Ma Allora il Morto è Morto!

Tokyo

Di Maurilio Lima Botelho. Fonte: Baierle, 22 marzo 2020. Titolo originale: Epidemia Econômica: Covid-19 e a crise capitalista. Traduzione di Enrico Sanna.

Sull’epidemia economica

La crisi che si annuncia non è il risultato di un’interferenza esterna, men che mai si tratta della solita “ripulitura del campo”. Qui ci sono questioni strutturali che vanno avanti da quarant’anni che hanno accumulato soluzioni globali fallite. Solo il positivismo sedimentato come normalità del pensiero può pensare che un virus può causare una crisi economica.

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Un Virus Sociale

Cina

La lotta di classe microbiologica in Cina

Fonte: Chuang.org, febbraio 2020. Titolo originale: Social Contagion: Microbiological Class War in China. Traduzione parziale di Enrico Sanna.

Il forno

Wuhan è nota volgarmente come uno dei “quattro forni” (四大火炉) della Cina per le sue estati di caldo umido oppressivo, assieme a Chongqing, Nanchino e alternativamente Nanchang o Changsha, tutte città dall’attività frenetica situate nella valle del fiume Yangtze. Wuhan è l’unica ad essere punteggiata di forni veri: il grosso agglomerato urbano è il cuore dell’industria dell’acciaio, cemento e altre industrie legate alle costruzioni, il paesaggio è dominato dai forni in lento raffreddamento di ciò che resta delle ferriere e acciaierie di stato, ora in crisi da sovrapproduzione e costrette a controverse riduzioni, privatizzazioni e ristrutturazioni, con il risultato di cinque anni di proteste e massicci scioperi generali. La città è praticamente la capitale cinesedell’industria delle costruzioni, il che le ha conferito un ruolo importante dopo la crisi economica globale, quando la crescita cinese è stata pompata con fondi incanalati in progetti infrastrutturali e edilizi. Wuhan non solo ha contribuito a gonfiare la bolla con un’eccedenza di materiali da costruzione e ingegneri, ma è diventata una boomtown. Secondo i nostri calcoli, tra il 2018 e il 2019 l’area a cantiere della città equivaleva alle dimensioni dell’intera isola di Hong Kong.

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Marcia Indietro

coronavirus

Luttwak, “Coronavirus e crisi della Cina modello Xi”

Alessandro Visalli

Una intervista per “Sussidiario.net” al politologo americano conservatore Edward Luttwak sugli effetti geopolitici dell’epidemia dell’influenza cinese. Si tratta come noto di un’aggressiva influenza virale che in alcuni casi, pare uno su cinque, può evolvere in polmonite virale e quindi portare anche alla morte; rispetto alla normale influenza è almeno tre volte più pericolosa, anche se è molte volte meno pericolosa dei peggiori virus (come Ebola, ad esempio). Al momento risulterebbero circa quarantamila contagiati e poco meno di mille morti. Il tasso di letalità sarebbe, insomma, del 2 per cento circa ed il contenimento allo stato molto efficace, perché fuori dell’area di quarantena ci sono solo duecento casi dopo due mesi dall’avvio dell’allarme.

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Brum Brum!

ladri di biciclette

Simone Pieranni. Fonte: minima&moralia 23 dicembre 2019

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

Nick Land, un ex accelerazionista alla corte della Neo-Cina

Collasso: sindrome cinese planetaria,
dissoluzione della biosfera nella tecnosfera,
crisi della bolla speculativa terminale, ultravirus,
e rivoluzione spogliata di ogni escatologia cristiano-socialista
(fino al nucleo combustibile di sicurezza distrutta).
È in procinto di mangiare la vostra TV, infettare il vostro
conto in banca e hackare xenodati dai vostri mitocondri.

In Cina prima è diventato superfluo il portafoglio, in futuro potrebbe diventarlo anche lo smartphone. Basterà la propria faccia. Le macchine estraggono i nostri dati dal volto e noi interagiamo con esse. E in futuro non troppo lontano chissà che non si possa scannerizzare un Qrcode, con i nostri occhi, magari dialogando con una AI ben più potente di Alexa o Siri e visualizzare, attraverso chissà quale modificazione di cornee, pupille e trasmissioni cerebrali, tutti i nostri dati senza alcun supporto tecnologico.

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Rivolta la Carta

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Di Maurilio Lima Botelho. Originale pubblicato su baierle.me il 18 dicembre 2018 con il titolo Indústria 4.0 e conflitos comerciais numa era de declínio. Traduzione di Enrico Sanna.

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è stata interpretata come una sorta di ritorno al protezionismo economico, o come l’inizio di un nuovo ciclo statalista nella storia dell’economia. Sono interpretazioni che non reggono alla minima analisi teorica perché non tengono conto della base neoliberale di questo apparente “nazionalismo commerciale”. L’attuale trasformazione del processo produttivo aiuta a capire queste azioni commerciali che, pur basate sul fondamentalismo del “libero mercato”, si manifestano in maniera economicamente distruttiva.

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Il Gigacollasso

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Di Tomasz Konicz

6,6 gigatonnellate di calcestruzzo! Si potrebbero cementificare le Hawaii e trasformarle in un enorme parcheggio, esclama a fine marzo il Washington Post. Questa la quantità incredibile di materiale da costruzione consumata dalla Cina, secondo le statistiche ufficiali, tra il 2011 e il 2013. La Repubblica Popolare, condannata ad un boom perpetuo, ha prodotto in tre anni più calcestruzzo degli Stati Uniti in tutto il XX secolo. Secondo il WP, in tutto il secolo scorso gli Stati Uniti hanno consumato 4,5 gigatonnellate di calcestruzzo. Sempre che le cifre ufficiali di Pechino siano giuste, il che non è affatto scontato. Il dato è “sorprendentemente logico”, visto che gran parte delle infrastrutture cinesi sono state costruite nel XXI secolo, quando l’urbanizzazione del paese più popolato del mondo ha subito un’impennata. Nel 1978, appena un quinto dei cinesi viveva nelle città; nel 2020 saranno il 60%.

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