Perché mi hai svegliato?


es & ez

La risurrezione di Lazzaro è uno dei tanti miracoli attribuiti a Gesù. Un miracolo extra. Non un’operazione trasformativa (l’acqua in vino, ad esempio), o una moltiplicazione dal vivo (pani e pesci, sì, ma pani e pesci veri, non simbolici), ma un morto che viene riportato alla vita. Una temporanea inversione dell’asse temporale per uno solo, si potrebbe dire. Una gentil concessione. La frase “Alzati e cammina” è diventata quasi proverbiale, anche se non tutte le versioni la riportano allo stesso modo. Curiosamente, detta in sardo la frase diventa “Pesadindi e bai”, che significa più o meno “sloggia da qui”. A leggere il vangelo di Giovanni, Gesù avrebbe potuto risparmiargli la morte. Infatti, quando lo vede, Marta gli dice: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Così oggi si parlerebbe del miracolo della guarigione di Lazzaro, non del miracolo della sua risurrezione. Un declassamento, credo.

Il vangelo di Giovanni racconta che “Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario.” E Gesù disse semplicemente: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. Cosa fece a quel punto Lazzaro Giovanni non lo dice. Si prostrò ai piedi di Gesù? Gli diede una pacca dicendo “buon lavoro, amico”? Si stiracchiò e gli crocchiarono le ossa? Tornò alle sue cose come se niente fosse?

Pierre è il protagonista di una trilogia di Émile Zola che prende il nome da tre città: Lourdes, Roma e Parigi. In uno di questi romanzi, il primo, Pierre, roso dai dubbi che accompagneranno tutta la sua vita cartacea, immagina un Lazzaro diverso. Diverso, perlomeno, da quello che si tramanda, più o meno angosciosamente, nei catechismi di tutto il mondo. Sarebbe interessante sapere come i teologi interpreterebbero il passo se un giorno si dovesse scoprire che Lazzaro, appena svegliato dal suo sonno eterno, si rivolse a Gesù dicendogli così:

“Oh! Signore, perché mi hai ridestato a questa vita abbominevole? Dormivo così placidamente il sonno eterno, senza sogni; assaporavo finalmente un riposo così dolce, nelle delizie del nulla! Avevo conosciuto tutte le miserie e tutti i dolori, i tradimenti, le speranze fallaci, le sconfitte, le malattie; avevo pagato alla sofferenza il mio atroce debito di vivente, perché ero nato senza saper perché ed avevo vissuto senza saper come, ed ecco, Signore, che mi fai pagar doppio scotto, che mi condanni a ricominciare i miei anni di galera!… Ho io dunque commesso qualche fallo inespiabile, che tu mi punisci con pena così crudele! Rivivere ahimè! sentirsi morire un po’ per giorno nella propria carne, non aver intelligenza che per dubitare, volontà che per non potere, tenerezza che per piangere sulle proprie angosce! Ed era finito ed io avevo varcato il passo spaventevole della morte, quell’attimo così orribile che basta ad avvelenare tutta l’esistenza. Avevo sentito il sudore dell’agonia bagnarmi la fronte, il sangue ritirarsi dalle mie membra, il soffio sfuggirmi, perdendosi in un ultimo singhiozzo. Questa angoscia, tu vuoi dunque che io l’assaggi due volte? Due volte dovrò morire e la miseria umana dovrà sorpassare quella di tutti gli uomini?… Ah! Signore! che ciò accada subito, se non altro! Sì, te ne scongiuro, fa’ quest’altro grande miracolo, che io torni ad adagiarmi in quel sepolcro e che mi riaddormenti, senza soffrire di quell’interruzione del mio sonno eterno. In grazia, non mi infliggere il tormento di rivivere, quel tormento così atroce che non hai condannato nessun essere quaggiù a soffrirlo! Io ti ho sempre servito ed amato: non fare di me il più grande esempio della tua ira, sgomentando le generazioni. Sii mite e generoso, oh Signore: rendimi il sonno che mi son ben meritato, riaddormentami nelle delizie del nulla…”

Da: Émile Zola, Lourdes

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