Il vero golpe di Trump


Di Slavoj Žižek. Originale: O verdadeiro golpe de Trump. Fonte: Blog da Boitempo, 14 gennaio 2021. Traduzione di Enrico Sanna.

Quando il giudice britannico Vanessa Baraitser ha rigettato la richiesta di estradizione statunitense di Julian Assange, molti opinionisti di sinistra e progressisti hanno commentato la decisione con argomenti che ricordano Assassinio nella cattedrale di T. S. Eliot: “L’ultima tentazione è il tradimento più grande. Fare la cosa giusta per la ragione sbagliata.” Nel dramma, il personaggio Thomas Becket teme che la sua “cosa giusta” (la decisione di immolarsi per opporsi al re) si basi su una “ragione sbagliata” (la ricerca egoista della gloria). Hegel avrebbe risposto che nelle azioni ciò che conta è il loro contenuto pubblico: se io faccio un sacrificio eroico, è questo che conta, anche se le ragioni private sono patologiche.

Ma il rifiuto di estradare Assange negli Stati Uniti è un caso diverso. Certo era la cosa giusta da fare, ma ad essere sbagliata è la ragione dichiarata pubblicamente alla base della decisione. Il giudice ha confermato in toto quello che sostengono le autorità statunitensi, secondo le quali l’attività di Assange non rientrava nel giornalismo, e ha giustificato la decisione sulla base unicamente di ragioni di salute mentale. “L’impressione generale,” ha detto, “è che si tratti di una persona depressa, a tratti disperata, e si teme sinceramente per il suo futuro.” Ha poi aggiunto che proprio la sua grande intelligenza potrebbe portarlo a suicidarsi. Quella della salute mentale è pertanto una scusa. Il messaggio implicito è: “So che l’accusa è sbagliata, ma siccome non sono pronta ad ammetterlo preferisco tirar fuori la storia della salute mentale.” Per inciso, ora che il tribunale ha rigettato anche la possibilità di affidamento, Assange dovrà restare in carcere, in quel regime di isolamento che è la causa della sua disperazione suicida… La vita di Assange è (forse) salva, ma la sua Causa (la libertà d’informazione, la lotta per il diritto di denunciare i crimini dello stato) resta un crimine. Un buon esempio di cosa significano i diritti umani per i nostri tribunali.

Ma tutto ciò è ormai di dominio pubblico. Applichiamo ora il ragionamento di Eliot ad altri due fatti politici recenti. La pagliacciata di Washington il sei gennaio scorso non è forse la prova definitiva (se ancora serve) che Assange non deve essere estradato negli Stati Uniti? Sarebbe come estradare in Cina dissidenti scappati da Hong Kong.

Primo episodio. Quando Trump ha chiesto al suo vice Mike Pence di non certificare il voto elettorale, anche lui chiedeva che Pence facesse la cosa giusta per la ragione sbagliata: sì, il sistema elettorale statunitense è fraudolento e corrotto, è una grande farsa organizzata e controllata dallo “stato profondo”. Ma è interessante vedere le implicazioni della richiesta di Trump, secondo cui invece di agire secondo le formalità previste dalla costituzione, Pence avrebbe potuto rimandare o impedire la certificazione del collegio elettorale che doveva aver luogo nel Congresso. Dopo la conta dei voti, il vicepresidente deve soltanto dichiararne il risultato, che è già determinato; ma Trump voleva che Pence agisse come se stesse di fatto prendendo una decisione… Quella di Trump non era una rivoluzione ma solo il tentativo disperato di salvare la pelle costringendo Pence ad agire entro l’ordine costituzionale, interpretando la costituzione alla lettera più del dovuto.

Secondo episodio. Quando dei manifestanti sostenitori di Trump hanno invaso il Campidoglio il sei gennaio anche loro stavano facendo la cosa giusta per la ragione sbagliata. Avevano ragione a protestare contro il sistema elettorale statunitense con i suoi complessi meccanismi pensati per rendere impossibile l’espressione diretta dell’insoddisfazione popolare (come ammettevano espressamente gli stessi padri fondatori della patria). Ma l’assalto non era un golpe fascista. Prima di prendere il potere, i fascisti fanno accordi con  le grandi aziende. Ma noi abbiamo visto i capi delle grandi aziende dire che “Trump deve essere rimosso dalla carica per salvaguardare la democrazia”. Questo significa che Trump ha incitato i manifestanti a scagliarsi contro le grandi aziende? Niente affatto. Ricordiamo che [l’associazione dei costruttori] non solo si è opposta al programma fiscale di Trump, ma ha anche sostenuto apertamente l’aumento delle tasse al 40% per i ricchi, aggiungendo che salvare le banche con denaro pubblico è “socialismo per i ricchi”. Trump che difende gli interessi della gente comune ricorda Kane in un classico di Orson Welles. Quando un ricco banchiere lo accusa di parlare a nome della moltitudine povera, Kane risponde dicendo che, sì, è vero che il suo giornale parla a nome dei poveri, ma lo fa proprio per evitare il vero pericolo: che i poveri comincino a parlare per conto loro.

Come ha spiegato Yuval Kremnitzer, Trump è un populista che rimane dentro il sistema. Come tutti i populismi, anche quello di oggi diffida della rappresentazione politica e finge di parlare direttamente in nome del popolo. Il populismo di oggi si lamenta dicendo di avere le mani legate dallo “stato profondo” e dall’establishment finanziario. Il messaggio implicito è: “se non avessimo le mani legate, potremmo liberarci dei nemici una volta per tutte”. Diversamente dal vecchio populismo autoritario (come il fascismo), che era disposto ad abolire la democrazia formale-rappresentativa per prendere il potere e imporre un nuovo ordine, il populismo di oggi non ha un’idea coerente di alcun nuovo ordine. Ciò che sta dentro la sua ideologia e la sua politica è un minestrone di strumenti che serve a comprare i “nostri” poveri, ridurre le tasse per i ricchi, dirigere l’odio verso capri espiatori come i migranti, le minoranze, la nostra “élite corrotta che sta portando via dal paese i posti di lavoro” e così via… È per questo che i populisti di oggi sono restii a disfarsi realmente della democrazia rappresentativa istituzionale per assumersi tutto il potere: libera dai “ceppi” dell’ordine liberale contro cui finge di lottare, la nuova destra sarebbe costretta a passare davvero all’azione, e questo porterebbe a galla il vuoto del loro programma. L’unica cosa che possono fare oggi i populisti è rimandare indefinitamente i loro obiettivi, possono soltanto definirsi in opposizione allo “stato profondo” dell’establishment liberale. La nuova destra, almeno per ora, non cerca di imporre un bene supremo – come la nazione o il leader – che esprima pienamente la volontà del popolo e permetta così di arrivare anche all’abolizione dei meccanismi rappresentativi.

In altre parole, le vere vittime di Trump sono i suoi stessi sostenitori tra la gente comune, che prendono sul serio le sue chiacchiere contro le élite corporative liberali e le grandi banche. È lui stesso il traditore della sua causa populista. I critici liberali lo accusano dicendo che finge di dissuadere i suoi sostenitori più estremi disposti a fare la lotta violenta in nome suo, mentre in realtà sta al fianco loro e li incita alla violenza. Ma la verità è che Trump non sta con loro. La mattina del sei gennaio, Trump ha tenuto un comizio davanti al colonnato della Casa Bianca: “Marceremo in Campidoglio. Andremo a tirare i capelli ai nostri bravi senatori, senatrici e deputati. E probabilmente per alcuni non impiegheremo tanto, non si riprende il paese con la cortesia. Dovete mostrare la vostra forza, dovete essere forti.” Quando poi la turba ha fatto davvero così ed è andata in Campidoglio, Trump si è ritirato nella Casa Bianca per guardare in televisione lo svolgersi della violenza.

Trump voleva anche fare un colpo di stato? La risposta è chiaramente no. Quando la folla ha invaso il Campidoglio, Trump ha rilasciato questa dichiarazione: “Capisco la vostra sofferenza. So che ci sono feriti tra voi. L’elezione ci è stata rubata. Abbiamo vinto, e abbiamo vinto con un margine schiacciante. Lo sanno tutti, a cominciare da loro. Ma ora dovete tornare a casa. Abbiamo bisogno di pace. Servono legge e ordine.” Trump ha addossato ai suoi oppositori le colpe della violenza e ha elogiato i suoi sostenitori dicendo: “Non dobbiamo stare al gioco loro. Abbiamo bisogno di pace. Tornate a casa. Vi amiamo; siete molto speciali.” Quando la folla ha cominciato a disperdersi, Trump ha scritto un tweet difendendo l’azione dei suoi sostenitori che avevano invaso e vandalizzato il Campidoglio: “Questo è quello che succede quando una sacra e schiacciante vittoria elettorale viene rubata così crudelmente e senza tanti complimenti.” E ha concluso così: “Ricordatevi sempre di questo giorno!” E noi ce lo ricorderemo, perché mette a nudo tanto la farsa della democrazia statunitense quanto quella della protesta populista contro di essa. Poche sono le elezioni statunitensi importanti; come quella per il governatorato della California nel 1934, quando il candidato democratico Upton Sinclair perse perché tutto l’establishment organizzò un’inedita campagna di bugie e diffamazioni (le aziende di Hollywood arrivarono a dire che che Sinclair avesse vinto si sarebbero trasferite in Forida, ad esempio).

Una folla di scontenti infuriati che attacca il congresso nel nome di un presidente popolare privato del suo potere con manipolazioni parlamentari… suona famigliare? È quello che avrebbe dovuto accadere in Brasile nel 2016 o in Bolivia nel 2019. Lì il popolo avrebbe avuto tutto il diritto di invadere il parlamento e riportare al potere il presidente eletto. Negli Stati Uniti in gioco c’era tutt’altro. Speriamo dunque che quello che è accaduto il sei gennaio a Washington metta fine perlomeno a quell’oscenità che è l’invio di osservatori statunitensi all’estero per giudicare la correttezza delle elezioni. Ad aver bisogno di osservatori oggi sono proprio gli Stati Uniti. Sono loro il rogue state, come dicono spesso di altri paesi; e questo non solo dopo che Trump ha assunto la presidenza. La (quasi) guerra civile in corso rivela una spaccatura che è sempre esistita.

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