André Gorz e la Fuga dal Capitalismo

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Di David Bollier. Originale pubblicato su bollier.org l’otto febbraio 2015 con il titolo André Gorz on the Exit from Capitalism. Traduzione di Enrico Sanna.

Con grande lungimiranza, nel saggio La sortie du capitalisme a déjà commencé André Gorz nel 2007 spiegava come computer e reti, tramite una più ampia condivisione delle conoscenze, stavano mettendo in crisi profonda il capitalismo. Secondo Gorz, la conoscenza e la cultura condivisibile erodono la capacità del capitalismo di controllare il mercato globale (e noi in qualità di salariati e consumatori “indispensabili”) inteso come apparato esclusivo di produzione e consumo.

Il saggio, comparso per la prima volta nell’edizione autunnale 2007 della rivista EcoRev, si trova nel libro Ecologica del 2008, dello stesso Gorz. Vale la pena rileggerlo perché sviluppa in poche parole un tema di cui oggi vediamo gli effetti, e che Jeremy Rifkin ha ripreso ed elaborato nel suo libro The Zero Marginal Cost Society del 2014.

Partiamo da un fatto: i computer rendono possibile produrre di più con meno manodopera, e questo per il capitale è un problema. Scrive Gorz:

Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce costantemente, e così anche il prezzo. Più cala la quantità di lavoro necessaria ad una data produzione, e più deve crescere il valore prodotto da ogni lavoratore (o la produttività) se non si vuole che il profitto cali. Dunque siamo di fronte ad un paradosso: la produttività più sale e più deve salire per mantenere invariato il profitto complessivo. Questo porta ad un’accelerazione della produttività, alla riduzione del numero di lavoratori, e ad una crescita della pressione sul lavoratore accompagnata da una caduta dei livelli salariali e delle buste paga. Il sistema si sta avvicinando al limite interno per cui produzione e investimenti produttivi non sono più sufficientemente proficui.

Col tempo, spiega Gorz, questo allontana gli investitori dalla “economia reale” della produzione, dove i guadagni in produttività e i profitti sono sempre più difficili da raggiungere, per portarli alla speculazione finanziaria, dove il profitto si esprime in forme “fittizie” di valore, come il debito o altri strumenti finanziari di nuovo tipo. Valore fittizio significa che i prestiti, il rientro sugli investimenti, la crescita economica futura, la fiducia e i buoni propositi sono socialmente immateriali, di natura completamente diversa dal capitale fisico. Dipendono dalla convinzione di tutti e dalla fiducia della società, e possono scomparire in una notte.

Generalmente, però, è più facile e proficuo investire in queste (fittizie, speculative) forme di valore finanziario piuttosto che nella produzione di beni e servizi in un momento in cui produttività e profitti calano. Nessuna sorpresa se le bolle speculative attirano: in giro ci sono troppi capitali alla ricerca di quegli investimenti proficui che l’economia reale non è più in grado di dare. Nessuna sorpresa se le società hanno così tanto denaro disponibile (dai profitti) che non vogliono investire. Non sorprende se la massa di capitale finanziario disponibile supera di gran lunga l’economia reale. Gorz nota che nel 2007 i beni finanziari arrivavano a 160.000 miliardi di dollari, tre o quattro volte il pil globale di allora, e negli ultimi otto anni il rapporto è sicuramente cresciuto.

I cambiamenti climatici aggiungono un livello di difficoltà in quanto impongono praticamente un’uscita repentina dal capitalismo, come sostiene Naomi Klein nel suo recente This Changes Everything. Gorz spiega la questione con estrema chiarezza:

“È impossibile evitare la catastrofe climatica senza una rottura completa con le logiche e le pratiche economiche che da 150 anni ci portano in questa direzione. Se continua così, il pil mondiale nel 2050 sarà tre o quattro volte quello attuale. Ma entro quella data, secondo un rapporto del Consiglio sul Clima delle Nazioni Unite, le emissioni di CO2 dovranno calare dell’85% affinché il riscaldamento globale non superi i 2°C. Oltre 2°C, le conseguenze saranno irreversibili e incontrollabili.

“La crescita negativa è dunque un passo obbligato se vogliamo sopravvivere. Ma questo presuppone una diversa economia, un diverso stile di vita, una diversa civiltà e diverse relazioni sociali. In assenza di tutto ciò, il collasso potrà essere evitato solo con restrizioni, razionamento e un’assegnazione delle risorse autoritaria, tipica di un’economia di guerra. L’uscita dal capitalismo avverrà comunque, in un modo o nell’altro, pacificamente o no. Le uniche incognite sono il modo e i tempi.

“Immaginare una diversa economia, diverse relazioni sociali, diversi modi e mezzi di produzione e diversi stili di vita è considerato “assurdo”, come se fosse impossibile andare oltre questa società basata sulle merci, i salari e il denaro. In realtà, tutto un insieme di indicatori fanno capire che stiamo già andando oltre questa società, e che la possibilità di un’uscita indolore dal capitalismo dipende soprattutto dalla nostra capacità di individuare le tendenze e le pratiche che rendono possibile il cambiamento.”

È qui che entrano in gioco le tante iniziative e i tanti movimenti che ruotano attorno ai beni comuni, la produzione sociale, l’economia solidale, le cooperative, le città di transizione, la decrescita, l’economia collaborativa e condivisa e tanto altro. Tutto ciò annuncia un diverso modo di far fronte alle necessità quotidiane senza restare intrappolati negli imperativi utopici capitalisti (crescita costante, produttività in crescita continua, profitti dall’economia reale), che portano in ultima istanza alla distruzione della società, come evidenziato da anni di austerità in Grecia.

In altre parole, il modo più promettente di risolvere la crisi capitalista di oggi passa per la demercificazione della produzione e del consumo: inventare e diffondere modi extramercato di far fronte alle necessità. Occorre ripensare “produzione” e “consumo” come categorie separate, e cominciare a integrarle (con la nostra azione) tramite una produzione basata su beni comuni.

Internet e le tecnologie digitali sono fortunatamente di enorme aiuto in questo. Già oggi stanno convertendo la conoscenza esclusiva, il know-how e i prodotti di marca in conoscenza pubblica condivisa tramite i beni comuni. Questa è la base di un’economia di genere diverso, che trascende gli imperativi antisociali e antiecologici oggi prevalenti.

Gorz ricorda che l’innovazione riguarda più la creazione di rendite monopolistiche che la soddisfazione di bisogni reali: “Nel prezzo di una merce, la parte rappresentata dalla rendita arriva a dieci, venti o cinquanta volte i costi di produzione. Questo vale non solo per i prodotti di lusso, ma anche per articoli quotidiani come la palestra, i cellulari, i CD, i jeans e altro.” Per questo l’innovazione mira, non tanto all’utilità o al profitto in sé, ma alla scoperta di nuove forme di rendita:

“Nel mercato proprietario, tutto si oppone all’autonomia degli individui, alla loro capacità di riflettere insieme sugli obiettivi comuni e sui bisogni condivisi, sulla possibilità di trovare il modo migliore di eliminare lo spreco, risparmiare le risorse, sviluppare assieme, come produttori e consumatori, un criterio comune per stabilire la “sufficienza”, quella che Jacques Delors chiama “una frugale abbondanza”. È più che ovvio che, se si vuole spezzare la tendenza a ‘produrre di più e consumare di più’ per ridefinire un modello di vita che punti a fare di più e meglio con meno, occorre farla finita con una civiltà che non produce niente di ciò che consumiamo e non consuma niente di ciò che produciamo, una civiltà in cui produttori e consumatori sono entità separate, in cui ognuno va contro se stesso in quanto produttore e consumatore ad un tempo; in cui tutti i bisogni e i desideri rimandano alla necessità di guadagnare denaro e al desiderio di averne sempre di più; in cui produrre per l’autoconsumo sembra, ingiustamente, impossibile e assurdamente antiquato.

“E però questa ‘dittatura sui bisogni’ perde potere. Nonostante la spesa esplosiva in marketing e pubblicità, la presa che le aziende hanno sui consumatori è sempre più debole. La produzione per l’autoconsumo sta riguadagnando terreno come risultato della crescita del contenuto immateriale nelle merci. Il monopolio nella fornitura dei beni sta gradualmente scivolando via dalle mani del capitale.”

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Terremoto nel Mercato Mondiale

Wasteland

Di Massimo Gaggini. Introduzione a: Norbert Trenkle, Terremoto nel mercato mondiale. Articolo del 20 dicembre 2015.

Questo testo introduce lo scritto di Norbert Trenkle “Weltmarktbeben” (Terremoto nel mercato mondiale), apparso nel maggio 2008 in Germania. Il saggio anticipa di pochi mesi lo scoppio vero e proprio della bolla finanziaria, descrivendone di fatto l’avvento e spiegandone con estrema chiarezza le cause più autentiche, che niente hanno a che fare con la vulgata consolatoria per la quale la crisi stessa sarebbe colpa di un esiguo numero di avidi speculatori che si appropria in modo parassitario delle ricchezze prodotte da altri.

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La Morte dei Soldi

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Di Anselm Jappe. Versione spagnola pubblicata su exit-online.org con il titolo ¿Ya se volvió obsoleto el dinero? Traduzione dal francese di Jérôme Baschet-Unitierra Chiapas. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

I media e le autorità già avvertono: molto presto arriverà una nuova crisi finanziaria mondiale, e sarà peggio di quella del 2008. Si parla apertamente di “catastrofi” e di “disastri”. Ma cosa accadrà dopo? Come vivremo dopo il crollo gigantesco delle banche e delle finanze pubbliche? L’Argentina ci è già passata nel 2002. L’economia del paese si è leggermente ripresa, anche se al prezzo di un impoverimento di massa; ma in questo caso si trattava dell’economia di un solo paese. Attualmente, le finanze europee e statunitensi sono sul punto di affondare tutte quante, e non esistono salvatori.

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Crisologia

crisologia

Di Carlo Bordoni

«Tutta colpa della crisi»: una frase che si sente ripetere spesso in situazioni e ambienti diversi, con cui si dà una spiegazione sommaria e superficiale al disagio sociale, a una difficoltà economica o a un problema personale. Crisi è divenuta così una parola passepartout per giustificare (e coprire) ogni questione di non facile interpretazione. Per comprenderla è necessaria una teoria della crisi, una «crisologia», nei termini usati da Edgar Morin.

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Dalla Catastrofe alla Crisi

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Così scriveva Ivan Illich ne La Convivialità quarantaquattro anni fa. Questo capitolo del libro, fortemente profetico, descrive ciò che accade oggi nel mondo intero. Non dice tutto, ovviamente, ma il modo in cui si sta svolgendo la crisi, il suo carattere improvviso, la futilità delle soluzioni proposte dal potere tradizionale, sono perfettamente riassunti.

Io posso solo congetturare in che modo si arriverà alla crisi; ma non ho dubbi sulla condotta da tenere dinanzi a essa e nel suo corso. Credo che lo sviluppo si arresterà da solo. La paralisi sinergetica dei sistemi che l’alimentano provocherà il crollo generale del modo di produzione industriale. Le amministrazioni credono di stabilizzare e armonizzare lo sviluppo affinando i meccanismi e i sistemi di controllo, ma non fanno che precipitare la megamacchina istituzionale verso la sua seconda soglia di mutazione. In un tempo brevissimo, la popolazione perderà fiducia non soltanto nelle istituzioni dominanti, ma anche in quelle specificamente addette a gestire la crisi. Il potere, proprio delle attuali istituzioni, di definire valori (come l’educazione, la velocità di movimento, la salute, il benessere, l’informazione ecc.), si dissolverà di colpo allorché diverrà palese il suo carattere illusorio. A fare da detonatore alla crisi sarà un avvenimento imprevedibile e magari di poco conto, come il panico di Wall Street che precipitò la Grande Depressione. Una coincidenza fortuita renderà manifesta la contraddizione strutturale tra gli scopi dichiarati delle nostre istituzioni e i loro veri risultati. Ciò che è già evidente per qualcuno salterà di colpo agli occhi della maggioranza: l’organizzazione dell’intera economia in funzione dello «star meglio» è il principale ostacolo allo «star bene».

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