’esatto contrario. Sul piano del contenuto questa affermazione è già stata confutata in precedenza. Resta solo da concludere che la teoria di un limite oggettivo che inizia storicamente a manifestarsi con un effetto a lungo termine dell’incremento della produttività sulla sostanza di valore del capitale complessivo è effettivamente fondata mentre il determinismo antitetico di Heinrich appare completamente cieco, presupponendo un automatismo risolutivo del tutto infondato. Chi è che argomenta in maniera davvero «schematica»? Quella di Heinrich non è neppure una dialettica quanto piuttosto un «meccanismo schematico tra forze produttive e rinnovamento dei rapporti di produzione».

E come la mettiamo ora con lo sviluppo effettivo sotto questo riguardo? Nella prospettiva della «distruzione creatrice» di Schumpeter, della teoria delle onde lunghe o anche della teoria della regolazione la scienza borghese e i marxisti tradizionali si attendevano, dopo la fine della prosperità fordista, con i relativi fenomeni di crisi, una nuova avanzata dell’accumulazione e un nuovo «modello di accumulazione» proprio come i i cristiani delle origini aspettavano il ritorno del Salvatore. Ma né la «società dei servizi», definita in termini vaghi, né le «innovazioni tecnologiche» della microelettronica hanno portato, per le ragioni già menzionate, alla tanto agognata nuova avanzata dell’accumulazione. Certo si sono avuti investimenti necessari per le nuove tecnologie e i loro prodotti ma l’automatismo della rigenerazione capitalistica, sostenuto da Heinrich e compagnia, sul livello basale della sostanza di valore, si è esaurito.

Lo dimostra anche un fenomeno che appare totalmente enigmatico per il modello esplicativo di Heinrich. Secondo questo modello lo sviluppo delle forze produttive della terza rivoluzione industriale grazie all’incremento continuo del plusvalore relativo (per unità di forza-lavoro) avrebbe dovuto conferire a questo paradigma un’importanza ancora maggiore rispetto all’epoca fordista, ormai terminata. Invece si è imposto globalmente, con un impeto spaventoso, il ritorno al paradigma del plusvalore assoluto come metodo privilegiato. La riduzione dell’orario di lavoro sulla base del successo nella produzione di plusvalore relativo è già da lungo tempo acqua passata. A partire dagli anni Novanta si osserva in tutto il mondo un drammatico allungamento dei tempi di lavoro. Anche nei centri capitalistici gli accordi contrattuali collettivi con le precedenti riduzioni dell’orario di lavoro sono stati in parte erosi, in parte semplicemente eliminati. Per giunta, in tutti i settori, gli straordinari sempre meno retribuiti sono ormai una consuetudine.

Lo stesso vale per l’intensificazione dei processi di lavoro, che non è più causata solo indirettamente dalle innovazioni tecniche, ma viene imposta direttamente con la semplice cancellazione dei posti di lavoro così da estorcere ai sempre meno numerosi lavoratori lo stesso dispendio di energie lavorative (o addirittura ancora di più) nello stesso tempo. Questa forma di produzione del plusvalore assoluto ha assunto una dimensione tale da superare talvolta perfino i metodi del XIX secolo (fino alla famigerata distribuzione di pannolini a cassieri e cassiere per risparmiare le corse alla toilette).

Qui non si tratta assolutamente solo di cambiamenti nelle relazioni esterne di potere e delle conseguenze di misure «politiche», riconducibili a rapporti di volontà o di «forza». Da parte dei sindacati non viene lanciata nessuna visibile controffensiva in quanto la situazione di emergenza determinata dalla deficitaria creazione di valore ha inasprito parallelamente anche la concorrenza sui mercati del lavoro mentre l’attività sindacale si è legata ormai da tempo alle condizioni di vendita della merce forza-lavoro. Le sfacciate misure repressive nelle imprese, socialmente riconducibili al dominio del plusvalore assoluto, andrebbero additate come reazioni cieche e disperate ai limiti interni della produzione di plusvalore. Se Heinrich intende riconoscere anche in questo fatto un «ritorno alla normalità» allora deve contraddire la sua tesi circa l’importanza del plusvalore relativo per la soluzione della crisi. O l’una o l’altra, non è più possibile spiegare i fenomeni reali con il suo filtro interpretativo.

Che si abbia a che fare con un limite interno del capitale complessivo lo si può dedurre anche indirettamente dal fatto che l’apparizione della «società dei servizi» e della terza rivoluzione industriale a partire dagli anni Ottanta è andata di pari passo con un’unica lunga catena di crisi finanziarie, che si dirige visibilmente al suo acme. Questo non sarebbe possibile se il meccanismo di compensazione prediletto da Heinrich, basato sul plusvalore relativo, funzionasse ancora o perlomeno se il passaggio al plusvalore assoluto avesse ripristinato la massa del plusvalore e del profitto.

Ed è precisamente questa anche la ragione per cui è assolutamente chiaro che la «depurazione» supposta da Heinrich non se la passa affatto bene. Sembra proprio che il lavaggio automatico del capitale non stia funzionando più. In effetti i custodi istituzionali del Graal capitalistico cercano di dilazionare lo shock da svalorizzazione, ormai previsto da tempo, con metodi sempre più avventurosi in quanto essi quantomeno presagiscono che in seguito a tale shock il sistema mondiale collasserebbe lasciandosi alle spalle solo terra bruciata nel senso del capitalismo. Pertanto queste elite, ormai disposte a commettere qualsiasi crimine nell’emergenza, dimostrano una maggiore consapevolezza della situazione reale dei sopravvissuti del marxismo e dei postmarxisti con Heinrich in testa. Su questo punto Heinrich si conforma paradossalmente agli ideologi neoliberali hardcore che si cullano nell’illusione dell’«adattamento», pretendendo quindi l’abolizione delle misure di salvataggio cosicché la natura possa fare il suo corso. Detto diversamente: la tesi della «depurazione» si rivela solo ideologia allo stato puro, proprio come la tesi dell’«adattamento» neoliberale.

[traduzione di Samuele Cerea]

Note

1. cf. https://www.exit-online.org/textanz1.php?tabelle=aktuelles&index=3&posnr=555, dove è possibile trovare anche la prefazione e l’indice, naturalmente in tedesco.

2. Inizialmente pensati come un unico libro intitolato Tote Arbeit, cioè Lavoro morto, che secondo il progetto iniziale avrebbe dovuto ospitare anche la conferenza poi diventata proprio Geld ohne Wert.

3. Lettura “atipica” di Marx che si rifa alla scuola di Francoforte, in particolare ad Adorno, e ha come suoi più noti esponenti Hans-Georg Backhaus, Helmut Reichelt e più recentemente Michael Heinrich, peraltro obiettivo polemico privilegiato nel presente scritto. Per una molto sommaria infarinatura, cf.https://en.wikipedia.org/wiki/Neue_Marx-Lektüre. Può essere utile anche la lettura dell’introduzione di Riccardo Bellofiore al libro di Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx, rintracciabile qui: https://www.riccardobellofiore.info/wp-content/uploads/doc/ConcettoNaturaMarx01-29.pdf.

4. Cioè la controversia sul positivismo e il suo metodo nata da uno scontro fra Karl Popper e Theodor Adorno. Cf.https://it.wikipedia.org/wiki/Positivismusstreit

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