Arrivano i buoni


Valori o prezzi?

Di Michael Roberts. Originale pubblicato il 15 marzo 2021 su The next recession con il titolo Mark Carney: value or price? Traduzione di Enrico Sanna (sempre lui!).

Mark Carney ha pubblicato un libro. S’intitola Value(s): Building A Better World For All. Carney, nato in Canada, è l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, il più pagato, con 680.000 sterline l’anno più 250.000 per le spese dell’alloggio. Qualche tempo fa ha detto: “Con l’amministrazione pubblica non ci si arricchisce”!

Prima era governatore della Banca del Canada, il più giovane tra i paesi del G20. Ancora prima, per tredici anni, lavorò, guarda caso, per Goldman Sachs, dove ebbe un ruolo importante nel convincere la maggioranza nera del governo sudafricano a emettere bond internazionali, ed era particolarmente attivo anche durante la crisi del debito russo del 1998. Goldman faceva miliardi mentre le economie sudafricana e russa affondavano. E Carney ha fatto una fortuna lavorando per Goldman Sachs. Quando, recentemente, gli hanno chiesto se pensava che il lavoro svolto per questa banca d’investimento fosse servito a “costruire un mondo migliore per tutti”, data la sua reputazione di “piovra della finanza”, lui ha risposto: “È una domanda interessante. Quando ci ho lavorato io, Golman Sachs non era il marchio più tossico della finanza globale, era il migliore.” A quanto pare, ne è uscito giusto in tempo.

Recentemente, gli hanno chiesto quale è stato il suo risultato migliore presso la Banca d’Inghilterra. La risposta: “Un processo decisionale più inclusivo con uno staff più diversificato.” Una più ampia varietà di banchieri; un grande risultato davvero. Non a caso Carney riceve molti elogi da parte dei grandi. Nel 2010 Time l’ha dichiarato una delle cento persone più influenti al mondo, nel 2011 il canadese più fidato al mondo, e The Tablet nel 2015 ha detto che è il cattolico britannico più influente. Ultimamente, ha fatto capire di voler diventare il leader del partito liberale canadese se e quando Trudeau lascerà.

Dopo la Banca d’Inghilterra, ha cominciato a lavorare per la Brookfield Asset Management come consulente per gli investimenti ecologici. Sarà anche consigliere, oltre dell’Onu, anche del governo del conservatore Johnson alla conferenza sul clima Cop26, che avrà luogo a Glasgow il prossimo novembre.

E mentre svolgeva i suoi compiti “ambientali”, ha scritto un libro che illustra il suo pensiero sulla natura dei mercati. E in cui spiega anche di avere, modestamente, “introdotto riforme globali che hanno eliminato i punti deboli causa delle crisi finanziarie, combattuto la cultura maligna al cuore del capitalismo finanziario e cominciato ad affrontare le sfide di fondo della quarta rivoluzione industriale nonché del rischio esistenziale rappresentato dai cambiamenti climatici.” Ma mentre era impegnato in impegni rivoluzionari, la sua fiducia nei “mercati” ha perso un po’ di smalto: “Ho visto crollare la fiducia della gente nelle élite, nella globalizzazione e nella tecnologia. E ho capito che questi problemi riflettono una crisi diffusa dei valori, e che occorrono cambiamenti radicali per costruire un’economia che funzioni per tutti.

Non è la prima volta che Carney critica le economie di “mercato” e la scienza economica dominante. Nel suo libro nota che, in questo mondo di economie di mercato, permangono povertà globale e disuguaglianza, e, fatto per lui importantissimo, si distrugge l’ambiente. Carney si chiede perché mai le risorse naturali non abbiano un valore se non quando hanno un prezzo. E fa l’esempio della foresta amazzonica, che diventa importante solo se viene trasformata in un gigantesco allevamento. Questo significa che il prezzo non è un buon indicatore di valore. Ora, con la crisi del covid, Carney nota che ad essere più preziosi sono i lavori pagati relativamente poco, ovvero che non hanno un prezzo adeguato.

Il problema, secondo Carney, è che in fatto di  mercato “noi viviamo nell’aforisma di Oscar Wilde: sappiamo il prezzo di ogni cosa e il valore di nulla, e con costi incalcolabili per le nostre società.” Vedete, quando andiamo oltre la compravendita di beni e l’offerta di servizi necessari, il “mercato” diventa insufficiente. Nel passaggio da un’economia di mercato ad una società di mercato, valore e valori cambiano. “Il valore di qualcosa, di un’azione o di qualcuno è identificato con il suo valore monetario, il quale è determinato dal mercato. La logica della compravendita non si applica solo ai beni materiali, ma governa sempre più spesso tutta la vita, dalla sanità alla scuola, la sicurezza e la protezione dell’ambiente.

I mercati mercificano i bisogni e questo è un problema perché “mercificare significa mettere in vendita un bene, e quindi può corrodere il valore di ciò a cui viene attribuito un prezzo. Come dice il filosofo politico Michael Sandel, “Quando stabiliamo che certi beni e servizi possono essere comprati e venduti, stiamo stabilendo, almeno implicitamente, che è bene trattarli come merci, come strumenti di profitto e d’uso.

Allontanandosi dalla filosofia del libero mercato libertaria di Milton Friedman e Ayn Rand, Carney fa appello alla filosofia morale del suo eroe, Adam Smith. “Dare un prezzo a tutto quello che fa l’uomo significa erodere certi patrimoni civili e morali. Chiedersi fino a che punto lo scambio reciprocamente vantaggioso debba essere considerato un guadagno in termini di rendimento significa porsi un interrogativo morale. Dobbiamo metterci in vendita? Dovrebbe esistere un mercato del diritto di avere un figlio? E perché non un’asta per il diritto di non fare il servizio militare?

Adam Smith, verosimilmente grande sostenitore della “mano invisibile” del libero mercato, non sempre era così. Smith era contro i monopoli e la corruzione che danneggiano il libero commercio, ma diceva anche che doveva esserci un contrappeso morale a sostegno dei deboli e degli sfruttati. Carney cita l’opera meno famosa di Smith, Teoria dei sentimenti morali, dove è scritto: “Per quanto l’uomo possa essere egoista, ci sono nella sua natura dei principi che lo spingono ad interessarsi delle sorti altrui e che fanno sì che la felicità degli altri gli sia necessaria, per quanto non ne ricavi nulla se non il piacere di sapere che sono felici.

È così che Carney arriva al dilemma: prezzo o valore? O, detto in termini marxisti, valore di scambio o valore d’uso? L’economia dovrebbe servire ad accrescere il benessere sociale, ma è invece ossessionata con i prezzi di mercato. “Ciò evidenzia l’errore morale di molti economisti tradizionali, che considerano le virtù sociali un bene scarso, anche se vediamo che con l’esperienza cresce anche l’interesse per il pubblico.” Carney propone di “ristabilire un equilibrio” tra mercati e morale, tra prezzi e valori.

Carney non è il primo gallonato dell’élite finanziaria a “moralizzare” sui fallimenti del capitalismo, magari in pensione, dopo aver fatto il proprio dovere in tutta una serie di impieghi ad alto prezzo e di scarso valore. Un altro banchiere centrale, cristiano, Mario Draghi, recentemente nominato (non eletto) presidente del consiglio in Italia, già a capo della banca centrale europea e, guarda caso, anche lui dirigente di Goldman Sachs, ha anche lui parlato di una filosofia morale che guiderebbe le sue buone intenzioni quando si tratta di portare avanti le strategie del capitale finanziario.

Ai tempi della crisi del debito pubblico greco, quando i greci perdevano il lavoro e i mezzi per vivere al fine di pagare il debito alle banche francesi e tedesche, Draghi disse: “la crisi ha intaccato la fiducia della gente nella capacità dei mercati di generare prosperità per tutti. Ha messo in crisi il modello sociale europeo. Vediamo un’incredibile concentrazione di ricchezza in un mare di difficoltà economiche. Interi paesi soffrono le conseguenze di scelte sbagliate; ma anche per colpa di forze di mercato che talvolta sono fuori dal loro controllo.” Come il Carney di oggi, anche Draghi allora si chiedeva: “entro quale cornice si possono conciliare la libera impresa e la spinta al profitto, da una parte, con l’attenzione per il bene comune e la solidarietà verso i deboli dall’altra?” E rispondeva esattamente come fa oggi Carney: “Dobbiamo lasciarci guidare da uno standard morale superiore, e dalla fede nella creazione di un ordine economico che serva tutti quanti.

Draghi poi continuava spiegando che “sto dalla parte di Marx. Non Karl, ma Reinhart. Il cardinale Reinhart Marx giustamente dice che l’economia non è fine a se stessa, ma al servizio dell’uomo.” Il cardinale Reinhart Marx è l’arcivescovo di Monaco che nel pieno dell’ultima grande recessione ha scritto un libro dal titolo Das Kapital: A Plea for Man, che parafrasa l’opera di Karl di cui però rifiuta le idee. Reinhart Marx vorrebbe un’economia di mercato “che sia più generosa con i deboli e gli oppressi”, e che “non premi i comportamenti immorali”. Dovrebbe piacere anche a Carney.

Pare che questo richiamo ai “valori morali” al di sopra delle “forze di mercato” l’abbia fatto anche l’ex capo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ai tempi in cui Carney era lì. Subito dopo la fine del crollo finanziario globale, nel 2010, intervistarono Blankfein e gli chiesero quali responsabilità “morali” avessero Goldman Sachs e altre banche d’investimento riguardo il collasso finanziario che aveva scatenato la peggior crisi economica (prima del covid) dalla seconda guerra mondiale. Lui rispose dicendo che come banchiere di primo piano aveva il compito di fare la “volontà di Dio”.

Blankfein continuò la sua crociata morale a capo della banca durante lo scandalo multimiliardario dei fondi pubblici di 1MDB, quando l’ex primo ministro malese Najib Razak e la sua famiglia dirottarono miliardi verso le loro tasche, apparentemente, con la connivenza di Goldman Sachs. Fare la volontà di Dio in questo caso significava, pare, affidare a Goldman Sachs il compito di emettere obbligazioni per conto di 1MDB per un valore di 6,5 miliardi di dollari, di cui una parte considerevole (2,7 miliardi) di fondi pubblici furono appropriati illecitamente.

Qual è la soluzione pratica di Carney alle contraddizioni tra prezzo e valore create dal mercato? La solita, ovvero cercare di tener conto dei bisogni sociali facendo pressioni sulle imprese capitaliste, convincendole ad agire in maniera etica per “un mondo che sia migliore per tutti”. Servendosi della sua recente società di gestioni patrimoniali, punta a convincere gli investitori a fare investimenti etici e “verdi”.

Ma ecco che quando si è ritrovato a citare Reith sul suo libro che parla di “valori” ha dovuto ritrattare una sua precedente dichiarazione secondo cui il portfolio da 600 miliardi di dollari della Brookfield Asset Management era ad impatto zero. La dichiarazione si basava sul fatto che la Brookfield ha un ampio portfolio di energie rinnovabili “con l’assenza di emissioni che ne consegue”. La cosa fu denunciata come trucco contabile perché alle emissioni evitate fanno da contraltare le emissioni derivanti da investimenti in carbone e altri combustibili fossili responsabili di una impronta ecologia della Brookfield pari a 5.200 tonnellate di anidride carbonica.

Giusto questa settimana, nientemeno che il Financial Times nota che questi investimenti etici sono spesso un fallimento perché le aziende non hanno nessuna intenzione di ridurre le emissioni. “L’instancabile opera di innovazione del capitalismo, come la vediamo nelle auto elettriche o negli alimenti a base vegetale, serve a fornire beni di qualità equivalente, o simile, alleggerendo al contempo l’impronta ecologica. Ma ci sono dei furbi che usano l’ambientalismo per far passare per salvezza del pianeta molti prodotti che al massimo hanno un impatto neutro. La finanza verde sta prendendo la stessa piega: gli investitori stanno scoprendo che cambiare un’etichetta non può sostituire il compito difficile di esaminare ciò che viene offerto. Nonostante le promesse, essere ecologici non è mai facile.

Così come Draghi, parlando del controllo “morale” delle forze di mercato, cita Reinhart Marx evitando Karl Marx, anche Carney evita Karl Marx e confida invece in Adam Smith e Oscar Wilde. Non dice però che Oscar Wilde, il grande drammaturgo, poeta e letterato, era un devoto socialista. Il succitato aforisma di Wilde è un richiamo chiaramente socialista, non morale.

Il suo saggio L’anima dell’uomo sotto il socialismo dice l’esatto contrario delle conclusioni di Carney. È vero, il capitalismo mercifica i bisogni sociali (valori d’uso) trasformandoli in valori di scambio e profitto a vantaggio del capitale. Questo genera povertà, disuguaglianza, crisi, crolli finanziari, cambiamenti climatici, pandemie e distruzione dell’ambiente. Ma per Wilde il problema non poteva essere risolto ammorbidendo la natura distruttiva del capitalismo con valori morali. Come dice lui stesso, “è immorale utilizzare la proprietà privata al fine di alleviare quelle sofferenze terribili causate dall’istituzione della proprietà privata stessa. Immorale e scorretto.”

E continua: “Con il socialismo tutto questo ovviamente cambierà. Non ci saranno persone che vivono in luridi tuguri vestite di luridi stracci, che allevano bambini malsani e affamati in ambienti impossibili e repellenti. A differenza di oggi, la sicurezza della società non dipenderà dallo stato e dal tempo. Se arriva una gelata, non ci ritroveremo con centomila persone senza lavoro, che vagabondano per le strade nella miseria più schifosa, che chiedono lamentosamente l’elemosina ai vicini, ammassati attorno ad un fetido riparo alla ricerca di un po’ di pane e di un letto pidocchioso in cui dormire. Ogni membro della società avrà la sua parte di benessere e prosperità, e se arriva una gelata nessuno ne soffrirà.

E conclude: “Il socialismo, il comunismo, o comunque lo si voglia chiamare, riporterà la società alla sua condizione di organismo perfettamente sano grazie alla conversione della proprietà privata in benessere pubblico, assicurando così il benessere di ogni membro della comunità. Porrà la vita sulle sue basi e nel suo ambiente adatto.

In sostanza, non si tratta di valori opposti a prezzi, ma di bisogni sociali opposti al profitto privato.

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