Informazioni su Enrico Sanna

Giornalista della stampa locale a fasi alterne dal 1990 alla primavera 2013. Autonominatosi persona con opinioni. Scrittore. Ha pubblicato il romanzo La Piccola Miniera, in vendita su Amazon. Ha scritto anche altri libri, ma saranno pubblicati più in là. Da qualche mese pubblica un suo sito, Insàs, basato su una serie di servizi pubblicati su un periodico locale. Autore del blog Pulgarías su Wordpress. Da qualche tempo ha ripreso una sua vecchia passione: fare fotografie. Come se non bastasse, le pubblica su Flickr. PS: Nella foto a destra (se siete su gravatar) potete vedere il suo alluce sinistro.

Consigli per Fondamentalisti

elinor ostrom

Di Kevin Carson. Originale pubblicato l’undici maggio 2018 con il titolo Review: Elinor Ostrom’s Rules for Radicals, by Derek Wall. Traduzione di Enrico Sanna.

Recensione di: Derek Wall, Elinor Ostrom’s Rules for Radicals: Cooperative Alternatives Beyond Markets and States, London, Pluto Press, 2017.

Qualche tempo fa ho conosciuto su Twitter Derek Wall, ammiratore come me di Elinor Ostrom, nonché rappresentante del Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles. Non è la prima volta che presento un suo studio. Ho letto il suo The Sustainable Economics of Elinor Ostrom, del 2014, di cui mi ha cortesemente inviato una bozza.

Continua a leggere

Annunci

La Fine della Politica

leone

Di Robert Kurz. Originale pubblicato su francosenia il 18 aprile 2016.

Come mostrano sempre più chiaramente le sue circostanze e i suoi svolgimenti, la “crisi della politica” non significa solo la perdita della sua enfasi e della sua ipostatizzazione storica, di modo che adesso potrebbe magari continuare tranquillamente come un sottosistema ridimensionato e senza illusioni, corrispondendo così alla sua vera nudità funzionalistica. Diventano visibili– o entrano nella coscienza pubblica– quelle strutture che in quanto “condizioni di possibilità” della politica hanno costituito finora lo sfondo silenzioso dell’intero processo sociale, ma che adesso si fanno notare come disturbi funzionali basilari.

Continua a leggere

André Gorz e la Fuga dal Capitalismo

sinking-ship_1024

Di David Bollier. Originale pubblicato su bollier.org l’otto febbraio 2015 con il titolo André Gorz on the Exit from Capitalism. Traduzione di Enrico Sanna.

Con grande lungimiranza, nel saggio La sortie du capitalisme a déjà commencé André Gorz nel 2007 spiegava come computer e reti, tramite una più ampia condivisione delle conoscenze, stavano mettendo in crisi profonda il capitalismo. Secondo Gorz, la conoscenza e la cultura condivisibile erodono la capacità del capitalismo di controllare il mercato globale (e noi in qualità di salariati e consumatori “indispensabili”) inteso come apparato esclusivo di produzione e consumo.

Il saggio, comparso per la prima volta nell’edizione autunnale 2007 della rivista EcoRev, si trova nel libro Ecologica del 2008, dello stesso Gorz. Vale la pena rileggerlo perché sviluppa in poche parole un tema di cui oggi vediamo gli effetti, e che Jeremy Rifkin ha ripreso ed elaborato nel suo libro The Zero Marginal Cost Society del 2014.

Partiamo da un fatto: i computer rendono possibile produrre di più con meno manodopera, e questo per il capitale è un problema. Scrive Gorz:

Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce costantemente, e così anche il prezzo. Più cala la quantità di lavoro necessaria ad una data produzione, e più deve crescere il valore prodotto da ogni lavoratore (o la produttività) se non si vuole che il profitto cali. Dunque siamo di fronte ad un paradosso: la produttività più sale e più deve salire per mantenere invariato il profitto complessivo. Questo porta ad un’accelerazione della produttività, alla riduzione del numero di lavoratori, e ad una crescita della pressione sul lavoratore accompagnata da una caduta dei livelli salariali e delle buste paga. Il sistema si sta avvicinando al limite interno per cui produzione e investimenti produttivi non sono più sufficientemente proficui.

Col tempo, spiega Gorz, questo allontana gli investitori dalla “economia reale” della produzione, dove i guadagni in produttività e i profitti sono sempre più difficili da raggiungere, per portarli alla speculazione finanziaria, dove il profitto si esprime in forme “fittizie” di valore, come il debito o altri strumenti finanziari di nuovo tipo. Valore fittizio significa che i prestiti, il rientro sugli investimenti, la crescita economica futura, la fiducia e i buoni propositi sono socialmente immateriali, di natura completamente diversa dal capitale fisico. Dipendono dalla convinzione di tutti e dalla fiducia della società, e possono scomparire in una notte.

Generalmente, però, è più facile e proficuo investire in queste (fittizie, speculative) forme di valore finanziario piuttosto che nella produzione di beni e servizi in un momento in cui produttività e profitti calano. Nessuna sorpresa se le bolle speculative attirano: in giro ci sono troppi capitali alla ricerca di quegli investimenti proficui che l’economia reale non è più in grado di dare. Nessuna sorpresa se le società hanno così tanto denaro disponibile (dai profitti) che non vogliono investire. Non sorprende se la massa di capitale finanziario disponibile supera di gran lunga l’economia reale. Gorz nota che nel 2007 i beni finanziari arrivavano a 160.000 miliardi di dollari, tre o quattro volte il pil globale di allora, e negli ultimi otto anni il rapporto è sicuramente cresciuto.

I cambiamenti climatici aggiungono un livello di difficoltà in quanto impongono praticamente un’uscita repentina dal capitalismo, come sostiene Naomi Klein nel suo recente This Changes Everything. Gorz spiega la questione con estrema chiarezza:

“È impossibile evitare la catastrofe climatica senza una rottura completa con le logiche e le pratiche economiche che da 150 anni ci portano in questa direzione. Se continua così, il pil mondiale nel 2050 sarà tre o quattro volte quello attuale. Ma entro quella data, secondo un rapporto del Consiglio sul Clima delle Nazioni Unite, le emissioni di CO2 dovranno calare dell’85% affinché il riscaldamento globale non superi i 2°C. Oltre 2°C, le conseguenze saranno irreversibili e incontrollabili.

“La crescita negativa è dunque un passo obbligato se vogliamo sopravvivere. Ma questo presuppone una diversa economia, un diverso stile di vita, una diversa civiltà e diverse relazioni sociali. In assenza di tutto ciò, il collasso potrà essere evitato solo con restrizioni, razionamento e un’assegnazione delle risorse autoritaria, tipica di un’economia di guerra. L’uscita dal capitalismo avverrà comunque, in un modo o nell’altro, pacificamente o no. Le uniche incognite sono il modo e i tempi.

“Immaginare una diversa economia, diverse relazioni sociali, diversi modi e mezzi di produzione e diversi stili di vita è considerato “assurdo”, come se fosse impossibile andare oltre questa società basata sulle merci, i salari e il denaro. In realtà, tutto un insieme di indicatori fanno capire che stiamo già andando oltre questa società, e che la possibilità di un’uscita indolore dal capitalismo dipende soprattutto dalla nostra capacità di individuare le tendenze e le pratiche che rendono possibile il cambiamento.”

È qui che entrano in gioco le tante iniziative e i tanti movimenti che ruotano attorno ai beni comuni, la produzione sociale, l’economia solidale, le cooperative, le città di transizione, la decrescita, l’economia collaborativa e condivisa e tanto altro. Tutto ciò annuncia un diverso modo di far fronte alle necessità quotidiane senza restare intrappolati negli imperativi utopici capitalisti (crescita costante, produttività in crescita continua, profitti dall’economia reale), che portano in ultima istanza alla distruzione della società, come evidenziato da anni di austerità in Grecia.

In altre parole, il modo più promettente di risolvere la crisi capitalista di oggi passa per la demercificazione della produzione e del consumo: inventare e diffondere modi extramercato di far fronte alle necessità. Occorre ripensare “produzione” e “consumo” come categorie separate, e cominciare a integrarle (con la nostra azione) tramite una produzione basata su beni comuni.

Internet e le tecnologie digitali sono fortunatamente di enorme aiuto in questo. Già oggi stanno convertendo la conoscenza esclusiva, il know-how e i prodotti di marca in conoscenza pubblica condivisa tramite i beni comuni. Questa è la base di un’economia di genere diverso, che trascende gli imperativi antisociali e antiecologici oggi prevalenti.

Gorz ricorda che l’innovazione riguarda più la creazione di rendite monopolistiche che la soddisfazione di bisogni reali: “Nel prezzo di una merce, la parte rappresentata dalla rendita arriva a dieci, venti o cinquanta volte i costi di produzione. Questo vale non solo per i prodotti di lusso, ma anche per articoli quotidiani come la palestra, i cellulari, i CD, i jeans e altro.” Per questo l’innovazione mira, non tanto all’utilità o al profitto in sé, ma alla scoperta di nuove forme di rendita:

“Nel mercato proprietario, tutto si oppone all’autonomia degli individui, alla loro capacità di riflettere insieme sugli obiettivi comuni e sui bisogni condivisi, sulla possibilità di trovare il modo migliore di eliminare lo spreco, risparmiare le risorse, sviluppare assieme, come produttori e consumatori, un criterio comune per stabilire la “sufficienza”, quella che Jacques Delors chiama “una frugale abbondanza”. È più che ovvio che, se si vuole spezzare la tendenza a ‘produrre di più e consumare di più’ per ridefinire un modello di vita che punti a fare di più e meglio con meno, occorre farla finita con una civiltà che non produce niente di ciò che consumiamo e non consuma niente di ciò che produciamo, una civiltà in cui produttori e consumatori sono entità separate, in cui ognuno va contro se stesso in quanto produttore e consumatore ad un tempo; in cui tutti i bisogni e i desideri rimandano alla necessità di guadagnare denaro e al desiderio di averne sempre di più; in cui produrre per l’autoconsumo sembra, ingiustamente, impossibile e assurdamente antiquato.

“E però questa ‘dittatura sui bisogni’ perde potere. Nonostante la spesa esplosiva in marketing e pubblicità, la presa che le aziende hanno sui consumatori è sempre più debole. La produzione per l’autoconsumo sta riguadagnando terreno come risultato della crescita del contenuto immateriale nelle merci. Il monopolio nella fornitura dei beni sta gradualmente scivolando via dalle mani del capitale.”

Aspirazioni e Sopportazioni

tortura-nunca-mais

Di Wilhelm Reich. Estratto da Psicologia di Massa del Fascismo.

Esistevano movimenti socialisti e aspirazioni socialiste molto prima che esistessero le nozioni scientifiche sulle premesse sociali del socialismo. Da millenni infuriavano le lotte degli oppressi contro i loro oppressori. Erano state queste lotte che avevano generato la scienza delle aspirazioni di libertà da parte degli oppressi, e non il contrario come ritiene chi ha un carattere fascista. I socialisti subirono, proprio negli anni dal 1918 al 1938, cioè negli anni in cui ebbero luogo giganteschi avvenimenti sociali, le più dure sconfitte.

Continua a leggere

I Primi Cedimenti del Feticismo delle Merci

CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v62), quality = 75

Di Daniele Vazquez. Originale pubblicato con lo stesso titolo su L’anatra di Vaucanson il 4 aprile 2016.

Nel 1970 Fredy Perlman, nel numero 6 della rivista “Telos” rivalutava le teorie dello storico ed economista sovietico Isaak Rubin per cui tutta l’opera di Marx non sarebbe “una serie sconnessa di episodi, ciascuno con un problema che sarà abbandonato poi in seguito”1. Dai Manoscritti del 1844 fino al Capitale, dal giovane Marx idealista al Marx maturo e realista, vi sarebbe una fondamentale continuità. Marx ha cambiato e affinato concetti, modificato terminologia, ma non ha mai abbandonato la direzione dei suoi studi e il suo stile, inseguendo un capovolgimento, un quid pro quo che per Rubin è “La teoria del feticismo della merce […] la base dell’intero sistema economico di Marx, e in particolare della sua teoria del valore”2. Perlman cita diverse volte un passaggio dei Manoscritti: “L’alienazione dell’operaio nel suo prodotto significa non solo che il suo lavoro diventa un oggetto, qualcosa che esiste all’esterno, ma esso esiste fuori di lui, indipendente da lui, a lui estraneo, e diventa di fronte a lui una potenza per se stante; significa che la vita che egli ha dato all’oggetto, gli si contrappone ostile ed estranea”3.

Continua a leggere

Fine del Capitalismo

el_vuelo_de_icaro

Di André Gorz. Originale pubblicato il 27 luglio 2008 con il titolo La Salida del Capitalismo ya ha Empezado. Traduzione spagnola di Florent Marcellesi y Lara Pérez Dueñas. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

La questione della fine del capitalismo non è mai stata così attuale come ora; si impone impetuosa, ricorda la necessità di una nuova azione radicale. A causa del suo sviluppo, il capitalismo ha raggiunto i due limiti interno ed esterno, non può andare oltre, solo grazie a dei sotterfugi riesce a sfuggire alla crisi delle sue categorie fondamentali: il lavoro, il valore e il capitale.

Continua a leggere