Un Altro Uomo

 

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Alessandro Visalli

Anselm Jappe, Contro il denaro

Il libricino di Anselm Jappe, un filosofo che insegna in Italia, è del 2013. Appena una cinquantina di pagine, e pure piccole. In pratica come uno dei post più lunghi di questo blog. Tuttavia solleva in modo tutto sommato interessante dei temi centrali anche se lo fa con un linguaggio che per molti può essere desueto, ma in effetti parla di cose che interessano più o meno tutti.

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Capolinea

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Di Roswitha Scholz e Herbert Böttcher. Fonte: Obeco Online, marzo 2020. Originale: Corona und der Kollaps der Modernisierung. Traduzione portoghese di Boaventura Antunes. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

 Il Coronavirus e il Collasso della Modernizzazione

Il coronavirus è l’ultima goccia ma non la causa dell’aggravamento della crisi. Accelera la disintegrazione del capitalismo. A differenza della crisi del 2007-08, che produsse i massimi effetti sulle banche “sistemicamente importanti”, oggi è anche l’economia reale a ricevere aiuti per miliardi. Si invoca ancora una volta lo stato (sociale), quello che nella marcia trionfale del neoliberalismo è stato screditato come relitto sociale e peso morto dalla lotta per la destinazione degli investimenti. Quello che con arroganza era stato presentato come modello un capitalismo di successo, che sa dove investire perché “guidato dal fiuto finanziario”, non era che un semplice trucco che serviva a prolungare la crisi del capitalismo. Non è un caso, dunque, se il coronavirus ci trova con un sistema sanitario parzialmente privatizzato, indebolito dai tagli e accompagnato, nelle aree di crisi, dal collasso pressoché totale delle strutture che compongono lo stato e il mercato.

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L’immenso Rilievo del Capitale Fittizio

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Di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle. Fonte: Infoaut, 25 Settembre 2012.

Quello che segue, più sotto, è la traduzione di un articolo, scritto da di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle. Un’analisi che così può essere riassunta:

La crisi attuale non è affatto il risultato delle speculazioni o della crescita del debito degli stati. La causa fondamentale della crisi non va cercata fuori di quella che è la logica stessa di un sistema economico che riesce a funzionare solo a singhiozzo e senza la minima razionalità. La logica del massimo profitto possibile, a breve termine, del capitale investito. Logica che ha come conseguenza l’incapacità a capire la differenza fra la ricchezza reale utile agli uomini e la ricchezza capitalizzabile, quella che viene vista solo sotto forma di denaro.

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Contro Natura!

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Una prima proposta per un’ecologia politica critica e radicale.

Di Riccardo Frola e Dario Padovan. Fonte: L’anatra di Vaucanson.

Questo testo è apparso per la prima volta come postfazione al libro “Le avventure della merce”, di Anselm Jappe, ed. Aracne, 2019.

Le Avventure della merce, il libro che viene qui presentato modestamente dall’autore come un tentativo di «riassumere l’essenziale della critica del valore», è in realtà molto più. Circolato anche in Italia, nella sua versione francese acquistata più o meno avventurosamente in Francia dai lettori più attenti, il libro è stato effettivamente per anni (ed è ancora) l’unico riferimento per chi volesse avere un quadro completo della più radicale delle teorie critiche. Ma proprio questo “quadro completo” è in realtà la rappresentazione di qualcosa che, nella sua fisionomia integrale, non esisteva prima del libro. È un contributo originale e inedito dell’autore. Jappe ammette che, prima delle Avventure, nessun testo presentasse «la critica del valore nella sua integrità». Noi aggiungiamo che questa integrità, basata su un metodo che parte «dall’analisi più semplice […] per arrivare in seguito, andando per gradi dall’astratto al concreto, fino all’attualità e alle tematiche storiche, letterarie o antropologiche», è in buona parte il frutto di quell’«eccellente livello teorico di pensiero» che già Guy Debord (Debord, 2008) aveva riconosciuto precocemente all’autore delle Avventure.

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Vent’anni del Manifesto contro il Lavoro

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Postfazione alla quarta edizione tedesca

Di Norbert Trenkle (Gruppo Krisis). Fonte: krisis.org, inverno 2018-19. Titolo: Vinte anos do Manifesto contra o trabalho. Versione in tedesco qui. Traduzione di Enrico Sanna.

Sono passati quasi vent’anni da quando abbiamo pubblicato il Manifesto contro il lavoro e la crisi fondamentale del capitalismo non solo si è intensificata rapidamente dal punto di vista economico, ma sta ponendo sempre più in questione l’esistenza della società delle merci come un tutto. La distruzione delle fonti naturali della vita va avanti sfrenatamente, la frattura sociale nel mondo assume dimensioni drammatiche mentre sul piano politico assistiamo ad un inquietante ritorno delle identità collettive e alla rinascita di partiti e movimenti nazionalisti di estrema destra e populisti di sinistra. Non sorprende che l’esaltazione quasi religiosa del lavoro non ne abbia sofferto, è un elemento costitutivo della soggettività moderna e sottolinea la posizione centrale del lavoro nella società capitalista. Rispetto agli anni novanta, l’orientamento dell’ideologia del lavoro è mutato in molti aspetti. Punto centrale allora era la celebrazione infinita della motivazione individuale, della performance, motto neoliberale secondo il quale ognuno è responsabile della propria sorte. Da allora, l’evocazione del lavoro si è spostata sempre più verso il centro della costruzione dell’identità collettiva, accostandosi ideologicamente al nazionalismo e all’esclusione razzista. Aggiungiamo a ciò la ben nota contrapposizione, dalle connotazioni antisemite, tra il “lavoro onesto” e il “capitale finanziario parassitario”, concetto rinato nel processo ininterrotto della crisi. Nessuna novità. Già negli anni novanta, questi momenti ideologici e identitari erano confusi con il feticismo del lavoro allora dominato dal neoliberalismo, come notava il Manifesto. La differenza è che ora plasmano sempre più il discorso del lavoro.

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Visioni dell’automazione

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Di Robert Kurz. Originale pubblicato su L’anatra di Vaucanson il 26 febbraio 2019. Traduzione dal tedesco di Samuele Cerea.

Da Schwarzbuch Kapitalismus, Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale

La storia della terza rivoluzione industriale

Ormai giunto all’ultimo terzo del XX secolo il capitalismo aveva già dimostrato a sufficienza di quale maestria fosse in grado nell’arte di addestrare gli uomini, fino a che punto esso fosse riuscito nell’impresa di trasformare la maschera delle sue forme feticistiche nel volto del mondo materiale e persino di gran parte del mondo naturale, nonché a spingere verso la negazione di sé grandi masse umane. Ma neppure questa straordinaria prestazione poté mai ammutolire del tutto il disagio elementare, che è fondamentalmente insito nell’autocontraddizione logica di questo modo di produzione e di vita. La fede nel progresso si era già esaurita nel XIX secolo (anche se da allora il suo fantasma viene regolarmente invocato dagli ottimisti di professione e dagli imbonitori del capitalismo per sdrammatizzare la crisi) e il soggetto borghese-illuministico aveva tolto il disturbo, al più tardi con la Prima guerra mondiale, per lasciare il posto ai rituali sado-masochistici del sacrificio di sé in un processo sociale considerato impossibile da governare e tuttavia gli uomini del dopoguerra fordista, degradati a mera materia prima, potevano ancora anestetizzarsi mediante la scialba ebbrezza del consumo. Ma quando giunsero – e più rapidamente del previsto – i limiti del miracolo economico, la coscienza sociale, in virtù del grandioso ottenebramento che aveva colpito trasversalmente tutti i settori teorici e politici, poté reagire solo mediante la rimozione e la dissimulazione.

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