Informazioni su Enrico Sanna

Persona qualunque, ovvero come tante altre, però autonominatosi persona con opinioni, il che qualche effetto dovrà pur sortire. Scrittore, anche, dato che ha pubblicato quattro romanzi, un libro di racconti e due saggi. Altri libri li pubblicherà più in là. L’immagine accanto mostra il suo alluce sinistro.

L’amico francese

Foto di Benoit Prieur

Di Gabriele Siracusano. Fonte: Dinamopress, 9 aprile 2021.

Senegal: una rivolta che parte da lontano

Una rivolta di piazza ha scosso le istituzioni senegalesi e spiazzato chi pensava a questo stato come a un pilastro della stabilità politica in Africa occidentale. In realtà, le esplosioni di violenza non sono nuove in questo paese, ma la natura ideologica – spesso marxista e anticoloniale – che le aveva caratterizzate dagli anni Settanta agli anni Ottanta ha lasciato spazio a confuse rivendicazioni antifrancesi e antipolitiche.

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Dal sessantotto

Diego Fusaro

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.). […] Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi degli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo. […] Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più recisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura.

Diego Fusaro, “Se il capitalismo diventa di sinistra”. Da: Lo Spiffero, 3 aprile 2013.

L’eterno dispetto

teodora

Enrico Sanna

Questo articolo è già stato pubblicato qualche anno fa. Sed repetita iuvant.

Dante e Virgilio. L’Alighieri e il Marone. Raffigurati così: di spalle, mano nella mano. Come Totò e Peppino a Milano. Una coppia qua, una coppia là, eccoli che si incamminano verso il duomo dell’oltretomba. Metteteci anche un pizzardone a fare da Cerbero. Caninamente latrante.

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Il crollo della modernizzazione

Di Anselm Jappe & Johannes Vogele. Fonte: palim-psao, 15 aprile 2021. Traduzione di Enrico Sanna.

Robert Kurz, L’effondrement de la modernisation, Editions Crise & Critique. Prefazione di Anselm Jappe.

Questo libro è stato pubblicato in Germania nel mese di settembre del 1991. L’eco è stata immediata. Il muro di Berlino era caduto quasi due anni prima, la Germania era stata “riunificata” da quasi un anno, ma l’Unione Sovietica, ancora in preda alle convulsioni, non era ancora formalmente sciolta. La stesura del libro coincide con questi tempi ricchi di cambiamenti. Hans Magnus Enzensberger, importante intellettuale tedesco dotato di grande intuito, pubblica il libro nella prestigiosa raccolta Die andere Bibliothek con l’editore Eichborn. La rapida disillusione della Germania, che attendeva un nuovo miracolo economico, probabilmente fu la causa che spinse il libro a vendere in poco tempo ventimila copie. L’influente quotidiano Frankfurter Rundschau disse che era “la più discussa tra le pubblicazioni recenti”. Il libro fu presto tradotto in Brasile, dove suscitò un grande interesse per la critica del valore.

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Come le piante

La lotta per la vita

Robert Kurz. Estratto dal quinto capitolo del Libro nero del capitalismo. Traduzione di Enrico Sanna.

Se Darwin, prima di presentare al pubblico la sua teoria scientifica dell’evoluzione rimase nell’incertezza e nel dubbio, una ragione c’era. La teoria dell’evoluzione e della mutazione delle specie andava contro tutte le chiese cristiane, che ancora rappresentavano un potere, qualcosa di paragonabile alle teorie di Copernico e Galileo sul firmamento. Con la teoria dell’evoluzione viene a mancare l’ultima pietra angolare dell’edificio che sosteneva l’interpretazione letterale della Bibbia. Se la “corona della creazione”, tra forti frizioni ideologiche, era già stata sloggiata dal centro dell’universo e posta in una provincia galattica, ora anche l’immagine immediata di Dio scompariva sotto il verdetto che diceva che “gli antenati dell’umanità erano da cercarsi in molluschi ermafroditi acefali” (Desmond/Moore, 1995, 9). Continua a leggere

Il diritto allo zio

Di Anselm Jappe. Originale: Le droit à l’oncle, pubblicato sul Blog de Anselm Jappe. Traduzione di Enrico Sanna.

Il senato francese ha appena bocciato la procreazione medicalmente assistita (PMA, perché nel mondo del progresso tutto è riassunto in acronimi) per tutti. Sarà recuperata dall’assemblea nazionale, dato che era una promessa del presidente Hollande; o forse no, perché bisogna accontentare la destra… Intanto si alternano davanti ai palazzi del potere le manifestazioni, di orientamento opposto ma invariabilmente accese. La posta in gioco, infatti, è grossa e della massima importanza. Si tratta di sapere se la PMA è solo per le coppie sposate o anche per le coppie di fatto; per gli omosessuali o no; per le donne singole o no; se è rimborsabile o a carico dell’utente; se c’è la selezione prenatale degli embrioni; quanti embrioni “soprannumerari” saranno creati; se con o senza utero in affitto; post mortem o no; con modifica del genoma o senza; e così via. Ciascuna di queste questioni dà luogo a dibattiti accesi, se non disgustosi. Ma c’è una domanda che nessuno fa mai: deve per forza esistere una qualche forma di riproduzione assistita, o non sarebbe meglio che non esistesse? Quasi tutte le forze – partiti politici, associazioni di ogni genere, manifestanti in piazza, media generalisti o specializzati – si concentrano sui dettagli dell’applicazione della PMA e trascurano il principio. Anche la destra “dura”, la “Manif pour tous” e gli integralisti cattolici raramente osano criticare il principio in sé. In genere vogliono assoggettarla ai loro principi morali, che agli occhi del resto della popolazione appaiono irrimediabilmente superati. Ma se è la coppia tradizionale a volerla, allora pare gran parte di loro non abbia nulla da obiettare. Questa acquiescenza da parte degli “oscurantisti” e dei “reazionari” contrari alla tecnoscienza più recente non può che stupirci.

Ma stupisce neanche l’entusiasmo pressoché unanime della “sinistra” per questo nuovo diritto umano, reso possibile dalla tecnoscienza. Un’adesione che si estende agli ambientalisti, ai libertari e al femminismo estremista. Uno pensa che la PMA con tutte le sue varianti, dall’inseminazione artificiale “semplice” all’impianto di un embrione geneticamente modificato in un utero “preso in affitto” (maternità surrogata), al trapianto nell’utero e fino all’utero artificiale ancora in fase di sviluppo; uno pensa che tutto ciò faccia parte dello stesso mondo delle centrali nucleari, dei pesticidi, della clonazione animale, dell’amianto, dei polli alla diossina e della plastica negli oceani, ovvero che si tratti di un’invasione violenta dei cicli biologici da parte di prodotti tecnologici con conseguenze incalcolabili. Non si capisce allora perché persone profondamente contrarie a tutte queste cose possano improvvisamente venire a patti con uno degli sviluppi più invasivi. Sono talmente attaccati alla procreazione assistita da insultare violentemente chi la pensa diversamente (impedendo, tra l’altro, a persone così diverse tra loro come Alexis Escudero e Sylvaine Agacinski di tenere conferenze). Mettono a tacere le tante voci, sicuramente più numerose delle loro, che non condividono il loro entusiasmo, accusando ogni avversario, tra cui femministe storiche, di essere omofobo, misogino, transfobico, reazionario, lepenista, fascista, e ricorrono a strategie che ricordano lo strapotere stalinista sulla sinistra tra le due guerre mondiali con il pretesto dell’“antifascismo”. C’è persino chi vede una curiosa convergenza di interessi tra la sinistra filo-PMA e multinazionali come la Monsanto[1] assieme alle mafie che gestiscono la maternità surrogata nei paesi poveri; una convergenza che probabilmente non si spiega con trasferimenti di fondi o trame oscure, ma con l’ennesima trovata della nonragione, in questo caso quella della forma-soggetto borghese.

La questione non riguarda solo le conseguenze sulla salute (altro mistero è perché le donne e le femministe si offrano volontariamente alla scienza come cavie, o perché accettino tacitamente la schiavitù delle “madri surrogate” nei paesi poveri). La PMA è una sorta di culmine. Il culmine di un processo secolare di esproprio della nostra “dotazione originaria”. La terra (con quel processo noto come enclosure), l’acqua, i saperi, la comunicazione, la cultura, la riproduzione domestica; tutto è stato espropriato poco per volta dal capitale, e non solo dal capitale economico, ma anche dalla tecnoscienza. Non possiamo più muoversi o nutrirci, scaldarci o istruirci senza l’aiuto della megamacchina. Nessuna autonomia. Molti nostri contemporanei addirittura non riescono neanche ad attraversare la strada senza il GPS. Ma già prima riuscire a fare cinque più tre senza la calcolatrice era capacità rara.[2] Potremmo andare avanti all’infinito. Gli individui saranno pure divisi in gruppi sociali diversi, in etnie o religioni, vivono in luoghi diversi della terra, sono analfabeti o colti, rifugiati o benestanti, ma tutti dipendono dal biberon tecnologico. In Somalia come in California. Tutti si lamentano perché non si sentono rispettati, perché sono discriminati, emarginati, perché non sono riconosciuti, e insistono sull’empowerment a cui avrebbero diritto; ma pare che nessuno trovi umiliante il fatto di non poter più vivere un giorno senza lo smartphone, una cosa di cui potevamo benissimo fare a meno fino a tempi recentissimi, semplicemente perché non esisteva, e che è gestito da aziende private che non fanno che perseguire i loro interessi.

E però anche i più poveri almeno una cosa loro l’hanno sempre avuta. Come si chiamava nell’antica Roma la classe più umile? I proletari, quelli che non possedevano che la loro prole. I figli rappresentavano il grado zero della proprietà, ciò che tutti potevano avere, per mezzo ciò che permette di far parte della comunità quando mancano altre possibilità. Nessun esproprio della terra potrebbe privare i poveri della facoltà più elementare, quella di riprodursi e di inserirsi nella comunità per “filiazione”, senza aiuto da parte di nessuno, senza dover chiedere permessi. Ora la PMA ci espropria della nostra ultima facoltà, quella che finora è rimasta inaccessibile al potere: la filiazione biologica. La PMA ci trasforma letteralmente in sottoproletari, meno che proletari, quelli che non hanno più neanche una prole propria perché hanno accettato di delegare quest’ultimo residuo di autonomia alla tecnoscienza del capitale (e non c’è altro che quello)[3].

Gli argomenti di chi è favorevole alla PMA sono ben noti. Cosa possiamo offrire a chi vuole avere un figlio che non arriva? Così abbiamo proclamato il “diritto al figlio”. Che è un’idiozia. C’è anche il diritto allo zio? Posso chiedere alla tecnoscienza di creare uno zio per me? La natura non me l’ha dato e la mia vita è incompleta senza uno zio. Si può avere “diritto” ad un essere umano?

Ma allora le persone senza figli dovrebbero rassegnarsi al proprio terribile destino? A dire il vero, tutte le culture offrono una soluzione al problema, ma nessuna ha mai pensato di ricorrere alla PMA. La soluzione sta ovviamente nelle varie forme di adozione. Non è così che fanno quelli che non possono o non vogliono ricorrere alla procreazione biologica? Certo, noi sappiamo che adottare un bambino oggi è molto difficile e costoso. Ma non sarebbe tutto sommato più facile cambiare le leggi umane, piuttosto che le leggi biologiche? Pare invece che preferire la riproduzione assistita all’adozione nasconda un desiderio molto arcaico, molto “tradizionalista”, o “naturalista”: avere un figlio “del proprio sangue”, con lo stesso dna. È curioso vedere come persone che solitamente condannano la mentalità “arretrata” o “tradizionalista” dei loro avversari ora assumano un atteggiamento che non potrebbe essere più borghese e “biologico”. Un figlio che non proviene dal mio sperma o dai miei ovociti non m’interessa…

In effetti, le diverse culture hanno sviluppato soluzioni spesso sorprendenti al problema dell’assenza di figli. L’antropologa Françoise Héritier ricorda, tra gli altri, un caso particolarmente curioso: presso i Nuer del Sudan, una donna che non partorisce dopo il matrimonio (la sterilità è automaticamente attribuita alla donna) viene rimandata dal marito alla sua famiglia d’origine, dove, se ne ha la possibilità, può “comprare” una o più mogli che fa mettere incinte da uno dei suoi guardiani di mucche per poi tenere i figli per sé. Da qui si può intuire – come fanno molti “esperti” nei “comitati etici” – che la classica famiglia occidentale è tutt’altro che “naturale”, e non si capisce perché allontanarsi da questo schema debba rappresentare, a priori, un trauma per i figli quando cresceranno. Ma possiamo anche concludere che il ricorso a soluzioni mediche evidenzia, perlomeno, una terribile mancanza d’immaginazione: piuttosto che ricorrere al simbolico – a bambini accettati come “figli” anche se geneticamente non lo sono – si ricorre alla zoologia medicalmente assistita. Una “zoologia applicata”: come in un allevamento, gli esseri umani sono ridotti a caratteri biologici da trasmettere. Questo è uno dei principi base degli allevamenti, ed è a dir poco sorprendente vederlo rinascere in persone che passano la vita a tuonare contro l’“essenzialismo” e il “naturalismo” in favore della “decostruzione”.

In una società governata da un “individualismo gregario”, la prima cosa che ci si chiede è: se questo è ciò che vuole l’individuo, chi ha il diritto di opporsi, perlomeno se questo desiderio non danneggia gli altri? Si tratta di un argomento molto “liberale” ed è molto curioso vederlo impiegato da quelle stesse persone che in tutti gli altri campi criticano proprio la “libertà dell’individuo” di muoversi con ogni mezzo, di consumare sfrenatamente, di dire sempre “io, io, io”. Dire di voler capovolgere i principi della biologia per avere un figlio “vero”, non è il massimo del narcisismo, di chi misura il mondo col metro dei suoi sfizi? Non è questo il trionfo del liberalismo e dell’“ognuno per sé”?

Arriviamo così all’argomento finale apparentemente inconfutabile: chi è contro la PMA dev’essere “omofobo”. Davvero? È più o meno come dire che chi critica l’uso dei pesticidi è “contro i contadini”, cosa che ha già fatto nascere la “cellule Demeter”, un corpo di polizia che combatte l’agro-bashing, termine che indica qualunque critica dell’agricoltura industriale. O ancora è come dire che chi vuole la chiusura delle centrali nucleari e delle fabbriche più inquinanti è “contro i lavoratori”.

L’eugenetica sembrava scomparsa dal mondo dopo l’esperienza nazista, che aveva rivelato il vero volto di questa “scienza”, che in precedenza aveva sedotto anche qualcuno a sinistra (da Trotsky a Salvador Allende, tra gli altri). Ma la tecnoscienza applicata alla biologia umana e all’eredità dei caratteri è troppo “in linea” con il progresso in generale e non può scomparire a causa di un episodico utilizzo “malvagio”… Ecco quindi che l’eugenia riemerge alla grande a partire dagli anni Ottanta, stavolta in veste liberale: nessuno è costretto. Dall’eugenetica “negativa” (evitare che si propaghino i geni tossici con la sterilizzazione forzata, la prevenzione della procreazione o l’eliminazione fisica) siamo passati all’eugenetica “positiva”. Chi ha il miglior materiale genetico è incoraggiato a riprodursi, ma soprattutto si mira a migliorare il materiale genetico: selezione prenatale degli embrioni, spermatozoi e ovociti scelti da un catalogo, modifica del dna, creazione (in futuro?) di geni sintetici.

Gattaca, film di di Andrew Niccol del 1997, spiega al grande pubblico come sarebbe una società di caste basata sulla genetica, dove i ricchi possono permettersi di avere discendenti che appartengono automaticamente alle classi superiori, mentre chi nasce senza l’aiuto della scienza è destinato a fare il servo dei “migliorati”. Letteratura e cinema offrono vari approcci alla questione, ma tutto ciò che sostanzialmente c’era da dire sull’eugenetica l’ha già detto ne Il mondo nuovo Aldous Huxley (il fratello Julian era uno dei principali rappresentanti dell’eugenetica). Con due differenze: nel 1932 ancora non si conosceva la struttura del dna, e nel libro gli embrioni venivano manipolati chimicamente. E, soprattutto, il programma, attuato da un’autorità statale, spezza il legame paterno: tutti i “donatori” sono anonimi. Chiamare qualcuno “papà” o “mamma” è un grave insulto. Ma oggi, nel migliore dei mondi postmoderni, la famiglia tradizionale esiste ancora, e c’è chi è disposto a pagare molto per avere discendenti con un futuro sicuro.

Il mondo di Gattaca aiuta così a vedere un altro aspetto della questione: la PMA non sarà mai la regola, né sarà mai maggioritaria, perché la maggior parte delle persone preferisce, e probabilmente preferirà sempre, fare figli alla buona vecchia maniera, anche perché le varianti più sofisticate – più migliorate – sono troppo costose. Ecco. Ma un fatto sociale non necessariamente deve essere maggioritario per diventare uno standard, un ideale di vita, ciò che è desiderabile, per generare gerarchie sociali. Neanche gran parte degli europei può permettersi le vacanze alle Seychelles o i vestiti di Prada o l’ultimo modello di iphone; ma chi può diventa un punto di riferimento di tutta la società, mostra agli altri cosa bisogna fare per essere una persona “per bene”. Allo stesso modo, la maggioranza che non ricorre alla tecnoscienza per procreare tenderà a provare un senso di colpa nei confronti dei propri figli e un senso di inferiorità rispetto alla società. Già oggi chi non può fare i controlli prenatali e dà alla luce un bambino disabile è sostanzialmente considerato un irresponsabile (e un costo per la società). Certo a sinistra non mancheranno le anime pie che chiederanno, per amore dell’“uguaglianza”, di garantire l’accesso universale a tutte le tecniche riproduttive, anche le più costose.

E non è detto che una gestione “democratica” o “popolare” di queste tecniche sarebbe meglio. Qualche anno fa qualcuno ha tirato fuori il “bio-hacking” (detto anche “biologia faidatè” o “biologia partecipata”): un kit inviato per posta che, con tecniche a codice aperto o nei “biocaffè”, sul modello dei cybercaffè, permettevano a chiunque di accedere alle tecnologie e alle istruzioni necessarie per fabbricare il proprio mostro personale, perlomeno sotto forma di mosca.

Giustamente molti anticapitalisti vedono questa iscrizione della gerarchia sociale nei geni come l’orrore assoluto. Ma nulla sembra fermare i suoi promotori. Il “transumanesimo” è un parto dell’eugenetica positiva. Per ora, i suoi sostenitori più accesi non sono stati totalitari, ma Google e i libertarians californiani. Ma non è chiaro come, date le condizioni attuali, si possa avere una PMA evitando di alimentare la corsa agli esseri umani geneticamente geneticamente migliorati e senza rafforzare ulteriormente il potere di chi ha in mano le chiavi. Ma chi non vede altro che il proprio “diritto al figlio” è talmente ossessionato che non esita a gettare a mare tutti i suoi soliti principi. Alcune femministe, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, denunciavano le tecniche riproduttive come esproprio dei corpi femminili ad opera di una tecnoscienza di genere maschile. Sono state “accecate” dai fanatici della PMA?


Note

[1] “Come la Monsanto, che ha fatto una fortuna sterilizzando i semi così da poterli rivendere ogni anno, i tentativi di banalizzare l’eteronomia riproduttiva sembrano un tentativo di costringerci a comprare i nostri figli,” ha commentato qualcuna ben informata.

[2] In 1984, di Orwell, O’Brian tortura Winston per costringerlo ad ammettere che due più due fa cinque. La prima volta, Winston risponde spontaneamente “quattro”. Oggi probabilmente chiederebbe una calcolatrice.

[3] Per evitare malintesi, qui non si parla delle moderne famiglie “proletarie” e del ruolo che vi svolgono le donne, ma dell’omonima categoria giuridica dell’antica Roma. Poter avere figli era condizione sufficiente per essere considerato cittadino. Questa condizione non era automaticamente attribuita ad ogni uomo libero, ma era ciò che nessuno poteva perdere. Ovviamente, si tratta di una condizione di per sé indesiderabile, in quanto destinata agli uomini e agli uomini liberi, e serviva al servizio militare. Metaforicamente parlando, possiamo dire che perdere l’autonomia riproduttiva significa scendere ancora più in basso dei vecchi proletari.

Fonte: Le blog de Anselm Jappe