Libera Volpe in Libero Pollaio

Wasteland

Di Serge Latouche. Fonte: Linkiesta 5 febbraio 2016.

Alla conferenza di Stoccolma del 1972 si disse: «Bisogna uscire dalla crescita». A quella frase l’allora presidente francese Valéry Giscard D’Estaing si oppose. Disse: «Non sarò un obiettore della crescita. Non possiamo uscire dalla crescita. Dobbiamo fare un’altra crescita». Oggi siamo allo stesso punto: per evitare di parlare di decrescita si dice «Facciamo la crescita verde!».

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André Gorz e la Fuga dal Capitalismo

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Di David Bollier. Originale pubblicato su bollier.org l’otto febbraio 2015 con il titolo André Gorz on the Exit from Capitalism. Traduzione di Enrico Sanna.

Con grande lungimiranza, nel saggio La sortie du capitalisme a déjà commencé André Gorz nel 2007 spiegava come computer e reti, tramite una più ampia condivisione delle conoscenze, stavano mettendo in crisi profonda il capitalismo. Secondo Gorz, la conoscenza e la cultura condivisibile erodono la capacità del capitalismo di controllare il mercato globale (e noi in qualità di salariati e consumatori “indispensabili”) inteso come apparato esclusivo di produzione e consumo.

Il saggio, comparso per la prima volta nell’edizione autunnale 2007 della rivista EcoRev, si trova nel libro Ecologica del 2008, dello stesso Gorz. Vale la pena rileggerlo perché sviluppa in poche parole un tema di cui oggi vediamo gli effetti, e che Jeremy Rifkin ha ripreso ed elaborato nel suo libro The Zero Marginal Cost Society del 2014.

Partiamo da un fatto: i computer rendono possibile produrre di più con meno manodopera, e questo per il capitale è un problema. Scrive Gorz:

Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce costantemente, e così anche il prezzo. Più cala la quantità di lavoro necessaria ad una data produzione, e più deve crescere il valore prodotto da ogni lavoratore (o la produttività) se non si vuole che il profitto cali. Dunque siamo di fronte ad un paradosso: la produttività più sale e più deve salire per mantenere invariato il profitto complessivo. Questo porta ad un’accelerazione della produttività, alla riduzione del numero di lavoratori, e ad una crescita della pressione sul lavoratore accompagnata da una caduta dei livelli salariali e delle buste paga. Il sistema si sta avvicinando al limite interno per cui produzione e investimenti produttivi non sono più sufficientemente proficui.

Col tempo, spiega Gorz, questo allontana gli investitori dalla “economia reale” della produzione, dove i guadagni in produttività e i profitti sono sempre più difficili da raggiungere, per portarli alla speculazione finanziaria, dove il profitto si esprime in forme “fittizie” di valore, come il debito o altri strumenti finanziari di nuovo tipo. Valore fittizio significa che i prestiti, il rientro sugli investimenti, la crescita economica futura, la fiducia e i buoni propositi sono socialmente immateriali, di natura completamente diversa dal capitale fisico. Dipendono dalla convinzione di tutti e dalla fiducia della società, e possono scomparire in una notte.

Generalmente, però, è più facile e proficuo investire in queste (fittizie, speculative) forme di valore finanziario piuttosto che nella produzione di beni e servizi in un momento in cui produttività e profitti calano. Nessuna sorpresa se le bolle speculative attirano: in giro ci sono troppi capitali alla ricerca di quegli investimenti proficui che l’economia reale non è più in grado di dare. Nessuna sorpresa se le società hanno così tanto denaro disponibile (dai profitti) che non vogliono investire. Non sorprende se la massa di capitale finanziario disponibile supera di gran lunga l’economia reale. Gorz nota che nel 2007 i beni finanziari arrivavano a 160.000 miliardi di dollari, tre o quattro volte il pil globale di allora, e negli ultimi otto anni il rapporto è sicuramente cresciuto.

I cambiamenti climatici aggiungono un livello di difficoltà in quanto impongono praticamente un’uscita repentina dal capitalismo, come sostiene Naomi Klein nel suo recente This Changes Everything. Gorz spiega la questione con estrema chiarezza:

“È impossibile evitare la catastrofe climatica senza una rottura completa con le logiche e le pratiche economiche che da 150 anni ci portano in questa direzione. Se continua così, il pil mondiale nel 2050 sarà tre o quattro volte quello attuale. Ma entro quella data, secondo un rapporto del Consiglio sul Clima delle Nazioni Unite, le emissioni di CO2 dovranno calare dell’85% affinché il riscaldamento globale non superi i 2°C. Oltre 2°C, le conseguenze saranno irreversibili e incontrollabili.

“La crescita negativa è dunque un passo obbligato se vogliamo sopravvivere. Ma questo presuppone una diversa economia, un diverso stile di vita, una diversa civiltà e diverse relazioni sociali. In assenza di tutto ciò, il collasso potrà essere evitato solo con restrizioni, razionamento e un’assegnazione delle risorse autoritaria, tipica di un’economia di guerra. L’uscita dal capitalismo avverrà comunque, in un modo o nell’altro, pacificamente o no. Le uniche incognite sono il modo e i tempi.

“Immaginare una diversa economia, diverse relazioni sociali, diversi modi e mezzi di produzione e diversi stili di vita è considerato “assurdo”, come se fosse impossibile andare oltre questa società basata sulle merci, i salari e il denaro. In realtà, tutto un insieme di indicatori fanno capire che stiamo già andando oltre questa società, e che la possibilità di un’uscita indolore dal capitalismo dipende soprattutto dalla nostra capacità di individuare le tendenze e le pratiche che rendono possibile il cambiamento.”

È qui che entrano in gioco le tante iniziative e i tanti movimenti che ruotano attorno ai beni comuni, la produzione sociale, l’economia solidale, le cooperative, le città di transizione, la decrescita, l’economia collaborativa e condivisa e tanto altro. Tutto ciò annuncia un diverso modo di far fronte alle necessità quotidiane senza restare intrappolati negli imperativi utopici capitalisti (crescita costante, produttività in crescita continua, profitti dall’economia reale), che portano in ultima istanza alla distruzione della società, come evidenziato da anni di austerità in Grecia.

In altre parole, il modo più promettente di risolvere la crisi capitalista di oggi passa per la demercificazione della produzione e del consumo: inventare e diffondere modi extramercato di far fronte alle necessità. Occorre ripensare “produzione” e “consumo” come categorie separate, e cominciare a integrarle (con la nostra azione) tramite una produzione basata su beni comuni.

Internet e le tecnologie digitali sono fortunatamente di enorme aiuto in questo. Già oggi stanno convertendo la conoscenza esclusiva, il know-how e i prodotti di marca in conoscenza pubblica condivisa tramite i beni comuni. Questa è la base di un’economia di genere diverso, che trascende gli imperativi antisociali e antiecologici oggi prevalenti.

Gorz ricorda che l’innovazione riguarda più la creazione di rendite monopolistiche che la soddisfazione di bisogni reali: “Nel prezzo di una merce, la parte rappresentata dalla rendita arriva a dieci, venti o cinquanta volte i costi di produzione. Questo vale non solo per i prodotti di lusso, ma anche per articoli quotidiani come la palestra, i cellulari, i CD, i jeans e altro.” Per questo l’innovazione mira, non tanto all’utilità o al profitto in sé, ma alla scoperta di nuove forme di rendita:

“Nel mercato proprietario, tutto si oppone all’autonomia degli individui, alla loro capacità di riflettere insieme sugli obiettivi comuni e sui bisogni condivisi, sulla possibilità di trovare il modo migliore di eliminare lo spreco, risparmiare le risorse, sviluppare assieme, come produttori e consumatori, un criterio comune per stabilire la “sufficienza”, quella che Jacques Delors chiama “una frugale abbondanza”. È più che ovvio che, se si vuole spezzare la tendenza a ‘produrre di più e consumare di più’ per ridefinire un modello di vita che punti a fare di più e meglio con meno, occorre farla finita con una civiltà che non produce niente di ciò che consumiamo e non consuma niente di ciò che produciamo, una civiltà in cui produttori e consumatori sono entità separate, in cui ognuno va contro se stesso in quanto produttore e consumatore ad un tempo; in cui tutti i bisogni e i desideri rimandano alla necessità di guadagnare denaro e al desiderio di averne sempre di più; in cui produrre per l’autoconsumo sembra, ingiustamente, impossibile e assurdamente antiquato.

“E però questa ‘dittatura sui bisogni’ perde potere. Nonostante la spesa esplosiva in marketing e pubblicità, la presa che le aziende hanno sui consumatori è sempre più debole. La produzione per l’autoconsumo sta riguadagnando terreno come risultato della crescita del contenuto immateriale nelle merci. Il monopolio nella fornitura dei beni sta gradualmente scivolando via dalle mani del capitale.”

Fine Corsa

capolinea

Intervista ad Anselm Jappe sulla decrescita

Originale in lingua spagnola pubblicato nel mese di luglio 2009 su Praxis Digital con il titolo Entrevista a Anselm Jappe sobre el decrecimiento. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

• A cosa attribuisce questo “boom” dell’argomento decrescita?

In realtà, quella parte del pubblico veramente sensibile al discorso della decrescita è ancora molto ristretta. Certo sta crescendo. È il riflesso di una presa di coscienza di fronte agli sviluppi più importanti di questi ultimi decenni, soprattutto la prova evidente del fatto che il capitalismo ci sta trascinando verso una catastrofe ecologica e che non sarà qualche nuovo filtro o qualche automobile inquinante di meno a risolvere il problema. C’è poi il sospetto diffuso che uno sviluppo economico perpetuo non sia desiderabile, cosa che si unisce all’insoddisfazione per le critiche tradizionali del capitalismo, a cui rimproverano sostanzialmente la distribuzione iniqua della ricchezza o soltanto i suoi eccessi, come le guerre e le violazioni dei “diritti umani”. L’interesse verso il concetto di decrescita traduce l’impressione crescente per cui è la direzione del viaggio intrapreso dalla nostra società ad essere sbagliata, almeno in questi ultimi decenni. Saremmo dunque di fronte ad una “crisi della civiltà” e di tutti i suoi valori sul piano della vita quotidiana (culto dei consumi, la velocità, la tecnologia, eccetera).

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Decrescenti

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Di Anselm Jappe. Pubblicato originariamente su L’Anatra di Vaucanson il 4 ottobre 2016.

Il discorso della “decrescita” è una fra le rare proposte teoriche un poco innovative apparse negli ultimi decenni.

La parte del pubblico, ancora molto ristretta, che è attualmente sensibile a questa proposta, sta aumentando incontestabilmente. Questo successo segnala una presa di coscienza di fronte ad un’evidenza: lo sviluppo del capitalismo ci sta trascinando ormai verso una catastrofe ecologica, e non saranno certamente delle automobili meno inquinanti, o qualche filtro in più, a risolvere il problema. Si diffonde una sfiducia nei confronti dell’idea stessa che una crescita economica perpetua sia sempre e comunque desiderabile. Allo stesso tempo, l’insoddisfazione aumenta anche nei confronti di quelle critiche che rimproverano al capitalismo esclusivamente l’ingiusta distribuzione dei suoi frutti, o soltanto i suoi “eccessi”, come le guerre e le violazioni dei “diritti umani”. L’attenzione rivolta al concetto di decrescita, insomma, traduce l’opinione sempre più diffusa che sia l’intera direzione del viaggio intrapreso dalla nostra società ad essere, almeno da qualche decennio, errata e che ci si trovi ormai di fronte ad una “crisi di civilizzazione”, che coinvolge tutti i valori sociali, persino al livello della vita quotidiana (culto del consumo, della velocità, della tecnologia, etc.). Siamo entrati in una crisi che è economica, ecologica ed energetica allo stesso tempo.

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