Fine corsa


Di Robert Kurz. Originale: A desvalorização do valor. Fonte: Obeco. Traduzione di Enrico Sanna.

La svalorizzazione del valore

Il capitalismo non è altro che un’incessante “valorizzazione del valore”, che assume la forma della trasformazione fine a se stessa di denaro in più denaro. Ma in cosa consiste il valore? Secondo Marx, nel “lavoro astratto” rappresentato dalle merci, ovvero nel dispendio di “nervi, muscoli e cervello” occorrenti al processo di produzione. Ma ha valore solo quel lavoro che risponde allo standard produttivo. E questo è determinato dal mercato e dalla “muta coercizione della concorrenza” (Marx) che domina il mercato. Sul mercato mondiale, in assenza di interventi, si impone il livello di produttività più alto che è quello dei centri del capitalismo. I paesi periferici possono raggiungere questo livello, sempre che ci riescano, solo con un dispendio brutale di forza lavoro. Date queste condizioni, è possibile che il prodotto del lavoro di migliaia di lavoratori cinesi malpagati non contenga tanto valore quanto quello di un singolo lavoratore occidentale dotato di tecnologie avanzate. Pertanto, è illusorio pensare che l’impiego massiccio di manodopera a basso costo in Cina, India e altrove faccia crescere, proporzionalmente, la produzione globale di valore.

Nel corso delle tre rivoluzioni industriali, il livello della produttività è salito progressivamente per effetto della concorrenza. Quanto più è alta la produttività, però, tanto più è piccola la quantità di lavoro valido incorporata in ogni singola merce, e dunque tanto più è piccolo il valore di quest’ultima. Vediamo qui l’auto-contraddizione logica del capitalismo, che da un lato ha come fine l’accumulazione infinita di valore, mentre dall’altro lato è esso stesso a eliminare progressivamente la sostanza del valore dalle merci. Storicamente, questa contraddizione è stata compensata con l’espansione capitalista: più cala il valore di ogni singola merce, e più merci devono essere prodotte e vendute. Ma c’è un limite logico. Ad un certo punto, invadere il mondo di merci cessa di essere conveniente. Assieme alla sostanza del valore di scambio cade anche il potere d’acquisto, in quanto questo è solo un momento di quello. Nella terza rivoluzione industriale, l’equazione salta: alla disoccupazione di massa globale corrisponde la svalorizzazione interna delle merci. Con una sostanza di valore ridotta a dosi omeopatiche, le merci diventano semplici beni naturali; è solo artificialmente che possono essere fatti rientrare nella forma del prezzo in denaro.

Il denaro, in quanto “equivalente generale”, altro non è se non una merce distinta, merce suprema. La funzione del denaro in quanto “medium in cui conservare il valore” richiede, in ultima analisi, una sostanza che possieda valore intrinseco. Storicamente, erano i metalli nobili a svolgere questa funzione, perché rappresentavano “lavoro astratto” in forma estremamente condensata. Ma da quando il denaro ha preso a circolare a velocità crescente, non basta tutto l’oro del mondo per rappresentare la massa crescente di merci prodotte. Nel corso del ventesimo secolo, il denaro è stato disgiunto dalla sostanza di valore dei metalli nobili; l’ultimo legame è stato rotto nel 1973, quando anche il dollaro, valuta di riserva mondiale, è stato slegato dall’oro. Rimane la garanzia dello stato, che però è fragile. Da qui le sempre più frequenti inflazioni e le crisi monetarie e valutarie. Oggi, a garantire il dollaro c’è solo la macchina militare statunitense; dietro l’euro non c’è nulla; la maggior parte delle altre valute in qualche modo è già decaduta. La minaccia di una grande crisi monetaria mondiale non viene dalla concorrenza tra il dollaro e l’euro, ma dalla desostanzializzazione del denaro in generale. Alla svalorizzazione della forza lavoro corrisponde la svalorizzazione delle merci, che a sua volta porta alla svalorizzazione del denaro. E con questo è la relazione sociale feticista propria della modernità in generale a diventare inutile.

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