Aspettando Amsterdam


Jacques Le Goff

Tra XIX e XX secolo almeno tre pensatori di primo piano hanno proposto una definizione di capitalismo. Le loro posizioni sono state analizzate in un interessante libro di Philippe Nord.

A suo avviso Fernand Braudel vede nel capitalismo qualcosa di diverso dall’economia di mercato. Il capitalismo trarrebbe origine dalla comparsa e dall’avvicinamento al potere di un gruppo di commercianti in grado di imporsi soprattutto grazie alla capacità di rifornire di beni le grandi città superando le limitazioni imposte dalle autorità politiche. Si tratterebbe quindi, più che di un sistema di organizzazione economica, di un dato culturale, un insieme di pratiche di aggiramento delle regole. Per Braudel il fenomeno farebbe la sua comparsa nel XII secolo nelle città italiane e nel XIII a Parigi. Le idee che ho esposto in questo saggio chiariscono senza ambiguità che io non credo alla realtà del capitalismo medievale.

Sempre secondo Norel, Karl Marx concepisce il capitalismo come un autentico modo di produzione che si impone storicamente quando borghesia e nobiltà si appropriano, appunto, dei mezzi di produzione. Per Marx il capitalismo, pur muovendo i primi passi tra i secoli XII e XV, non si afferma veramente che nel Cinquecento e nel Seicento. Dal mio punto di vista, questa visione ha almeno il vantaggio di lasciare il Medioevo fuori dalle origini del capitalismo.

Il terzo pensatore studiato da Norel è Max Weber, che all’inizio del XX secolo definisce il capitalismo come un’organizzazione dell’economia in vista di un profitto realizzabile grazie all’accantonamento preliminare di un capitale adeguato.

Per Weber questo sistema compare nel Cinquecento e si organizza compiutamente tra XVI e XIX secolo. L’interpretazione di Weber include una celebre teoria, oggetto di un incessante dibattito: la Riforma protestante avrebbe avuto un’influenza decisiva, se non sulla nascita del concetto, certamente sullo sviluppo del capitalismo. Di nuovo, per me l’essenziale è che non si possa parlare di capitalismo prima del XVI secolo.

A queste tre tesi va aggiunta quella di Immanuel Wallerstein, uno storico nordamericano molto legato a Braudel.

A suo parere il capitalismo è strettamente connesso a ciò che Braudel chiamava economia-mondo; la data di nascita del capitalismo sarebbe quindi da collocare intorno al 1450, appunto quando l’Europa entra in un’economia-mondo.

Sono convinto che gli elementi costitutivi del capitalismo non esistono ancora nell’Europa medievale. Il primo di questi elementi è un rifornimento adeguato e regolare sia di metallo prezioso, necessario alla fabbricazione della moneta, sia di valuta cartacea, sul modello di quanto già realizzato dai cinesi. Come abbiamo visto, il Medioevo si è trovato a più riprese al limite della «carestia monetaria», e lo era ancora alla fine del XV secolo. È noto che Cristoforo Colombo, animato dal sogno quasi mistico dell’Eldorado indiano, che si rivelò in realtà americano, cercava tra le altre cose, e forse più di tutto, una terra tanto ricca di oro da saziare gli appetiti della cristianità. In effetti, questa ineludibile esigenza del capitalismo venne soddisfatta solamente dopo la scoperta dell’America e l’arrivo regolare in Europa di grandi quantità di oro e argento, la cui ridistribuzione era gestita nel XVI secolo dalla Casa de Contratación di Siviglia. Una seconda condizione necessaria al capitalismo è la sostituzione della pluralità dei mercati, che avevano frammentato l’uso delle valute malamente regolato dalle fiere e dai lombardi, con un mercato in qualche modo unificato; questo evento non si verificherà prima del XVI secolo e da allora, nel susseguirsi di una serie di mondializzazioni, non si è ancora interamente compiuto. Il terzo fattore decisivo, a mio parere, è la presenza di un organismo che non era riuscito a imporsi ad Anversa nel XV secolo e che invece si costituì con successo nel 1609 ad Amsterdam: la Borsa.

Da: Jacques Le Goff, Lo sterco del diavolo

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