La società anestetica


Di Gian Luca Garetti. Fonte: Perunaltracittà, 8 Marzo 2021.

La coazione a produrre nell’eccesso di positività

In questo articolo mettiamo in dialogo  gli ultimi due libri del filosofo coreano Byung-Chul Han: La società senza dolore, Einaudi, Torino 2021 e La scomparsa dei riti, nottetempo, Milano 2021. Nel primo saggio Han, uno dei pensatori contemporanei più ispirati, punta il dito contro l’odierna società neoliberista, che tenta di anestetizzare la politica, con governi palliativi, che la rendono immune alla critica, che ricordano il governo Draghi:

‘La politica s’installa in un’area palliativa e smarrisce qualsiasi vitalità. La mancanza di alternativa è un analgesico politico. Il “centro” diffuso sortisce un effetto palliativo. Invece di discutere di lottare per argomenti migliori, ci si abbandona alle imposizioni del sistema. Si fa così strada una post-democrazia. Una democrazia palliativa […]. La politica palliativa manca di visione e non sa realizzare forme incisive, che potrebbero far male. Preferisce ricorrere ad analgesici di breve efficacia che si limitano a velare disfunzioni e fallimenti sistemici. La politica palliativa non ha il coraggio del dolore. Quindi perpetua l’Uguale’. Il capitalismo rende ogni cosa confrontabile e quindi uguale. Esso crea un inferno dell’Eguale. ‘L’anestesia permanente nella società palliativa derealizza il mondo’.

Il dolore viene respinto ai margini (algofobia) per fare spazio ad un benessere mediocre. È proprio la persistente insensatezza della vita a far male. Nell’Antropocene, l’uomo è più vulnerabile che mai. Insieme agli altri animali, l’uomo è solo ‘la glassa dell’evoluzione’, mentre la vera e propria torta è costituita da microbi, che minacciano in ogni momento d’infrangere quella fragile superficie. Ed il virus sars-cov-2 lo sta a dimostrare. ‘La pandemia rende di nuovo visibile la morte da noi meticolosamente rimossa e sfrattata [tanatofobia]. La sovraesposizione mediale della morte ci rende nervosi’.

Nel secondo saggio, Han descrive le patologie dell’oggi, provocate dal regime neoliberista. Viviamo in una società patologica, dominata dalla coazione alla produzione, che si diffonde a tutti gli ambiti della vita, dall’eccesso di positività, dal narcisismo collettivo, dalla coazione a comunicare, che ci trasforma in una società della comunicazione senza comunità. Una via d’uscita è rappresentata dai riti, percezioni simboliche che liberano il mondo dalla propria contingenza e ottengono un che di permanente, creando una comunità senza comunicazione. Riuniscono le persone e creano un legame, una totalità, una comunità. Oggi il mondo è assai povero di simboli. ‘Nel vuoto simbolico si perdono quelle immagini e quelle metafore capaci di dare fondamento al senso e alla comunità, stabilizzando la vita’. La scomparsa dei simboli rimanda alla crescente atomizzazione della società. I riti trasformano l’essere nel mondo in un essere-a-casa, fanno del mondo un posto affidabile, rendono il tempo abitabile anzi lo rendono calpestabile come una casa. Stabilizzano la vita, per mezzo della propria medesimezza e della loro ripetizione, dando al tempo una struttura stabile in un presente vivo, mentre oggi il tempo precipita in avanti, non è abitabile. Rendono dunque la vita resistente. ‘L’odierna coazione a produrre sottrae alle cose la loro resistenza: essa distrugge consapevolmente la durata allo scopo di produrre di più, di costringere ad un maggior consumo’. Indugiare diventa impossibile, perché presuppone cose che durano. Lo smartphone è una non-cosa che non consente alcun indugio, che porta inquietudine e ad un utilizzo costrittivo, invece da una cosa non dovrebbe scaturire nessuna costrizione.

Han guarda ai riti, senza alcuna nostalgia. Così infatti sottolinea subito nell’Avvertenza: ‘Il presente saggio non è animato dallo struggente desiderio di un ritorno ai riti’.

Un’altra modalità di vita.

A caccia di nuovi stimoli, eccitazioni ed esperienze oggi perdiamo la capacità di ripetere e le ripetizioni stabilizzano la vita. Nei dispositivi neoliberali, nella coazione a produrre, è insita una coercizione permanente verso il nuovo. In questo nuovo è però insita una struttura temporale che sbiadisce, che va ad incrementare il pantano della routine. Per sfuggirle, per sfuggire al vuoto, ecco che consumiamo ancora più cose nuove, nuovi stimoli ed esperienze. ‘Chi si aspetta sempre qualcosa di nuovo, di eccitante, perde di vista ciò che è già lì’. Il ‘vivere intenso’ come da pubblicità del regime neoliberista altro non è che un consumo intenso.

‘Dinanzi all’illusione del ‘vivere intenso’ bisogna riflettere su un’altra modalità di vita, più intensa dell’incessante consumare e comunicare. I riti creano una comunità della risonanza capace di armonia, di un ritmo comune: I riti creano assi di risonanza consolidati in chiave socioculturale, lungo i quali sono esperibili, relazioni di risonanza verticale (verso gli dei, il cosmo, il tempo, l’eternità), orizzontale (nella società civile), e diagonale (in rapporto alle cose). Senza risonanza si viene ributtati in se stessi, si viene isolati. Il crescente narcisismo si oppone all’esperienza risonante’.

L’homo psichologicus narcisistico è prigioniero in se stesso, nella propria ingarbugliata interiorità, isolato, vive se stesso, nella costante produzione di ulteriori prestazioni. La sua povertà di mondo lo fa semplicemente girare su se stesso, così cade in depressione. Del tutto incapace di uscire da se stesso e di superarsi proiettandosi nel mondo, si incapsula, con un tormentoso senso di vuoto. Il comportamento auto-aggressivo è diventato epidemico, nella società dominata dal narcisismo in cui ciascuno si sobbarca se stesso fino all’insostenibile. Il mondo scompare. L’anima è per così dire ricoperta da una callosità che rende insensibili, non ricettivi nei confronti dell’Altro. Così si isolano gli esseri umani invece di riunirli in un Noi, così si erode la comunità. ‘Invece della rivoluzione c’è la depressione’.

Denarcisizzare la società

Viviamo in una società in cui aumentano solitudine ed isolamento, peraltro accentuati dal narcisismo e dall’egoismo’. L’arte di vivere oggi  significa sfuggire a se stessi, ammazzare la psicologia, creare relazioni, ricercare modi di vivere e di giocare che ancora non hanno un nome. ‘I riti producono una distanza da sé, una trascendenza da sé. Essi depsicologizzzano, deinteriorizzano chi li inscena’. La cerimonia giapponese del tè è un esempio di come rendere pensabile un altro modo di vivere, per liberare la società dal narcisismo. L’Io vi si immerge nel gioco rituale dei segni, dove non c’è spazio per la psicologia: si viene letteralmente depsicologizzati. Gli attori sprofondano in se stessi in gesti rituali che producono un’assenza, una dimenticanza di sé. Nella cerimonia del tè non avviene alcuna comunicazione, non si comunica nulla, imperversa un silenzio rituale. La comunicazione si ritira in favore dei gesti rituali. L’anima ammutolisce. E nel silenzio si scambiano gesti che generano un intenso stare insieme. L’effetto benefico della cerimonia del tè consiste nel fatto che il suo silenzio rituale è del tutto contrapposto all’odierno baccano della comunicazione, alla comunicazione senza comunità. Questo rito, al contrario, crea una comunità senza comunicazione.

‘La nuova forma di dominio recita: Sii felice’

La felicità, in forma di capitale emotivo positivo, deve garantire un’ininterrotta capacità di prestazione. ‘Il dispositivo neoliberista della felicità ci distrae dai rapporti di dominio vigenti costringendoci all’introspezione. Fa sì che ognuno si tenga occupato con se stesso, con la propria psiche, invece indagare criticamente le questioni sociali’. Oggi siamo prigionieri della nostra psicologia. Noi viviamo in una società della positività che tenta di sbarazzarsi di tutto ciò che è negativo. Anche la psicologia segue questo cambio di paradigma e passa dalla ‘psicologia della sofferenza’, alla ‘psicologia positiva’ che si occupa del benessere, della felicità e dell’ottimismo. L’agire sociale viene svalutato mentre il contesto psicologico assume un peso sempre maggiore. La sofferenza, della quale sarebbe responsabile la società, viene privatizzata e psicologizzata ed interpretata come il risultato del proprio fallimento. Il dispositivo della felicità isola l’essere umano e conduce ad una spoliticizzazione e desolidarizzazione della società. C’è l’idea che nella nostra società profondamente ineguale vada tutto bene, che le condizioni da migliorare non siano sociali, bensì psichiche e così si velano i malcostumi sociali. A salire sul palco non sono i rivoluzionari, bensì i trainer motivazionali che impediscono il diffondersi del malumore o anche della rabbia. Dato che il mantra della psicologia positiva è che la felicità è una scelta personale, https://www.perunaltracitta.org/2016/10/02/l-industria-della-felicita-al-servizio-del-capitale/ un crescente numero di aziende utilizza i consulenti di felicità, chiamati cho (chief happiness officer), manager responsabili della felicità dei dipendenti, che danno consigli ai datori di lavoro su come far ritrovare l’entusiasmo non solo ai dipendenti, ma addirittura anche ai disoccupati e agli sfrattati! Nella società della prestazione neoliberista, negatività come gli obblighi, i divieti o le punizioni cedono il passo a positività come la motivazione, l’auto-ottimizzazione o l’auto realizzazione ed il dominio si fa strada senza grandi fatiche, diventa smart, non fa male, come la sorveglianza. Il subordinato non è nemmeno consapevole della propria subordinazione, sempre performante e resiliente, piegato all’imperativo neoliberista dell’ottimizzazione e della prestazione. Crede di essere libero. Senza alcuna costrizione esterna si sfrutta volontariamente credendo di realizzarsi. La libertà non viene oppressa, bensì sfruttata. Il Sii libero crea una costrizione più disastrosa del Sii obbediente.

‘Oggi tutto quanto avviene secondo la modalità della produzione’

Mentre il lavoro ha un inizio ed una fine, la prestazione non ha né inizio, né fine. ‘La coazione a produrre trascina con sé la coazione ad essere performanti[…] l’Io si rapporta solo a se stesso, non produce un oggetto bensì si produce’: è l’autoreferenzialità narcisistica. In quanto imperativo neoliberista, la coazione a produrre, la coazione alla performance, perpetua il lavoro, secondo una logica distruttiva che riporta in qualche modo alle guerre moderne coi droni, che conduce alla disgregazione della comunità, che conduce al trasformare ogni cosa in dati (il cosiddetto ‘dataismo’ o totalitarismo dei dati), e distrugge lo spazio del gioco e della narrazione. Oggi viviamo in un’epoca post-narrativa. Non è il racconto, bensì il conteggio ad influenzare la nostra vita, che viene spogliata di qualsiasi narrazione capace di generare senso. ‘Siamo tutti operai, non giochiamo più’. ‘Schiacciati dalla coazione a lavorare e a produrre, disimpariamo sempre più come si fa a giocare’. L’era della produzione è un tempo senza festa, dominato dall’irreversibilità della crescita infinita. Oggi vivere non significa altro che produrre, la coazione a produrre si diffonde a tutti gli ambiti della vita, sessualità inclusa.

‘Siamo una cultura dell’eiaculazione precoce’

Alla ricerca di un immediato appagamento del piacere, anche il porno è generalizzabile quale dispositivo neoliberista. La comunicazione diventa pornografica, quando si appiattisce ad uno scambio accelerato di informazioni, così la lingua diventa pornografica, quando non gioca, quando si limita a trasportare informazioni; così il corpo diventa pornografico, quando è privo di qualsiasi simbolismo e deve solo funzionare; così i suoni diventano pornografici quando perdono qualsiasi sottigliezza, qualsiasi discrezione e devono solo produrre eccessi ed emozioni forti, così le immagini diventano pornografiche quando, prima di qualsiasi ermeneutica, stimolano subito il corpo ed il sesso.

‘Oggi viviamo in un tempo post-sessuale. L’eccesso di visibilità, la sovrapproduzione pornografica del sesso, rappresenta la sua fine. Il porno distrugge la sessualità e l’erotismo con maggiore efficacia della morale e della repressione. […] Non è la negatività del divieto a distruggere la sessualità, bensì la positività della sovrapproduzione: è l’eccesso di positività a caratterizzare la patologia della società contemporanea. Non è il troppo poco ma il troppo a farla ammalare’.

Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, Torino 2021, pp. 85, € 13.00; Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti, nottetempo, Milano 2021, pp. 142, € 15.00

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