Economia Totalitaria e Paranoia del Terrore

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L’istinto di morte della ragione capitalista

[Di Robert Kurz. Pubblicato originariamente su Exit!]

Nella storia dell’umanità catastrofi immani e simboliche fornivano sempre l’occasione per una riflessione cosciente, in cui le potenze del mondo mettevano momentaneamente da parte la loro hybris. La società si osservava dall’interno e così facendo percepiva i propri limiti. Nulla di tutto ciò si è verificato nella società capitalistica dopo gli attacchi kamikaze contro i centri nevralgici degli USA.

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Bye bye, Lew!

Di Enrico Sanna

Guardo Lew nello specchietto retrovisore. Lo vedo che diventa sempre più piccolo. Ho iniziato a seguire lewrockwell.com sette o otto anni fa. La mattina scaricavo l’email con le cose del giorno. Leggevo quasi tutto quello che pubblicava.

Con il tempo sono cambiato. Ho cominciato a vedere le cose in modo diverso. Ho cominciato a ripensare molte cose riguardo l’anarco-capitalismo. Soprattutto riguardo tutto quello che viene dopo la parola anarco. Come diceva Jack London, ho visto gli ingranaggi dentro la macchina. Continuo a ricevere le email con gli articoli del giorno. Do uno sguardo veloce. I titoli dicono molto.

Anche i nomi. Molti di questi nomi non potrebbero stare nella stessa frase in cui compare la parola anarchia. Persone come Pat Buchanan, Gary North (fautore né più né meno che di una teocrazia, leggete il suo commento alla bibbia), Paul Craig Roberts. Quest’ultimo, poi, è stato nell’amministrazione Reagan negli anni ottanta. E pare che non ne sia mai più uscito.

La mia impressione è che continuino a giocare il gioco finché dura. La mia impressione è che siano pronti a saltare sulla barca di una qualche soluzione politica non appena arriva in vista. Anarchici! Prrr! E fanno il gesto dell’ombrello. Vedi l’ultima smielata con lo SturmTrumpen, l’amico che non fa la guerra ma la guerra fa. Si nota di più se vado da A a Z o da Z a A?

E poi quella roba sull’immigrazione. La prima volta mi è venuto un colpo. Gli ho mandato un’email per contestare chi aveva scritto l’articolo. Pensavo fosse un’eccezione. Macché. Era proprio roba loro. Cacca certificata. Con quel noi che dobbiamo preservarci puri. E quel loro che devono stare nel recinto. Sporchi, ignoranti e maledetti. E le pacche sulle spalle. Bianche come calce.

E allora bye bye, Lew. Può darsi che arriverà qualcun altro meglio di lui. Può darsi. Ma lui no. Lui non cambierà. Troppi fili bianchi nella barba. Una volta l’ho visto in un’intervista. Parlava con le gambe accavallate. Diffidate di chi parla con le gambe accavallate. È una posizione troppo comoda. Uno ci si abitua e non cambia più.

Com’è che me ne accorgo solo ora?

Globalizzazione al Servizio della Persona

Non il contrario

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[Intervista a Robert Kurz pubblicata su obeco-online il 27 aprile 2004. Traduzione dal tedesco di CP Traducciones. Traduzione dallo spagnolo di Enrico Sanna.]

IHU On-Line ha intervistato il sociologo e saggista tedesco Robert Kurz, via email, per questo numero. Nato nel 1943, Kurz ha studiato filosofia, storia e pedagogia. Attualmente, Kurz lavora a Norimberta come pubblicista autonomo, autore e giornalista. È stato cofondatore e redattore della rivista teorica Krisis – Beiträge zur Kritik der Warengesellschaft (Krisis – Contributi alla Critica della Società di Mercato). Il suo campo di lavoro comprende la teoria della crisi e della modenità, l’analisi critica del sistema capitalista mondiale, la critica dell’illuminismo e la relazione tra cultura e economia. Pubblica regolarmente saggi su quotidiani e periodici tedeschi, austriaci, svizzeri e brasiliani. I suoi libri O Colapso da Modernizaçao (São Paulo: Paz e Terra, 1991), pubblicato anche in Brasile con il titolo O Retorno de Potëmkin (São Paulo: Paz e Terra, 1994) e Os Últimos Combates (Petrópolis: Vozes, 1998) hanno fatto discutere molto in Germania e altrove. Più recente è la pubblicazione di Schwarzbuch Kapitalismus (Il Libro Nero del Capitalismo), nel 1999, Weltordnungskrieg (La Guerra dell’Ordinamento Mondiale) e Die Antideutsche Ideologie (L’ideologia Antitedesca), nel 2003, quest’ultimo non tradotto in portoghese. Di Kurz abbiamo pubblicato un articolo nel numero 26 del 15 luglio 2002. La seguente intervista, concessa a IHU On-Line in tedesco, è disponibile sul sito  www.exit-online.org. La traduzione è di CP Traducciones.

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La Vittoria di Hitler?

[Di Jacques Ellul. Originale pubblicato il 23 giugno 1945 con il titolo Victoire d’Hitler? Traduzione di Enrico Sanna.]

Ora che la Germania e il nazismo sono stati schiacciati, ora che la vittoria delle forze alleate è finalmente una realtà, uno dei nostri interrogativi trova una risposta negli ultimi due ordini del giorno di Hitler, neanche un mese prima della sua sconfitta, in cui dava per certa la sua vittoria.

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Critica del Tempo

[Di Benedetto Vecchi. Pubblicato su francosenia.blogspot.it il 18 aprile 2017. Originale pubblicato su Il Manifesto il 4 aprile 2017.]

Il futuro rovesciato di un’umanità incapace di vivere

Un inventore mette a punto una macchina del tempo con la quale riesce a raggiungere l’anno 802 701. Vi trova un mondo diviso in due razze umane: gli Eloj, creature delicate e pacifiche che conducono una vita di svaghi, e i Morlock, esseri pallidi e ripugnanti che vivono nei sotterranei. Dopo angoscianti avventure, riuscirà ad andare ancora più lontano nel tempo, vedrà una Terra senza più tracce di uomini, abitata soltanto da crostacei con «occhi maligni» e «bocche bramose di cibo». Fantascienza, critica sociale, romanzo distopico: il capolavoro di Wells è soprattutto l’opera di un grande visionario. Michele Mari, nel ritradurlo, ha trovato pane per i suoi denti: il fantastico, l’avventura, l’horror vampiresco, lo sguardo cosmico sugli affanni del mondo. L’incontro tra lo scrittore-traduttore e uno dei suoi romanzi preferiti era destinato a produrre scintille…
(dal risvolto di copertina di Herbert G. Wells: La macchina del tempo, traduzione di Michele Mari, Einaudi pp. 126, euro 17)

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Liberazione da Cosa?

[Di Enrico Sanna. Già usato due anni fa. Repetita iuvant.]

Una delle corbellerie delle ferrovie dello stato italiane, forse neanche una fra le più cretine, è il biglietto chilometrico. Se dovete prendere il treno per andare in una località che dista quarantatré chilometri, andate alla biglietteria della stazione e comprate il biglietto. Ammesso che la biglietteria emetta biglietti per quella tratta. Il più delle volte, no. Allora vi danno un biglietto che vale per un certo numero di chilometri. Quarantatré? No, cinquanta. E i sette in più? Potete utilizzarli un’altra volta? No. Peccato.

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