Frontiere Chiuse ed Economia in Nero

Nogales muro di croci

Di Emmi Bevensee. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 15 maggio 2018 con il titolo Closed Borders and Black Market Economics. Traduzione di Enrico Sanna.

Nel 2012, il sedicenne José Antonio Elena Rodríguez fu ucciso a Nogales, in Messico, da un agente di confine che stava dall’altra parte del muro, in territorio statunitense. L’agente sparò stando una quindicina di metri più su del ragazzo, da dietro le placche arrugginite che formano il muro di Sonora. Secondo le dichiarazioni dell’assassino, il ragazzo “lanciava pietre mettendo a repentaglio la vita”, pertanto lui fece fuoco dieci volte da dietro le spalle. Nessun agente fu anche solo colpito da una pietra. L’agente che sparò è stato recentemente assolto dall’accusa di omicidio. Tra il 1995 e il 2016, il numero dei poliziotti di confine nel settore di Tucson (che comprende Nogales) è cresciuto del 1.000%, con un’impennata nel 2017. Il settore di Tucson ha attualmente otto stazioni di polizia con 4.200 agenti.

Mentre il tasso di omicidi cresce rapidamente a livelli allarmanti in Messico, negli Stati Uniti è stabile (anzi diminuisce): il paese esporta altrove la violenza della sua domanda repressa. Lo scarto ha raggiunto il picco nel 2010, quando il rapporto tra Stati Uniti e Messico era di 6 a 55 omicidi ogni 100.000 abitanti.[1] Dopo l’arresto del boss del cartello di Sinaloa, El Chapo, la violenza è cresciuta in tutto il paese, fino a diventare una guerra tra bande e all’interno delle bande. Il picco è stato raggiunto nel 2017, con 12.500 omicidi solo tra gennaio e giugno.

I dati statistici sono rappresentativi di una crisi violenta delle aree di confine causata dalla guerra alla droga, la militarizzazione delle frontiere e una lotta continua per il monopolio tra entità statali e non. Il mercato nero di questa zona di confine è fatto di frontiere militarizzate e guerra alla droga, dall’una e dall’altra parte, che hanno distorto il mercato in maniera così perversa che per i civili il monopolio è davvero la cosa più sicura. Stare in una città monopolizzata da un cartello è una benedizione. L’inferno è i territori contesi. E tutto congiura per esasperare le tensioni in perpetuo.

Cronologia del Declino

Fin dai tempi di Pablo Escobar alla fine degli anni novanta in Messico esisteva un megacartello chiamato “la federazione” che controllava tutto il mercato nero praticamente in monopolio. All’apice del successo, la federazione controllava la stragrande maggioranza del mercato nero messicano e forniva quasi il 90% della cocaina che entrava nel mercato statunitense. A gestire la federazione c’era un solo uomo, Félix Gallardo, “el jefe de los jefes”. Sotto il suo regno calò enormemente quella violenza che più tardi sarebbe divenuta inseparabile dalla guerra alla droga. Previdentemente, predisse la sua uscita di scena e divise il mercato messicano in vari territori controllati da diversi cartelli. Questo iniziale decentramento restò relativamente pacifico fino all’introduzione dell’Accordo di Libero Commercio del Nord America, o Nafta, e la stretta sull’immigrazione subito dopo l’inizio della guerra alla droga in Messico.

Nel 2006, con il presidente Calderón, il Messico cominciò la sua guerra alla droga; da allora ad oggi il Messico ha incassato 1,5 miliardi di dollari dagli Stati Uniti. Questa guerra cominciò con la costosa impresa di Calderón che mandò 6.500 uomini nel suo stato natale di Michoacán. Il costo più alto, però, fu in termini di vite umane: 200.000 persone furono uccise e altre 28.000 scomparvero. Nelle terre di confine la vera violenza non cominciò se non con la seconda guerra alla droga. Con il declino dei boss, divamparono le dispute territoriali. La struttura oligopolistica resta intatta, per quanto il governo messicano dica che le perdite umane erano un costo necessario all’abbattimento del potere dei narcos. Nel 2008, appena due anni dopo l’inizio della guerra alla droga in Messico, la principale alleanza tra narcos, tra i cartelli di Sinaloa e Beltran-Levya, cominciò a degenerare in guerra aperta.

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Gli Stati Uniti vedono nel governo messicano un alleato nella guerra alla droga e un ulteriore fronte della sua fallita impresa proibizionista. Ma a tutt’oggi la militarizzazione e la chiusura delle frontiere resta una politica importante che avvantaggia i cartelli stessi. Con l’aiuto degli Stati Uniti, il governo messicano ha catturato 33 dei 37 trafficanti più importanti. Lungi dall’estinguere l’enorme violenza del mercato nero, le uccisioni l’hanno esacerbata.

Per molti anarchici e liberali, la verità scomoda di questa guerra di confine è che è il monopolio, e per qualche tempo anche l’oligopolio, non la concorrenza, ad aver portato una qualche pace, seppure a costi altissimi. Le lotte intestine e le guerre per il territorio sono cominciate quando le operazioni intergovernative hanno frantumato il mercato della droga. Un monopolio astatuale può portare una sorta di finta pace in zone di guerra, ma è una pace che ha un costo altissimo. Molti controeconomisti e agoristi fanno presto ad indicare nel commercio della droga una panacea che dirotta risorse dallo stato al mercato comune. Ma questo è un mercato troppo corrotto, che mal si adatta agli idealismi nonviolenti. Le zone di confine non sono come la Via della Seta del web profondo; sono zone di guerra. In una zona di guerra, anche i metri morali e le strutture di mercato sviluppano logiche interne perverse che autoalimentano le proprie distorsioni.

Bootlegger e Battisti

L’unica legge rispettata dai cartelli è la legge della domanda e dell’offerta. L’aumento della sorveglianza nelle aree di confine non intacca la domanda di beni e servizi forniti dai cartelli. Al contrario, quando nuove barriere incrementano i rischi operativi, i cartelli reagiscono migliorando le tecniche del contrabbando, aumentano i prezzi per tenere alti i profitti e stimolano la nascita di nuovi mercati interni in Messico e sul lato statunitense del confine. ~ Texoco de Mora, Borderland Beat– 2017

Nonostante l’assurda violenza, droghe e altri beni illegali continuano a passare il confine. Il mercato trova sempre una soluzione e i narcos, pur così brutali, sono affaristi geniali. I narcos sono anche incredibili innovatori STEM. I loro tunnel sono famosi per essere completamente pavimentati, elettrificati, dotati di climatizzazione e perfino di decauville. Possiedono flotte di droni che usano per trafficare e controllare e hanno messo in piedi sistemi sofisticati per ingannare e bloccare i droni della polizia di confine. La loro inventiva si allarga anche all’intimidazione e alle tecniche di guerra. Rapimenti, assassinii in pubblico, tortura, fosse comuni e infiltrazioni massicce nelle strutture politiche (di entrambi gli stati) servono a mantenere il vantaggio economico nonostante le pesanti interferenze.

I narcos si considerano vendicatori di una politica statunitense fatta di decenni di razzismo e colonialismo. La guerra alla droga è il loro fronte contro l’impero. Non per giustificare il loro male, ma qualcosa di vero c’è. Nessun altro combatte allo stesso modo la politica razzista, nazionalista, antiimmigrazione e antidroga degli Stati Uniti. Questo spiega perché molti signori della droga sono circondati da un’aura da rockstar, che si riflette nelle gloriose ballate norteñas (dette narcocorridos), nell’hip-hop, e perfino in certe sette dedicate alla Santa Muerte, che elevano i narcos al rango di mitologici guerrieri spirituali.

El Chapo, capo del cartello di Sinaloa recentemente catturato ed estradato negli Stati Uniti, è noto per le sue bravate spettacolari. Una volta con il suo piccolo esercito di guardie del corpo ha tenuto sotto chiave un ristorante di lusso di Città del Messico mentre era oggetto di una caccia all’uomo internazionale. Ha pagato da bere e mangiare a tutti i clienti. Un’aura mitica circonda le munifiche corruzioni, l’evasione da tutte le prigioni che hanno rinchiuso El Chapo, con tutto il conseguente strascico di sangue.

Il mercato nero di droga e armi lungo il confine tra Stati Uniti e Messico è alla base di gran parte delle economie, soprattutto cittadine, di entrambe le parti. A ciò si aggiunge il mercato di beni legali, contrabbandati a causa di normative, tasse e dazi sciagurati. Il sito Borderland Beat ricorda così questo aspetto trascurato: “Alcuni cartelli hanno infiltrato profondamente alcuni settori dell’economia legale, lungo il confine hanno posizionato strutture logistiche che servono ad agevolare il movimento delle merci legali attraverso i punti d’ingresso, così da evitare i forti dazi.” Nelle zone di confine, sia il mercato nero che quello grigio sono caratterizzati da violenze incredibili da parte dello stato e dei cartelli.

Non a caso si usa il termine “cartelli” per indicare i narcotrafficanti. Da un punto di vista economico, i cartelli sono gruppi affaristici il cui obiettivo è l’accrescimento dei profitti e la riduzione della concorrenza con qualunque mezzo, come il controllo dei prezzi, la limitazione della fornitura o l’eliminazione della potenziale concorrenza. Dopo la caduta della “Federazione”, il mercato clandestino della droga in Messico da monopolio è diventato un oligopolio: un piccolo gruppo di venditori controlla il mercato, spesso con accordi di collusione, espliciti o impliciti, che permettono loro di agire in maniera simile ai monopoli. Ma i cartelli si trovano in una situazione che gli esperti della teoria dei giochi chiamano Dilemma del Prigioniero, per cui, nonostante le collusioni, sono spinti ad imbrogliarsi tra loro e a farsi la guerra dei prezzi. Questo rende particolarmente difficile il mantenimento dell’efficienza (Pareto) o di una condizione di equilibrio ideale (Nash). Al crescere della concorrenza, la collusione diventa meno appetibile e meno possibile. In questo fallimento del mercato, creato dall’incrocio degli incentivi perversi del proibizionismo, gli imprenditori della droga estraggono profitto con la violenza, le tendenze monopolistiche e il soffocamento della possibile concorrenza.

La domanda nel mercato della droga è relativamente rigida, le persone sono disposte a pagare sempre di più per la stessa quantità. Unendo ciò alla chiusura delle frontiere, il margine di profitto dei cartelli cresce. Si tratta di un fenomeno ben studiato. Polizia di confine e narcos finiscono spesso per avere gli stessi obiettivi. È un fenomeno noto come effetto “bootlegger e battisti”, e prende il nome dal fatto che bootlegger (i produttori clandestini di alcolici durante il proibizionismo, ndt) e battisti volevano entrambi la chiusura domenicale dei bar, anche se per ragioni completamente diverse. Più i narcos sono armati, e più la polizia vuole gingilli scintillanti; e viceversa. Un’accoppiata vincente.

I cartelli sono una sorta di microstati. Hanno i loro eserciti privati, sono spesso fuori dalla portata della polizia di stato, e nei territori controllati da loro gestiscono gran parte delle questioni di legge, ordine e ridistribuzione delle risorse.

I narcos vanno avanti indisturbati anche in quelle città del nord invase da agenti federali e militari. I cartelli sono impegnati in questioni sociali. “Passano più tempo ad oziare che a sparare,” dicono di loro due investigatori della narcotici. Sono profondamente patriottici; in senso culturale, più che statalista, anche se spesso influenzano o controllano le campagne politiche. E sono tra le maggiori potenze economiche e fonti di lavoro nel mercato nero, grigio e bianco (hanno anche imprese legali) soprattutto nel Messico settentrionale.

Possiedono tutta la violenza e il potere monopolistico dello stato, ma con più rischi operativi e meno responsabilità internazionali. Le autorità statunitensi e messicane danno il peggio di se stesse nei territori di confine. Come ogni stato, i cartelli fanno qualcosa per vivere, crescere e tenere in piedi il monopolio nel proprio territorio. Ma data la forte distorsione dei mercati, mancano della responsabilità strutturale degli altri stati. Il proibizionismo non fa nulla per limitare la domanda, pertanto questi microstati prosperano nell’unico mercato a loro disponibile: il mercato nero. Per certi versi, la guerra alla droga voluta da Calderón è una sorta di guerra civile tra stati in concorrenza tra loro in zone in cui il monopolio governativo della violenza e del potere è dubbio.

Se i cartelli tendono ad evolversi in stati, l’atteggiamento della polizia di frontiera esaspera la brutalità di entrambi i poteri monopolistici e della concorrenza nel mercato delle droghe e delle migrazioni nel deserto di Sonora. È qui che vengono allo scoperto gli aspetti peggiori della guerra alla droga, aspetti che giustificano esponenzialmente le stesse politiche fallite che li hanno generati. Gli Stati Uniti, con la loro polizia di confine e la guerra alla droga, sono complici della ferocia di entrambe le parti di questa sanguinoso, seppur immaginario, confine.

L’arrivo del Trattato di Libero (sic) Commercio del Nord America (Nafta) nel 1994 ha esacerbato le già disumane condizioni di lavoro delle maquiladoras. Prima dell’approvazione del Nafta, le maquilas assorbivano appena il 5% dei posti di lavoro nell’industria, ma già tre anni dopo erano al 25% circa. Oggi la percentuale è salita al 63%. Anche se molte maquilas sono controllate o in società con il corrotto, violento e incontrollabile stato messicano e i cartelli, le scarne opportunità che offrono sono presentate su un piatto fatto di cultura monopolistica e clientelismo a cui si accompagna la violenza dei cartelli e lo sfruttamento con la promessa di guadagni finanziari (“plato o plomo”, come si dice, “piatto o piombo”). Già mi immagino le proteste di libertari e capitalisti… Certo le maquilas creano opportunità economiche, ma se “schiavitù volontaria” e maquilas rappresentano il loro ideale di società liberata allora la loro moralità è a livelli sottomarini e l’immaginazione è ancora più giù. Perché il Nafta non è un accordo di libero commercio, ma l’occasione per gli oligopolisti multinazionali per estrarre ricchezza con il neocolonialismo. Il risultato è un peggioramento deciso delle condizioni di lavoro, non la promessa di un commercio internazionale. Le categorie più vulnerabili, quelle che più di tutte subiscono orribili violenze (da parte dello stato o dei narcos) in città come la messicna Juárez, sono le stesse, rappresentate da bambini e donne, spesso povere e minorenni, che migrano per lavorare nelle maquilas. Fatto ironico, a subire le violenze sono i dipendenti e molto raramente le stesse maquilas, che sono protette da stato e narcos. Il flusso di capitali provenienti dagli Stati Uniti finisce in quelle aree in cui è massima la concentrazione di maquilas e di assassinî, e questo non fa che sottolineare il fatto che la politica estera statunitense, con la sua militarizzazione delle frontiere, crea devastazione e strane alleanze proprio nelle zone di confine.

Altro esempio dell’accidentale alleanza tra narcos e polizia di frontiera è il progetto Prevenzione tramite Dissuasione approvato subito dopo il Nafta. Il progetto è alla base del disastroso boom delle assunzioni di poliziotti di confine negli anni novanta, continuato fino ai primi anni duemila. Durante la preparazione del Nafta i baroni del “libero commercio” sapevano che l’accordo avrebbe causato sofferenze e intensificato le migrazioni, così all’accordo aggiunsero la militarizzazione del confine, strozzando secoli di sostanziale libertà di movimento che contribuivano a quello scambio di cui il mercato ha bisogno.

Il sistema chiamato Prevenzione Tramite Dissuasione, adottato subito dopo l’approvazione del Nafta, tentava di fermare i migranti solo nei canali più sicuri, dando per scontato che le zone climaticamente più impervie, come il deserto di Sonora, avrebbero fatto da barriera naturale. Ma non è stato così. Il risultato è che ora i narcos hanno meno territorio da controllare e possono concentrarsi su quelle zone rimaste relativamente libere. I narcos controllano tutti i movimenti clandestini. I “cattivi” spalloni demonizzati dalla destra antimigrazione sono spesso centroamericani che sono stati derubati per strada e non hanno più soldi per corrompere o per pagare una guida. La politica della polizia di frontiera, che costringe i canali migratori attraverso le aree urbane e gli spazi relativamente sicuri, ha permesso ai narcos di concentrare i loro sforzi contromilitarizzati in questi canali ristretti.

Dopo una spesa di 2,4 miliardi in tecnologie militari destinate alla chiusura delle frontiere con la fallimentare Secure Borders Initiative (o più probabilmente a causa di ciò), bootlegger e battisti hanno colpito ancora, come dimostra la crescita vertiginosa della produzione di droga nel 2010. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato,

La produzione di metanfetamine avviene in laboratori clandestini. Le aree con la più alta concentrazione di laboratori sono Michoacán e Jalisco. È difficile fare una stima del livello produttivo, ma si pensa che sia alto e in crescita… e secondo le stime delle agenzie governative statunitensi nel 2009 la coltivazione è cresciuta significativamente. La coltivazione di oppio è più che raddoppiata, da 6.900 ettari nel 2008 a 15.000 a settembre 2009, il livello più alto mai registrato in Messico e tutta l’America Latina messa assieme. La produzione di cannabis è cresciuta del 35%, da 8.900 ettari nel 2008 a 12.000 nel 2009, il livello più alto dal 1992.

La militarizzazione delle frontiere è una trappola. Più si combatte e più si crea ciò che si vorrebbe distruggere. Anche se non c’è nulla da distruggere.

Agoristi e Frontiere Aperte

In una cornice agorista, i contrabbandieri sono parte del mercato nero, ovvero della controeconomia. I bootlegger forniscono beni che le persone hanno naturalmente diritto di acquistare. Sono imprenditori che aggirano lo stato per offrire beni e servizi ingiustamente criminalizzati. Questi imprenditori controecononomici sono però spinti a sostenere l’intervento statale, visto che questo riduce la concorrenza. Allo stesso modo, il proibizionismo gonfia i profitti dei cartelli della droga. Impedisce la concorrenza. E ciò alimenta il prezzo delle droghe. ~ Nathan Goodman, C4SS – 2016

La gente ama la droga, le armi e la roba a buon prezzo. La situazione non cambia. Cambiano solo le condizioni, le fonti e il modo in cui si fanno transazioni. Secondo i principi agoristici e controeconomici, il mercato è fuori dal controllo dello stato, è un sistema graduale ma rivoluzionario per creare una nuova società nel guscio della vecchia. In realtà, il mercato nero è distorto dall’oscuro ventre molle della politica statalista e dalla chiusura e militarizzazione delle frontiere, così che siamo costretti a batterci per un sistema che assicuri lo scambio etico. Al di là degli incentivi etici ed economici dietro un mercato comune antiproibizionista e antinazionalista, è ora che guardiamo attentamente il casino che abbiamo messo su. Pur non senza colpe, i narcos occupano una posizione richiesta dal mercato e ignorata nella pratica. Gli sforzi paralleli che tendono a depenalizzare e porre fine al fallimento del proibizionismo si accoppiano al bisogno di creare alternative nonviolente alle guerre infinite che gli Stati Uniti esportano per soddisfare i propri bisogni.

La depenalizzazione di tutte le droghe e l’apertura delle frontiere ridurrebbero drasticamente il margine di profitto dei cartelli più violenti, compresi i mostruosi cartelli corporativi rappresentati dai militari e la polizia di confine di Stati Uniti e Messico. Ma non è una panacea.

I narcos, così come il complesso militare industriale di stato, hanno eccezionali capacità di adattamento e diffusione. Con la depenalizzazione, il mercato potrebbe almeno cominciare a correggere se stesso. Le iniziative comunitarie di difesa in stile zapatista avrebbero una qualche speranza nella lotta per l’autodeterminazione. Calerebbe la spinta al profitto generato dall’attuale carneficina. Tecnologie agoristiche basate sul web e iniziative nonviolente potrebbero iniziare ad avere successo in entrambe le parti di questa devastata e immaginaria frontiera. La concorrenza porterebbe ad un prodotto di migliore qualità e al controllo da parte del consumatore, abbattendo il rischio di overdose e avvelenamento. Gli imprenditori locali del mercato della droga potrebbero fuggire dall’ombra della violenza e riportare i miliardi nell’economia latinoamericana, magari ponendo fine al sistema delle maquiladoras, e con una reale possibilità di porre fine a questa violenza ciclica portata dagli accordi commerciali neocoloniali. Nessuno conosce le potenzialità. Forse lo spagnolo potrebbe diventare davvero la lingua principale negli Stati Uniti. 😉


Nota:

1. I dati statistici alla base di questa asserzione e il grafico nella sezione seguente sono frutto di una ricerca originale basata su: El Instituto Nacional de Estadística y Geografía (1, 2, 3), Consejo Nacional de Población, FBI Uniform Crime Reporting Statistics, e U.S. Census Bureau. Ho utilizzato anche questo e altri articoli scritti dal Center for Global Development. I dati dimostrano una chiara correlazione tra la guerra alla droga portata avanti dallo stato, la chiusura delle frontiere (dove la violenza è massima) e la violenza. I dati raccolti dal governo messicano riguardo il tasso di omicidi nelle zone di frontiera (senza contare le morti causate da polizia e federali) appaiono fortemente correlati tra loro (r^2 = 0,718, r = 0,816). Questo significa che l’impennata del 2006, all’inizio della guerra alla droga, non è un’anomalia, ma una realtà che si ritrova in grossa misura in tutte le zone di confine.

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Le Origini Politico-razziste della Guerra alla Droga

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Di James C. Wilson. Originale pubblicato il 17 aprile 2016 su Center for a Stateless Society con il titolo The Racist and Politically Motivated Origins of the War on Drugs. Traduzione di Enrico Sanna.

In primo piano questo mese su Harper’s Magazine, Dan Baum racconta una sua conversazione con l’ex consigliere per la politica interna di Nixon John Ehrlichman, condannato come co-cospiratore nel caso Watergate. Baum dice di aver appreso nel 1994 da Ehrlichman che la guerra alla droga di Nixon era intesa come un attacco contro i neri e gli antimilitaristi.

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Il Carcere Facile

Vere cause, vere riforme

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Di Jason Lee Byas. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 4 agosto 2017 con il titolo Locked In: The True Causes of Mass Incarceration and How to Achieve Real Reform. Traduzione di Enrico Sanna.

Tra tutte le funzioni dello stato, il carcere, soprattutto in grandi numeri, è probabilmente una della più brutali, distruttive e disumane. Tra tutte le funzioni dello stato, il censimento è probabilmente la più… noiosa. Se ci interessa la prima, dobbiamo interessarci anche della seconda.

Attualmente, ai fini del censimento i carcerati sono considerati residenti nel luogo in cui si trovano, ovvero in carcere. Questo è importante perché, pur non potendo votare, gonfiano i numeri censuari delle comunità in cui si trovano. Per queste comunità, altrimenti piccolissime, le carceri sono un’importante fonte di opportunità economica, e farebbero di tutto per trattenerle. Questo significa che la metodologia del censimento statale dà un potere enormemente sproporzionato a chi ha interesse a tenere le carceri piene.

Il libro di John Pfaff, Locked In: The True Causes of Mass Incarceration and How to Achieve Real Reform, rivela molte cose sui profondi fattori strutturali dietro il problema dell’incarcerazione di massa in America. Il fatto che Pfaff si consideri un politico moderato dà importanza alle sue analisi agli occhi di un radicale. Va alla radice dell’incarcerazione di massa, non solo descrivendo gli incentivi perversi insiti nel sistema carcerario di stato, ma anche facendo domande scomode sull’impulso punitivo in sé.

Pfaff vuole una riforma seria ma contesta le opinioni di certi circoli riformatori. Per molti le “vere cause dell’incarcerazione di massa” citate nel sottotitolo sono chiare: il governo federale e la sua lotta alla droga, le condanne lunghe e la privatizzazione delle carceri. È un discorso trito che Pfaff vuole sostituire con un’immagine diversa, meglio informata, fatta di governi locali, crimini violenti, ingressi in carcere e la questione degli incentivi nel settore pubblico.

Anche per i Riformisti, Fermare la Lotta alla Droga non Basta

Per un libertario e (ultimamente) anche per un progressista, la fine della guerra alla droga appare una soluzione ovvia all’incarcerazione di massa. È chiaro che occorre l’abolizione immediata di tutte le restrizioni legali alla vendita, il possesso e l’uso delle droghe. Ingabbiare la gente perché commercia sostanze chimiche non ha niente a che fare con la sicurezza pubblica come pretesa fondamentale dello stato. Ma anche se fosse, è semplicemente falso dire che la guerra alla droga è la maggiore responsabile dell’incarcerazione di massa in America.

Perché il fenomeno è precedente o successivo alla guerra alla droga, secondo dove si pone l’inizio di questa guerra. L’incarcerazione di massa è cominciata ben dopo Nixon, ma era già in fase avanzata ai tempi di Reagan. Secondo Pfaff, lo stesso vale a livello statale. Nello stato di New York, ad esempio, le incarcerazioni si impennarono dieci anni dopo le leggi draconiane antidroga volute da Rockefeller.

E poi, se pensate che una certa percentuale di persone è in carcere unicamente per droga, probabilmente vi sbagliate. Almeno, io mi sbagliavo. Circa tre quarti dei carcerati è nelle carceri degli stati, e solo il 16% di loro è dentro per droga. Tra il 1980 e il 2009, metà della crescita è data dal crimine violento, contro il 20% della droga.

Qualche anno prima di Locked In, Pfaff criticò le teorie esposte da Michelle Alexander in The New Jim Crow, dove l’autrice accusava la guerra alla droga. Il Brookings Institution replicò dicendo che le critiche di Pfaff avevano valore solo se si contavano le persone in carcere in un dato momento, non nel lungo termine. Questo pone dei problemi alla teoria di Pfaff, che dà più importanza al numero di condannati che alla lunghezza delle condanne. Se, come fa Pfaff, diamo più importanza al numero di persone incarcerate, forse la tendenza generale a concentrarsi sul problema della droga è giusta.

In Locked In, Pfaff ribatte analizzando più a fondo le incarcerazioni per droga. Separando i recidivi dagli incensurati, si scopre che gli incensurati condannati per droga sono solo il 5% in più rispetto ai recidivi per lo stesso reato. Sembra quindi sbagliato dire che la guerra alla droga è la responsabile prima delle carceri piene.

Per giunta, la fine dell’antidroga non libererebbe tutti i detenuti per droga. Sembra strano, ma è che gli arresti per droga sono probabilmente un pretesto per attaccare il crimine violento. In altre parole, molti degli arrestati per droga sono dentro perché la polizia pensa che siano colpevoli di reati molto più violenti ma anche molto più difficili da dimostrare. A dimostrazione di ciò il fatto che gli arresti per droga salgono di pari passo con il crimine violento. E poi c’è il fatto che molti detenuti per droga hanno patteggiato per evitare accuse più pesanti.

A complicare il tutto il fatto che molti detenuti per crimini violenti non sarebbero dentro senza l’ambiente creato dal proibizionismo. Pfaff lo riconosce, ma confonde le acque con ipotesi contrarie. In un mondo senza proibizioni, dice, si impennerebbe la guida sotto l’effetto di droghe e altri reati simili, e la violenza generata dal mercato nero della droga semplicemente si sposterebbe altrove.

Forse sono influenzato dal mio libertarismo, ma credo che questa sua asserzione sia una delle parti più deboli del libro. Certo ha ragione a dire che se le barriere all’impiego e alla mobilità verso l’alto rimangono, neanche una legalizzazione totale risolverebbe del tutto il crimine da strada. Resta però il fatto che la sua teoria principale, secondo cui la legalizzazione non invertirebbe l’incarcerazione di massa, resta convincente.

Pfaff nota più volte che la guerra alla droga non è una banalità, e concorda con Michelle Alexander riguardo l’impatto razziale sull’incarcerazione di massa. Ma non possiamo evitare l’argomento più pesante del crimine violento.

Oltre le Carceri Private

Pfaff rompe il mito associato alla privatizzazione delle carceri, sostenendo che il loro ruolo nell’incarcerazione di massa è minore di quanto non si supponga. Primo, le carceri private sono poche, e il loro svuotamento ridurrebbe la popolazione carceraria di appena il 7%. Secondo, tutti gli incentivi perversi del settore privato sono presenti, moltiplicati, anche nel pubblico.

Prima di illustrare le tesi di Pfaff, faccio notare che la mia non è una difesa delle carceri private. Che, come tutte le carceri, dovrebbero essere chiuse immediatamente, e se i loro detenuti vogliono dovrebbero essere distrutte fisicamente. Tutti i profitti fatti da società come la Corrections Corporation of America dovrebbero diventare risarcimenti per chi è stato dietro le loro sbarre. Tenere una persona in condizioni di schiavitù è moralmente indifendibile, e qualunque attività economica basata sulla schiavitù è un’offesa alla dignità umana. Detto ciò, se vogliamo lottare contro questa schiavitù dobbiamo capire che il nemico è il carcere in sé, non solo la sua forma privatizzata.

Da un punto di vista del brutale impatto politico, a spingere verso l’incarcerazione di massa è stato più l’interesse pubblico che quello privato. I secondini tengono al posto di lavoro, e i loro sindacati fanno molta pressione in tal senso. Oltre ai sindacati, ci sono i politici locali che spesso credono (erroneamente) di trarre benefici economici dalla presenza di un carcere, e fanno di tutto per evitarne la chiusura. Quindi i pubblici ministeri di contea, eletti da bianchi relativamente ricchi che vivono in sobborghi assillati dal crimine, che in realtà perseguita soprattutto la popolazione più povera e indifesa (e meno punitiva!). Molte altre piccole cose, come la citata questione del censimento, vanno ad aggiungersi a questi incentivi perversi.

E poi normalissime questioni di scelta collettiva, come l’ignoranza diffusa, influiscono sulla giustizia penale. Gli elettori reagiscono molto più facilmente a condanne “falso negative” (persone assolte che secondo loro erano colpevoli) che a quelle “falso positive” (persone condannate ingiustamente). A peggiorare la situazione è il fatto che le persone sono spesso ignoranti in materia di dati statistici e tendenze, ma sono sensibilissimi ai casi che fanno scalpore.

Pensate ad esempio a Willie Horton, che commise aggressione, rapina a mano armata e stupro durante un permesso. In realtà, i permessi sono un grande successo in termini di obiettivi: il 99,9% dei detenuti torna in carcere senza incidenti. Horton fu una piccolissima eccezione, abbastanza però da costare la presidenza a Michael Dukakis. Memori del fenomeno, pubblici ministeri, giudici, commissioni per la libertà vigilata, governatori, legislatori e altri sono molto più attenti ad evitare un altro Willie Horton come, in astratto, vorrebbe la popolazione, che ad usare prudenza.

Tra tutti i pubblici ufficiali, Pfaff punta il dito soprattutto contro i pubblici ministeri. Spesso nessuno fa caso al loro potere pressoché illimitato di decidere sul rinvio a giudizio, sul tipo di accuse e sui termini del patteggiamento. Che non si faccia caso è normale, visto che si sa pochissimo su come prendono le decisioni. L’assenza di informazioni è molto più grave se si pensa che circa il 95% dei casi non va mai a processo in quanto l’esito viene patteggiato. Molte delle riforme proposte da Pfaff, come più fondi per i difensori d’ufficio, puntano sul contrasto del potere accusatorio.

Ridefinire il Crimine Violento

Gran parte dei problemi inerenti alle teorie di Pfaff non riguarda solo il fatto che sbaglia le cause dell’incarcerazione di massa, ma anche che quell’errore può portare a difese di tipo controproducente. Molti riformatori pensano che si debba mettere fine alla guerra alla droga per liberare spazio carcerario e risorse da destinare alla lotta del crimine violento. Se le teorie alternative di Pfaff sono corrette, ciò potrebbe avere come effetto di lungo termine il rafforzamento dell’incarcerazione di massa. Non è solo un’ipotesi: quando la Carolina del Sud abbassò le pene per reati di droga, contestualmente innalzò quelle per crimini violenti.

Per Pfaff, la questione più impellente è anche la più ostica: come evitare l’impulso punitivo contro chi è stato condannato per un crimine violento. Certo, politicamente è attualmente meno probabile di una revisione della guerra alla droga. Detto ciò, Pfaff offre buone ragioni perché anche chi non è per una giustizia basata sul risarcimento non sia terrorizzato all’idea di liberare qualcuno condannato per crimini violenti.

La ragione più immediatamente evidente per cui si tiene in carcere una persona condannata per crimini violenti è per renderla innocua. Se una persona è una minaccia, tenerlo in carcere è una ragione chiara se si vuole proteggere gli altri. Ma occorre che sia una minaccia costante. Questo è il problema principale di Pfaff, quando passa dalla necessità di rendere inoffensiva una persona alla sua incarcerazione.

Il passaggio dall’innocuità all’incarcerazione presuppone che il condannato sia un “criminale violento”. Pfaff evita questa espressione perché suppone che la violenza sia inerente alla persona, non data dalle circostanze, e la attribuisce quindi a qualcosa di sbagliato nella sua indole. Ma, come dimostra lui stesso, mancano le prove di questa attribuzione.

La violenza è una fase, non uno stato. Ci sono fattori come l’età, la situazione famigliare e le possibilità di impiego che hanno un impatto significativo sulla propensione a commettere atti violenti. È una triste ironia il fatto che molte persone condannate a lunghe detenzioni per la regola delle tre condanne stiano uscendo dal crimine proprio quando ricevono la terza condanna.

La questione del deterrente poggia su basi più deboli di quanto non si pensi. Il tentativo di inasprire le condanne come deterrente fa a pugni con la correlazione tra mentalità volta al presente e crimine. In altre parole, più è alta la probabilità di commettere un crimine e più si è indifferenti alla durata della condanna.

Chi sostiene che sia un deterrente mandare in carcere chiunque commetta un crimine violento dimentica che gran parte dei deterrenti non hanno niente a che fare con il carcere. Il carcere è un deterrente, ma l’azione di polizia lo è molto di più[1]. Basta un semplice fermo per far scattare la vergogna sociale.

E spesso il carcere annulla il deterrente e l’innocuità. Il carcere può diventare una trappola e produrre effetti criminogeni, come la perdita del lavoro (che dopo il rilascio è difficile da recuperare) e lo sfascio famigliare.

Ma anche concentrarsi troppo su tutto ciò può essere un problema, secondo Pfaff, che spesso critica i paradigmi attuali, secondo cui la pubblica sicurezza è un obiettivo assoluto da raggiungere a qualunque costo. L’impatto dell’incarcerazione di massa è pesante e non può essere visto solamente in termini di pubblica sicurezza e costi finanziari. Non è argomento da prendere alla leggera perché è in gioco l’esistenza di tanti. Anche quando si è insensibili alla sorte di chi ha commesso crimini, resta il fatto che il carcere corrode le comunità e disarma quelli che ne dipendono. L’opinione di Pfaff è che vale la pena mettere fine all’incarcerazione di massa, anche a costo di una crescita del crimine.

Cosa Significa per Anarchisti e Abolizionisti

Pfaff non è né anarchico né abolizionista. Ciononostante, il libro dovrebbe interessare chi tra noi viene da quegli ambienti. È fin troppo facile cascare nella trappola e interpretare l’incarcerazione di massa secondo schemi adatti al pensiero di progressisti e libertari moderati.

Non dobbiamo lasciarci conquistare dall’idea di un carcere privatizzato che improvvisamente introduce incentivi perversi in una soluzione altrimenti buona, voluta da persone encomiabili guidate dalla giustizia divina. Lo stato è avvolto in una ragnatela di conflitti hobbesiani volti alla rendita di posizione, e il sistema carcerario non fa differenza.

L’opera di Pfaff ci offre una ragione di più per intendere l’anarchismo come commento serio su ciò che avviene nel mondo reale, non come semplice esercizio teorico. Perché lo stato dà sempre il peggio di sé quando agisce entro i limiti delle sue funzioni basilari. Le carceri si riempiono grazie a leggi (come quelle antidroga) che non hanno fondamento nel libertarismo di nessun genere, e questo accade più rapidamente grazie all’applicazione impietosa della pena in quegli ambiti che il liberalismo classico dà per acquisiti. Come estremisti liberali, dobbiamo contrastare queste supposizioni.

Pfaff evita esplicitamente la questione dei risarcimenti. C’è una ragione. Con il risarcimento non importa che la pena faccia da deterrente o renda inoffensiva una persona; importa solo che la vittima sia giustamente risarcita. Le ragioni strettamente morali della pena non dipendono dai dati esaminati in questo libro; o, perlomeno, dimostrare la relazione tra i due è più complicato che eseguire regressioni logiche.

Ma è la sua stessa analisi che porta a saltare tali questioni. E dunque dobbiamo affrontarle attentamente. Dobbiamo offrire un quadro alternativo del significato e l’essenza della giustizia. Senza distruggere la vita di chi ci ha fatto del male, ma riparando le relazioni morali e risarcendo le vittime. E dobbiamo farlo non solo nei casi comodi, ma anche in quelli scomodi. Quando essere abolizionisti è molto difficile, quando il danno è enorme e gli onesti hanno ragione ad essere offesi.

Se non ci riusciamo, non possiamo sperare di invertire la tendenza all’incarcerazione di massa, figuriamoci poi abolirla. Se il crimine violento dovesse riprendere a crescere per un lungo periodo, occorrerà vedere quali saranno le reazioni culturali, se la gente penserà che lasciar libero un colpevole sia mancata giustizia.

Imparare a memoria le lezioni di Pfaff significa essere preparati ad affrontare il futuro.


Note

[1] Non credo che questa sia una ragione sufficiente per essere scettici riguardo l’abolizione della polizia, almeno non per un anarchista di mercato, ma questa è materia per un altro articolo. In breve: il fatto che la polizia produca un effetto deterrente non spiega se questo effetto si può ottenere o meno con mezzi più efficaci e meno problematici, soprattutto quando le potenziali alternative sono soffocate dallo stato che vuole mantenere gelosamente il monopolio legale della violenza.

Segregazione di Ritorno

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Di James C. Wilson. Originale pubblicato il 3 agosto 2017 con il titolo The New Jim Crow. Traduzione di Enrico Sanna pubblicata su Center for a Stateless Society il 19 agosto 2017.

Recensione di: Alexander, Michelle. The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness. 2010. The New Press.

Il libro di Michelle Alexander del 2010, The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness, spiega come l’incarcerazione di massa e relative politiche abbiano creato sulla pelle dei neri americani un sistema di caste, che ha il parallelo nelle leggi Jim Crow (le leggi segregazioniste di molti stati del sud, ndt) in vigore dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento. La Alexander, avvocato civilista, è ultimamente balzata alla ribalta per aver criticato pubblicamente Hillary Clinton, che, assieme al marito, ha approvato politiche che, dice la Alexander, hanno decimato l’America nera.

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Un’altra Vittima del Proibizionismo

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[Di Robertino. Pubblicato su Umanità Nova il 21 febbraio 2017.]

Da ormai un quarto di secolo,‭ ‬da quando i nuclei cinofili di Carabinieri,‭ ‬Finanza e Polizia vennero rinfoltiti ai tempi dell’ennesima War On Drugs all’italiana dichiarata da Bettino Craxi prima di essere travolto da Tangentopoli,‭ ‬gli interventi dei cani antidroga e delle pattuglie annesse nelle scuole sono diventati uno dei must di ogni anno scolastico,‭ ‬peggio del ballo annuale nei telefilm di Happy Days,‭ ‬ma finalmente negli ultimi anni stanno iniziando a incontrare ribellione e proteste.‭

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La Guerra alla Droga non Riguarda la Droga

[Di Kevin Carson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 7 novembre 2014 con il titolo Surprise: The Drug War Isn’t About Drugs. Traduzione di Enrico Sanna.]

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La mattina del sei novembre l’Fbi ha annunciato la chiusura del sito Silk Road 2.0 e l’arresto del suo presunto gestore, Blake Benthall.

In questo modo, l’Fbi ha dimostrato una volta di più che la guerra alla droga non ha niente a che vedere con quello che sostengono i suoi propagandisti. Se la criminalizzazione della droga è un problema di pubblica sicurezza (lotta al crimine violento e alle bande di strada, eliminazione del rischio di overdose e intossicazione) la chiusura di Silk Road è uno degli atti più stupidi che i federali possano commettere. Silk Road rappresentava un mercato sicuro e anonimo in cui acquirenti e venditori potevano fare affari senza incorrere in quei rischi associati al commercio che avviene per strada. Il sistema che permetteva di valutare la reputazione del venditore significava che le droghe vendute su Silk Road erano molto più pulite e sicure delle loro controparti della strada.

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