Il Climax del Capitalismo

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Di Robert Kurz. Originale pubblicato il 22 febbraio 2016 su francosenia.blogspot.

Nella crisi, ci troviamo già dopo la crisi. È questo il messaggio proveniente dal pensiero positivo a partire dal collasso di Lehman Brothers. Perché mai il più grande crollo finanziario mai avvenuto dopo gli anni 1930 avrebbe dovuto spingere ad una qualche sorta di riflessione sulla teoria della crisi? A volte si sale, a volte si scende. Tutto si trasforma, in un modo o nell’altro: ma soltanto così tutto rimane sempre uguale. Le crisi vanno e vengono, ma il capitalismo resta per sempre. Perciò non ci interessa la crisi in sé, ma soltanto quello che viene dopo, quando la crisi finisce, come tutte le noiose crisi precedenti. Chi andrà su e chi scenderà nella nuova era? Finalmente arriverà il miracolo economico africano, sarà il turno del Pacifico con la Cina come nuova potenza mondiale, o ci sarà la rinascita degli Stati Uniti dello spirito del piccolo imprenditore? Forse assisteremo ad una rinata lira che assurge a moneta di riserva? Anything goes. Ebbene, occorre svolgere un’analisi un po’ coraggiosa delle tendenze, visto che i mercati finanziari, da parte loro, tornano a farsi arroganti e vomitano nuvole di cenere, come fa l’Etna nei suoi giorni migliori.

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Mala Tempora

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Di Alessandro Visalli. Originale pubblicato su Tempo Fertile il 6 novembre 2015 con il titolo Wolfgang Streeck, “Come finirà il capitalismo?”.

Sulla rivista New Left Review nel 2014 è stato pubblicato un Articolo di Wolfgang Streeck che si esercita nella rischiosa arte della previsione di tendenza sulle orme di Marx, Polany  o di Keynes, Schumpeter, Sombart e Max Weber (secondo il suo elenco, ma potrebbe essere allungato a Mill ed altri). Precisamente rischia la previsione di un cambio radicale di assetto economico, ovvero dell’esaurirsi di quel fenomeno totale che dalla metà dell’ottocento chiamiamo “Capitalismo”. La nota 14, con un apprezzabile velo di autoironia, ricorda che se si sbaglia sarà almeno in ottima compagnia.

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Rivolta la Carta

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Di Maurilio Lima Botelho. Originale pubblicato su baierle.me il 18 dicembre 2018 con il titolo Indústria 4.0 e conflitos comerciais numa era de declínio. Traduzione di Enrico Sanna.

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è stata interpretata come una sorta di ritorno al protezionismo economico, o come l’inizio di un nuovo ciclo statalista nella storia dell’economia. Sono interpretazioni che non reggono alla minima analisi teorica perché non tengono conto della base neoliberale di questo apparente “nazionalismo commerciale”. L’attuale trasformazione del processo produttivo aiuta a capire queste azioni commerciali che, pur basate sul fondamentalismo del “libero mercato”, si manifestano in maniera economicamente distruttiva.

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Il Gigacollasso

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Di Tomasz Konicz

6,6 gigatonnellate di calcestruzzo! Si potrebbero cementificare le Hawaii e trasformarle in un enorme parcheggio, esclama a fine marzo il Washington Post. Questa la quantità incredibile di materiale da costruzione consumata dalla Cina, secondo le statistiche ufficiali, tra il 2011 e il 2013. La Repubblica Popolare, condannata ad un boom perpetuo, ha prodotto in tre anni più calcestruzzo degli Stati Uniti in tutto il XX secolo. Secondo il WP, in tutto il secolo scorso gli Stati Uniti hanno consumato 4,5 gigatonnellate di calcestruzzo. Sempre che le cifre ufficiali di Pechino siano giuste, il che non è affatto scontato. Il dato è “sorprendentemente logico”, visto che gran parte delle infrastrutture cinesi sono state costruite nel XXI secolo, quando l’urbanizzazione del paese più popolato del mondo ha subito un’impennata. Nel 1978, appena un quinto dei cinesi viveva nelle città; nel 2020 saranno il 60%.

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Eppur non si Muove

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Di Christian Marazzi. Fonte: tysm, 2 ottobre 2018.

È un vero e proprio rompicapo quello della produttività che resta piatta, cioè non aumenta, malgrado le innumerevoli innovazioni tecnologiche che da anni ormai pervadono le nostre economie. Dall’esplosione del computer personale all’inizio degli anni ’80 alla odierna digitalizzazione dei processi produttivi, distributivi e comunicativi, non c’è ambito del nostro spazio vitale che non sia in qualche modo toccato dalle nuove tecnologie informatiche. Già nel 1987, il premio Nobel per l’economia Robert Solow se ne uscì con una domanda che, a tutt’oggi, mantiene tutta la sua pregnanza: “si possono vedere computer dappertutto, tranne che nelle statistiche sulla produttività”.

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Arrabattarsi all’italiana e Guai ai Giovani

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Di Fausto. Originale pubblicato il 20 ottobre 2018 su Far di Conto.

Spulciamo l’ultimo rapporto della Banca d’Italia “Indagine sui bilanci delle famiglie italiane”, giusto per fare il punto sulle condizioni economiche di noi formiche. I temi trattati sono vari, ma qui e ora mi preme appuntarmi sui soli redditi: è con quelli che paghiamo la spesa al supermercato. E non sono stazionari, anzi: sono cambiati parecchio nell’arco di un decennio. Ovviamente in diminuzione.

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