La Superprogrammazione

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Di Ivan Illich. Estratto da La Convivialità, Edizioni RED, 1993.

In quale ambiente il bambino di New York vede la luce? In un insieme complesso di sistemi che significano una cosa per quelli che li progettano e un’altra per chi ne fa uso. Posto a contatto con migliaia di sistemi, ai loro punti terminali, l’uomo di città sa forse servirsi del telefono e del televisore, della legge e delle assicurazioni, ma non sa come funzionano. L’acquisizione spontanea del sapere è limitata ai meccanismi di adattamento a un comfort massificato. L’uomo di città è sempre meno in grado di farsi tanto le sue cose quanto le sue idee. Far da mangiare, far la corte o fare l’amore, tutto diventa materia d’insegnamento. Deviato dall’educazione e verso l’educazione, l’equilibrio del sapere si disgrega. Sappiamo ciò che ci è stato insegnato, ma non impariamo più da noi stessi. Sentiamo d’aver bisogno di essere educati.

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Cosa c’è di Grandioso nell’Assimilazione?

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[Di Jeffrey A. Tucker. Originale pubblicato su fee.org il 21 ottobre 2016 con il titolo What’s So Great about Assimilation Anyway? Traduzione di Enrico Sanna.]

Di sicuro è capitato a tanti di voi: mentre girate per una grande città americana capitate in una zona dominata da un certo gruppo etnico o religioso. Può essere una Chinatown, un quartiere polacco, cubano, o persiano, o Amish, oppure ebreo ortodosso. Si vedono cose nuove, si assaggiano pietanze invitanti, si trovano cose che nei soliti negozi non si vedono. Si sente parlare una lingua sconosciuta. Si trova un diverso modo di vivere.

Mi è successo l’altro giorno. Sono capitato per caso in un Piccolo Brasile ad Atlanta. Un luogo davvero delizioso. Mi ha spinto a riflettere su tutta la questione dell’immigrazione e sulla richiesta incessante di assimilazione. Anche molte persone favorevoli all’immigrazione fanno implicitamente questa richiesta sostenendo che la realtà dimostra una rapida assimilazione dell’immigrato.

Come Noi

La richiesta di acculturazione e assimilazione rivolta agli immigrati, così come la paura del contrario, è un punto importante del dibattito sull’immigrazione fin dalla fine dell’ottocento, se non prima. A quei tempi si aveva il terrore che irlandesi, ebrei e italiani restassero aggrappati ai valori della loro madrepatria e non adottassero i valori del paese accogliente. Si temeva lo strappo del tessuto culturale americano, la disunità. C’era il timore di un disastro demografico di qualche genere.

Questi timori si intensificarono con l’ascesa del movimento eugenetico.

Le scuole pubbliche e la frequenza obbligatoria furono sviluppate nella speranza di rendere omogenea la cultura americana, eliminare l’attaccamento alla propria madrepatria e instillare una nuova cultura… con la forza. Questo avvenne in un momento di panico culturale ispirato dai giganteschi spostamenti demografici dovuti al libero mercato. L’obiettivo primario era la compattazione della popolazione attorno ad una sola fede culturale, non l’istruzione in sé.

Queste paure furono intensificate dall’ascesa del movimento eugenetico, per il quale cultura e genetica erano due cose separate. Anche se ebrei e altri gruppi “degeneranti” avessero imparato a comportarsi in maniera coerente con gli ideali culturali americani anglosassoni, si credeva allora, tutti questi stranieri avrebbero comunque avvelenato e distrutto il sangue americano. Il risultato fu una serie di misure politiche per isolare e alienare gli immigrati che erano già qui e per evitare che ne arrivassero altri (da qui, tra le tante iniziative dello stato, le restrizioni all’immigrazione negli anni venti).

Quando l’eugenetica andò fuori moda (o perlomeno si smise di parlarne) dopo la seconda guerra mondiale, la paura dell’inquinamento genetico si attenuò, mentre riprese vigore la paura che gli immigrati non si assimilassero.

È una cultura diffusa ancora oggi. La solita presunzione è che la “nostra” cultura sia quella giusta e la “loro” sia sbagliata, e che dunque stia a “loro” adattarsi e diventare come noi. Da qui tutto il grosso armamentario politico: noi, il gruppo dominante, possediamo la cultura; la cultura può essere solo una; chi viene da fuori è una minaccia al benessere nazionale; esiste qualcosa che vive e respira che noi possiamo chiamare cultura nazionale.

Piccolo Brasile ad Atlanta

Ma da dove vengono queste convinzioni? Se almeno gli Stati Uniti fossero un paese come il Lussemburgo, con una popolazione come quella di Tucson, in Arizona, e un territorio non molto più grande (anche se Tucson ha una popolazione quanto mai varia e un centinaio di ristoranti di cucina asiatica, e non corre rischi imminenti). Forse è plausibile la necessità di una lingua prevalente, se non altro per commerciare. Ma perché ciò accada non occorre un programma politico; basta il tempo e l’effetto delle forze organiche dell’evoluzione sociale.

Sembra un cliché, ma non per questo perde vigore: una caratteristica affascinante della libertà è la sua diversità in un grande spazio. L’America è in parte fortunata perché le culture degli immigrati non sono state assimilate completamente dalla cultura dominante. Questo rende la vita negli Stati Uniti molto più interessante e avventurosa.

L’esempio del Piccolo Brasile è piccolo ma illustra bene la questione.

Stavo cercando del tabacco da masticare e ho scoperto che ce l’aveva un negozio ad una quindicina di miglia di distanza. Ho deciso di andarci e mi son ritrovato in un negozio carino che aveva non solo tabacco ma anche molti prodotti brasiliani. Mi sono incuriosito. Il proprietario mi ha detto che c’erano molti prodotti brasiliani in quell’area.

Davvero? Ho dato uno sguardo e ho scoperto che aveva ragione. C’era un caffè brasiliano, con carne alla brace e un buffet con ogni genere di pietanza brasiliana, cose che io ricordavo dai miei precedenti viaggi. La clientela parlava solo in portoghese. Era un’allegra compagnia. Anche io ero contento: emozionato per aver scoperto un Piccolo Brasile nientemeno che a Marietta, in Georgia.

A fianco c’era un negozio di alimentari con infinite specialità, compreso un certo caffè brasiliano che non avevo mai visto prima, e poi bibite e riso.

Di fronte c’era una panetteria brasiliana. E qui la cosa si è fatta seria. Era una grossa attività con numerose specialità, dal pane ai dessert, e un personale amichevole e orgoglioso delle loro specialità nazionali. I gestori erano lieti di avere nuovi clienti, lieti di vantare i propri prodotti. Abbiamo parlato e scherzato e io ho provato a dire qualcosa in portoghese. Poi ho fatto il carico, contento dell’esperienza.

C’era anche un posto dove farsi tagliare i capelli alla brasiliana, e ovviamente anche la famosa ceretta brasiliana.

Perché Accade?

Tutte queste attività stanno in un’unica strada commerciale. Perché? Pianificazione urbana? No. Perché ci sono economie di rete che traggono vantaggio dalla posizione geografica. Probabilmente è accaduto così: alcuni immigrati hanno deciso di vivere in una certa zona. Per non stare lì a perdere tempo alla ricerca di un alloggio, famigliari e amici decidono di stare nella stessa zona. Arrivano altri amici e famigliari. Sono affezionati alla loro madrepatria, cercano prodotti a loro noti, si sentono a loro agio tra compatrioti. Nascono negozi. Altri spuntano nelle vicinanze. Questo attira altri immigrati. Ben presto quel gruppo etnico o nazionale “si appropria” di una parte della città, e tutti assieme creano un’esperienza culturale da offrire anche al resto della città.

Per me, per chiunque, il risultato è un’avventura libera, incredibile, in un mondo diverso. Ci vado spesso, giusto per il gusto di andarci. Venti minuti di macchina e sono in Brasile, e mi godo la musica, il mangiare, la gente e la cultura. Sto attento a non perdermi nulla, amo ogni attimo passato lì. Poi (e questo è l’aspetto curioso) salgo in macchina, lascio il Brasile e torno nel mio mondo. Faccio tutto senza passaporto, biglietto d’aereo, dogana, senza spese se non per la benzina e le delizie brasiliane.

In altre parole, questa esperienza arricchisce enormemente la mia vita.

Vedendo tutto ciò, mi chiedo: Cosa si guadagna e cosa si perde con questa richiesta incessante di acculturazione? Davvero vogliamo vivere in un paese in cui luoghi come questo Piccolo Brasile non sono possibili, in cui tutti i vicinati si assomigliano, tutto è omogeneo e unificato? A me sembra terribile. La diversità offerta da chi rinuncia all’adattamento è una buona cosa. Mette in mostra gli aspetti più magici e incredibili dell’ordine liberale: la sua capacità di creare risultati pacifici e produttivi partendo da una base radicale e eterogenea.

Al contrario, la richiesta di acculturazione di questi ultimi cento anni ha contribuito molto alla riduzione delle nostre libertà e alla violazione dei diritti umani, e ha messo in piedi un apparato statale che non arricchisce nessuno tranne la classe di governo. Da qui la riluttanza ad assimilarsi pienamente: sono quelli che non si fondono con gli altri a rendere il nostro mondo e le nostre vite molto più ricche e eccitanti.

Quel Pazzo Solitario di Thoreau

[Di Wendy McElroy. Originale pubblicato su The Daily Bell il 19 giugno 2014 con il titolo Thoreau as a Lone Crazy. Traduzione di Enrico Sanna.]

Henry David Thoreau

Murray Rothbard diceva “pazzo solitario” per descrivere un individuo che esce dal nulla e altera drammaticamente il corso della storia; magari assassinando un presidente. Il pazzo solitario può essere anche un evento, come l’undici settembre. È essenzialmente un misto di sorpresa, improbabilità e capacità di trasformare.

Il saggio di Henry David Thoreau “Sulla Disobbedienza Civile” (1849) è l’equivalente letterario del pazzo solitario. Racconta la notte passata in carcere per essersi rifiutato di pagare una tassa che avrebbe finanziato l’oppressione di altri esseri umani: gli schiavi. È la dichiarazione di un uomo che dice “Non voglio partecipare al male”. Il saggio non avrebbe attirato un secondo sguardo. Ma la sua forza viaggia nei secoli e giunge fino ai giorni nostri. Ha attraversato culture diverse per cambiare il pensiero di figure centrali come Lev Tolstoi, Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Perché?

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I Genitori Devono Lasciare in Pace i Figli

[Di Jay Griffiths. Originale edito da James Tuttle e pubblicato su Center for a Stateless Society il 13 febbraio 2014 con il titolo Why Parents Should Leave Their Kids Alone. Traduzione di Enrico Sanna.]

Inuit

Questo è un estratto modificato di Kith: The Riddle of the Childscape, scritto da Jay Griffiths. Siamo onorati dal fatto che Jay Griffiths ci abbia accordato il permesso di pubblicarlo su C4SS.

E se la cosa migliore che possiamo fare per i nostri figli fosse semplicemente lasciarli in pace? Jay Griffiths spiega perché le attenzioni dei genitori stanno rendendo infelici i nostri figli.

Mi sentivo un complice riluttante di una tortura. L’eco degli strilli della vittima risuonava tra le mura dipinte. La porta, sebbene completamente chiusa, non riusciva a fermare le urla di panico. Un bambino, solo e imprigionato in una culla.

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Da Alessandria a Gutenberg a Etsy

[Di Enrico Sanna]

La biblioteca di Alessandria

La biblioteca di Alessandria

Amazon è il più grande venditore di libri al mondo. Prima di venti anni fa Amazon non esisteva. Jeff Bezos, il padrone di Amazon, non può scrivere sulla home page del sito, “Fondata nel 1876”, o qualcosa del genere. Non so se questo è uno dei suoi crucci.

Quasi un anno fa, Amazon pubblicò i dati sulle vendite dei libri nel suo sito durante il 2012. Le vendite dei libri digitali, gli ebook, erano cresciute del 70%. Anche le vendite dei libri cartacei erano cresciute, ma molto meno: il 5%. Alla fine del 2012, le vendite di Kindle, il dispositivo che serve a leggere i libri digitali venduti da Amazon, si ingolfarono. Per i modelli a colori, Amazon garantiva la consegna in un periodo di mesi. Può darsi che ci fosse un problema con le forniture. Ad ogni modo, il mercato era vivace.

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De Artibus

[Di Enrico Sanna]

Scuole

Nel paese dove sono nato hanno restaurato la facciata delle vecchie scuole elementari. Non male. Davvero non male. La costruzione si trova nella piazza principale. Di fronte c’è il vecchio municipio. Di lato c’è la chiesa. Il quarto lato della piazza è aperto. In giro vedi qualche casa ristrutturata. Compare un arco di qua e una lesena di là. Vedi modanature che non si vedevano da un secolo. Qualcuno arriva all’impensabile: il bassorilievo. Non sempre i risultati sono esaltanti. Però c’è l’intenzione. Sembra una tendenza. La gente prende queste cose stappando la riserva di stupore riservata alle novità.

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