Cosa c’è di Grandioso nell’Assimilazione?

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[Di Jeffrey A. Tucker. Originale pubblicato su fee.org il 21 ottobre 2016 con il titolo What’s So Great about Assimilation Anyway? Traduzione di Enrico Sanna.]

Di sicuro è capitato a tanti di voi: mentre girate per una grande città americana capitate in una zona dominata da un certo gruppo etnico o religioso. Può essere una Chinatown, un quartiere polacco, cubano, o persiano, o Amish, oppure ebreo ortodosso. Si vedono cose nuove, si assaggiano pietanze invitanti, si trovano cose che nei soliti negozi non si vedono. Si sente parlare una lingua sconosciuta. Si trova un diverso modo di vivere.

Mi è successo l’altro giorno. Sono capitato per caso in un Piccolo Brasile ad Atlanta. Un luogo davvero delizioso. Mi ha spinto a riflettere su tutta la questione dell’immigrazione e sulla richiesta incessante di assimilazione. Anche molte persone favorevoli all’immigrazione fanno implicitamente questa richiesta sostenendo che la realtà dimostra una rapida assimilazione dell’immigrato.

Come Noi

La richiesta di acculturazione e assimilazione rivolta agli immigrati, così come la paura del contrario, è un punto importante del dibattito sull’immigrazione fin dalla fine dell’ottocento, se non prima. A quei tempi si aveva il terrore che irlandesi, ebrei e italiani restassero aggrappati ai valori della loro madrepatria e non adottassero i valori del paese accogliente. Si temeva lo strappo del tessuto culturale americano, la disunità. C’era il timore di un disastro demografico di qualche genere.

Questi timori si intensificarono con l’ascesa del movimento eugenetico.

Le scuole pubbliche e la frequenza obbligatoria furono sviluppate nella speranza di rendere omogenea la cultura americana, eliminare l’attaccamento alla propria madrepatria e instillare una nuova cultura… con la forza. Questo avvenne in un momento di panico culturale ispirato dai giganteschi spostamenti demografici dovuti al libero mercato. L’obiettivo primario era la compattazione della popolazione attorno ad una sola fede culturale, non l’istruzione in sé.

Queste paure furono intensificate dall’ascesa del movimento eugenetico, per il quale cultura e genetica erano due cose separate. Anche se ebrei e altri gruppi “degeneranti” avessero imparato a comportarsi in maniera coerente con gli ideali culturali americani anglosassoni, si credeva allora, tutti questi stranieri avrebbero comunque avvelenato e distrutto il sangue americano. Il risultato fu una serie di misure politiche per isolare e alienare gli immigrati che erano già qui e per evitare che ne arrivassero altri (da qui, tra le tante iniziative dello stato, le restrizioni all’immigrazione negli anni venti).

Quando l’eugenetica andò fuori moda (o perlomeno si smise di parlarne) dopo la seconda guerra mondiale, la paura dell’inquinamento genetico si attenuò, mentre riprese vigore la paura che gli immigrati non si assimilassero.

È una cultura diffusa ancora oggi. La solita presunzione è che la “nostra” cultura sia quella giusta e la “loro” sia sbagliata, e che dunque stia a “loro” adattarsi e diventare come noi. Da qui tutto il grosso armamentario politico: noi, il gruppo dominante, possediamo la cultura; la cultura può essere solo una; chi viene da fuori è una minaccia al benessere nazionale; esiste qualcosa che vive e respira che noi possiamo chiamare cultura nazionale.

Piccolo Brasile ad Atlanta

Ma da dove vengono queste convinzioni? Se almeno gli Stati Uniti fossero un paese come il Lussemburgo, con una popolazione come quella di Tucson, in Arizona, e un territorio non molto più grande (anche se Tucson ha una popolazione quanto mai varia e un centinaio di ristoranti di cucina asiatica, e non corre rischi imminenti). Forse è plausibile la necessità di una lingua prevalente, se non altro per commerciare. Ma perché ciò accada non occorre un programma politico; basta il tempo e l’effetto delle forze organiche dell’evoluzione sociale.

Sembra un cliché, ma non per questo perde vigore: una caratteristica affascinante della libertà è la sua diversità in un grande spazio. L’America è in parte fortunata perché le culture degli immigrati non sono state assimilate completamente dalla cultura dominante. Questo rende la vita negli Stati Uniti molto più interessante e avventurosa.

L’esempio del Piccolo Brasile è piccolo ma illustra bene la questione.

Stavo cercando del tabacco da masticare e ho scoperto che ce l’aveva un negozio ad una quindicina di miglia di distanza. Ho deciso di andarci e mi son ritrovato in un negozio carino che aveva non solo tabacco ma anche molti prodotti brasiliani. Mi sono incuriosito. Il proprietario mi ha detto che c’erano molti prodotti brasiliani in quell’area.

Davvero? Ho dato uno sguardo e ho scoperto che aveva ragione. C’era un caffè brasiliano, con carne alla brace e un buffet con ogni genere di pietanza brasiliana, cose che io ricordavo dai miei precedenti viaggi. La clientela parlava solo in portoghese. Era un’allegra compagnia. Anche io ero contento: emozionato per aver scoperto un Piccolo Brasile nientemeno che a Marietta, in Georgia.

A fianco c’era un negozio di alimentari con infinite specialità, compreso un certo caffè brasiliano che non avevo mai visto prima, e poi bibite e riso.

Di fronte c’era una panetteria brasiliana. E qui la cosa si è fatta seria. Era una grossa attività con numerose specialità, dal pane ai dessert, e un personale amichevole e orgoglioso delle loro specialità nazionali. I gestori erano lieti di avere nuovi clienti, lieti di vantare i propri prodotti. Abbiamo parlato e scherzato e io ho provato a dire qualcosa in portoghese. Poi ho fatto il carico, contento dell’esperienza.

C’era anche un posto dove farsi tagliare i capelli alla brasiliana, e ovviamente anche la famosa ceretta brasiliana.

Perché Accade?

Tutte queste attività stanno in un’unica strada commerciale. Perché? Pianificazione urbana? No. Perché ci sono economie di rete che traggono vantaggio dalla posizione geografica. Probabilmente è accaduto così: alcuni immigrati hanno deciso di vivere in una certa zona. Per non stare lì a perdere tempo alla ricerca di un alloggio, famigliari e amici decidono di stare nella stessa zona. Arrivano altri amici e famigliari. Sono affezionati alla loro madrepatria, cercano prodotti a loro noti, si sentono a loro agio tra compatrioti. Nascono negozi. Altri spuntano nelle vicinanze. Questo attira altri immigrati. Ben presto quel gruppo etnico o nazionale “si appropria” di una parte della città, e tutti assieme creano un’esperienza culturale da offrire anche al resto della città.

Per me, per chiunque, il risultato è un’avventura libera, incredibile, in un mondo diverso. Ci vado spesso, giusto per il gusto di andarci. Venti minuti di macchina e sono in Brasile, e mi godo la musica, il mangiare, la gente e la cultura. Sto attento a non perdermi nulla, amo ogni attimo passato lì. Poi (e questo è l’aspetto curioso) salgo in macchina, lascio il Brasile e torno nel mio mondo. Faccio tutto senza passaporto, biglietto d’aereo, dogana, senza spese se non per la benzina e le delizie brasiliane.

In altre parole, questa esperienza arricchisce enormemente la mia vita.

Vedendo tutto ciò, mi chiedo: Cosa si guadagna e cosa si perde con questa richiesta incessante di acculturazione? Davvero vogliamo vivere in un paese in cui luoghi come questo Piccolo Brasile non sono possibili, in cui tutti i vicinati si assomigliano, tutto è omogeneo e unificato? A me sembra terribile. La diversità offerta da chi rinuncia all’adattamento è una buona cosa. Mette in mostra gli aspetti più magici e incredibili dell’ordine liberale: la sua capacità di creare risultati pacifici e produttivi partendo da una base radicale e eterogenea.

Al contrario, la richiesta di acculturazione di questi ultimi cento anni ha contribuito molto alla riduzione delle nostre libertà e alla violazione dei diritti umani, e ha messo in piedi un apparato statale che non arricchisce nessuno tranne la classe di governo. Da qui la riluttanza ad assimilarsi pienamente: sono quelli che non si fondono con gli altri a rendere il nostro mondo e le nostre vite molto più ricche e eccitanti.

La Fregatura dei Mondiali

[Di Erick Vasconcelos. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 25 marzo 2015 con il titolo FIFA and its Accomplice: The Brazilian State. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Un articolo pubblicato nello stato di San Paolo in Brasile (“Brasil que se vire com arenas vazias, diz FIFA. ‘O problema é de vocês’”, Estadão Esportes, 21 marzo) nota come la Fifa abbia perso interesse per il Brasile: gli inutili stadi costruiti per la Coppa del Mondo del 2014 non sono un problema loro; ad occuparsene dovrebbe essere esclusivamente il paese.

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Contro lo Stato

E dalla parte degli indigeni brasiliani e delle loro terre

[Di Valdenor Júnior. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 17 dicembre 2014 con il titolo Against the State, For Indigenous Lands. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Che direste se la vostra proprietà sulla vostra casa fosse riconosciuta solo se approvata dal Congresso? Vi sentireste più sicuri o meno? Questa è la realtà che vivono milioni di brasiliani che vivono nelle favelas, le cui proprietà sono soggette a questo genere di scherzo politico. Uno scherzo che, secondo l’opinione di alcuni parlamentari, dovrebbe essere esteso alle popolazioni indigene del Brasile.

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Secessionismo Brasiliano

Sao Paulo Contro il Nord-est

[Di Valdenor Júnior. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 19 novembre 2014 con il titolo Brazilian Secessionism: Sao Paulo Against the Northeast. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Dopo la rielezione di Dilma Rousseff del Partito dei Lavoratori, vediamo ripetersi lo stesso schema che si ripete dal 2006: numerose manifestazioni, molte delle quali offensive e xenofobiche, da parte di abitanti del Sud-est e del sud brasiliano, soprattutto di Sao Paulo, contro il più povero Nord-est che ha votato massicciamente per il presidente uscente.

Considerato che le elezioni presidenziali sono state aggiudicate con un margine esiguo, e che l’elettorato di Sao Paulo ha votato in gran parte per il candidato dell’opposizione Aecio Neves, i sostenitori della secessione sono diventati un po’ più visibili.

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Terra e Schiavitù in Brasile

[Di Eduardo Lopes. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 23 novembre 2014 con il titolo How the Law of Lands Kept Black People in Submission in Brazil. Traduzione inglese di Erick Vasconcelos. Traduzione italiana di Enrico Sanna.]

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Nota: Questo articolo è stato scritto in occasione della Giornata della Consapevolezza dei Neri in Brasile.

La schiavitù in Brasile, l’ultimo paese americano indipendente che a quei tempi aveva ancora questa istituzione, fu abolita ufficialmente il 13 maggio 1888. Certo non fu una legge firmata dall’aristocrazia a risolvere i problemi della popolazione nera che, per secoli, era stata derubata della dignità e del frutto del proprio lavoro. L’avvenimento era stato preparato per quarant’anni così che l’abolizione potesse procedere nel modo più tranquillo possibile… per gli schiavisti.

Cedendo alle pressioni che venivano dall’Inghilterra, il Brasile andava in direzione dell’abolizione da tanto tempo. La più famosa e inefficace tra le cosiddette “leggi da mostrare agli inglesi” (un’espressione che ancora oggi indica una legge perfettamente inutile ma che suona bene) fu la legge Feijo, promulgata nel 1832, che dava la libertà nominale agli schiavi che lavoravano la terra. Il commercio di schiavi, però, non fu abolito prima del 1850 con la legge Eusebio de Queiros. L’abolizione sembrava ad un passo, ma alcuni atti ne estesero la durata.

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Sinistra Punitiva e Criminalizzazione dell’Omofobia

[Di Valdenor Júnior. Originale pubblicato su C4SS il 7 ottobre 2014 con il titolo The Punitive Left and the Criminalization of Homophobia. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Maria Lucia Karam

Nell’ormai classico articolo “A esquerda punitiva” (“La Sinistra Punitiva”), Maria Lucia Karam critica la sinistra brasiliana aver abbandonato i propri principi profondi sul cambiamento sociale e per essersi unita a chi vorrebbe un inasprimento della legislazione come strumento per risolvere i conflitti della società e garantire la pace sociale.

Secondo la Karam, la sinistra dimentica che l’apparato repressivo dello stato è rivolto principalmente contro le persone ai margini e fa molto spesso pulizia sociale, e la proposta di ulteriore criminalizzazione e repressione (così come la lotta ai crimini finanziari) avanzata dalla sinistra non risolve le contraddizioni strutturali.

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