L’insostenibile Idiozia della Pseudo-anarchia

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[Di Gian Piero de Bellis. Pubblicato su poliarchy.org  nel mese di maggio 2010.]

A seguito del crollo degli stati “comunisti” dell’Europa orientale e attraverso la diffusione di Internet, la concezione anarchica ha ripreso a circolare, discretamente ma in maniera sempre più ampia. La cosa è estremamente positiva perché molti di noi non ne possono più dello stato, della sua soffocante invadenza e del suo colossale marciume.

Tuttavia, è proprio quando una concezione si espande che rischia di snaturarsi perché alcuni tra i nuovi venuti vi portano tutto il loro vecchio bagaglio fatto di miti duri a morire, pregiudizi incancreniti, contrapposizioni obsolete.

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I Governi Sono Ingannatori

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[Di Lev Tolstoj. Originale pubblicato su coaloalab.altervista.org. Traduzione di Roberto Coaloa.]

Il secolo e la sua fine non significano nel linguaggio evangelico il termine e l’inizio di un periodo di cento anni, ma la fine di una concezione della vita, di una credenza, di un mezzo di comunione tra gli uomini, e il principio di una nuova visione del vivere, di una nuova religione, di un nuovo strumento di comunione tra gli individui.

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Violenza e Eufemismi

[Di Nathan Goodman. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 17 gennaio 2015 con il titolo Violence and Euphemism. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Odio quei sostenitori della violenza che si spacciano per avvocati della nonviolenza. Ad esempio, quei liberal che condannano una protesta violenta ma poi invocano leggi che autorizzano un poliziotto armato ad arrestare una persona per possesso di un’arma da fuoco. O quel presidente che usa le bombe a grappolo contro i civili ma poi condanna la violenza di chi protesta e degli altri governi.

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Lo Stato non Può Fare Alcunché

[Di David S. D’Amato. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 9 ottobre 2014 con il titolo The State Has No Right To Do Anything. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Sento spesso persone che, senza riflettere, dicono: “Lo stato ha il diritto di tassare”, “lo stato ha il diritto di punire i criminali”, o “lo stato ha il diritto di controllare i confini nazionali”. Dentro di me, provo orrore per la facilità con cui si fanno queste affermazioni, per il fatto che molti considerino queste affermazioni come vere e evidenti di per sé. Per molti si tratta di cose scontate, fuori discussione. Nessuno si chiede com’è lo stato ha acquisito questi speciali diritti su tutti e, apparentemente, su tutto. L’unico “diritto” che lo stato può avere è il diritto derivante dalla conquista, la nozione barbara secondo cui la forza fa il diritto.

Lo stato non ha altro modo legittimo di procurarsi quello che possiede, non beni immobili acquisiti tramite uno scambio pacifico e consensuale, né terre acquisite con l’occupazione e l’uso, entrambi standard riconosciuti teoricamente da tutti i libertari. I difensori dello stato danno origine a molte domande quando affermano scontatamente che la loro istituzione favorita ha avuto origine da un contratto o da un accordo sul modo di istituire la legge e preservare l’ordine. Dicendo così, assumono come premessa centrale un fatto altamente controverso che, messo a confronto con l’esperienza storica, non sta in piedi.

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Nazioni per Consenso (II)

La scomposizione dello stato nazione

[Di Murray Rothbard. Originale pubblicato su The Journal of Libertarian Studies vol. 11, nº 1 (autunno 1994). Traduzione di Enrico Sanna.]

La prima parte è stata pubblicata ieri

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III. Ripensare la Secessione

La prima conclusione è che non tutti i confini statali sono leciti. Un obiettivo dei libertari dovrebbe essere la trasformazione degli attuali stati nazione in entità nazionali dai confini leciti, così come definiamo leciti i confini della proprietà privata. Questo significa scomporre gli attuali, forzosi stati nazione in nazioni genuine, o nazioni per consenso.

Ad esempio, nel caso della Fredonia orientale, i suoi abitanti dovrebbero avere la possibilità di separarsi volontariamente dalla Fredonia per unirsi ai loro compagni in Ruritania. Una volta di più, i liberali classici dovrebbero resistere l’impulso che li porta a dire che i confini nazionali “non fanno alcuna differenza”. Certo è vero, come sostengono i liberali classici da tanto tempo, che minore è l’intervento dello stato, in Fredonia come in Ruritania, e meno importanza hanno i confini. Ma anche in uno stato minimo i confini fanno la differenza, spesso grossa. Ad esempio, in che lingua, (ruritano, fredoniano o entrambe?) dovranno essere i cartelli stradali, gli elenchi telefonici, i processi giudiziari o le lezioni a scuola?

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Nazioni per Consenso (I)

La scomposizione dello stato nazione

[Di Murray Rothbard. Originale pubblicato su The Journal of Libertarian Studies vol. 11, nº 1 (autunno 1994). Traduzione di Enrico Sanna.]

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I libertari tendono a concentrarsi su due importanti unità: l’individuo e lo stato. Ma uno degli eventi più significativi e drammatici dei nostri tempi è la ricomparsa, con il botto, negli ultimi cinque anni, di un terzo aspetto, spesso dimenticato, della realtà: la “nazione”. Quando capita di riflettere sul concetto di “nazione”, in genere si pensa ad un’appendice dello stato, come nell’espressione “stato nazione”, concetto che negli ultimi secoli si è sviluppato fino a diventare una massima universale. In questi ultimi cinque anni, per contro, abbiamo visto, come corollario del collasso del comunismo in Unione Sovietica e nell’est europeo, una rapida e incredibile frammentazione dello stato centralizzato, o del cosiddetto stato nazione, nelle sue costituenti nazionaliste. La nazione per eccellenza, la nazionalità, è ricomparsa drammaticamente sulla scena mondiale.

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