La Sovranità della Morte

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[Di Miguel Mellino. Pubblicato su francosenia.blogspot.it il 29 dicembre 2016. Originale pubblicato su Il Manifesto il 6 dicembre 2016.]

Il perenne gioco al massacro di «separare l’umanità»

“L’assunto di questo saggio è che l’espressione ultima della sovranità consista, in larga misura, nel potere e nella capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire”.
Dalla deumanizzazione del destino degli schiavi all’abominio dei campi di sterminio, dalle colonie africane – luogo per eccellenza del dominio razziale e modello del genocidio ebraico – alla colonia di oggi: i Territori Occupati.
Fondando la sua riflessione su Arendt, Agamben, Bataille, Foucault, Gilroy e altri autori ancora, Mbembe traccia la genealogia dei poteri di morte: figura emblematica della modernità, della sua razionalità e della nozione di sovranità, che in essi esprime forse la sua essenza più cupa. Oggi le necropolitiche conoscono infinite metamorfosi e proliferano in un orizzonte dominato dalle guerre infinite nel Medio Oriente, dalle nuove tecnologie della morte e dallo spettro del terrorismo. Pensare a come uscire dalla notte di un mondo avvelenato dall’inimicizia: questo il lavoro instancabile che Achille Mbembe persegue da anni e di cui Necropolitica è una tappa fondamentale.
~ dal risvolto di copertina di: Achille Mbembe, Necropolitica, Ombre Corte

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Spegnete le “Relazioni Speciali”

[Di Chad Nelson. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society l’otto marzo 2015 con il titolo Time to End the “Special Relations”. Traduzione di Enricoo Sanna.]

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Come c’era da aspettarsi, la reazione al discorso al Congresso del primo ministro Benjamin Netanyahu si sono divise secondo linee di partito, sia in Israele che negli Stati Uniti. Quelli che condividono la sete di guerra di Netanyahu ci hanno visto un argomento convincente, indiscutibile per opporsi a qualunque accordo sul nucleare con l’Iran. Quelli abituati a sentire Netanyahu che grida “al lupo” non si sono lasciati convincere. In Israele, dopo il discorso di Netanyahu le proiezioni sul voto elettorale sono rimaste praticamente immutate. Negli Stati Uniti, la cabala bipartitica neoconservatrice che sta a Washington ha parlato di “invidia da leadership” (Elisabeth Hasselbeck, repubblicani, Fox News), e ha usato il discorso come arma per pungolare il suo presunto presidente debole.

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Il Massacro (II)

[Di Murray Rothbard. Originale pubblicato su The Libertarian Forum, ottobre 1982. Traduzione di Enrico Sanna.]

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La prima parte è stata pubblicata ieri

Nel mondo politico americano, lo stato di Israele ha perso un po’ del suo potere attrattivo. Perfino Scoop Jackson, perfino il senatore Alan Cranston (democratico californiano) sono diventati critici di Israele. Il principale sostenitore di Israele del governo Reagan, Al Haig, è stato cacciato via forse anche per questa ragione. Ma questi sono solo piccolissimi, timidi passi verso la deisraelizzazione della politica estera americana.

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Il Massacro (I)

[Di Murray Rothbard. Originale pubblicato su The Libertarian Forum, ottobre 1982. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Ogni altra notizia, ogni altra preoccupazione, diventa insignificante davanti all’orrore smisurato del massacro di Beirut. L’umanità è oltraggiata dalla strage di uomini (soprattutto vecchi), donne e bambini nei campi per rifugiati di Sabra e Chatila. I giorni del massacro, 16 e 18 settembre, saranno ricordati come i giorni dell’infamia.

C’è solo un filo di speranza in questo bagno di sangue: l’oltraggio suscitato in tutto il mondo dimostra che la sensibilità dell’uomo non è stata, come molti temevano, resa ottusa dalle carneficine del ventesimo secolo né dalla visione continua di queste immagini in televisione. L’uomo riesce ancora a reagire davanti alle atrocità evidenti inflitte agli altri: che si tratti di persone distanti migliaia di chilometri, membri di una religione, di una cultura o di un’etnia diversa. Quando centinaia di persone chiaramente innocenti vengono uccise sistematicamente e brutalmente, chiunque possieda ancora un’umanità intatta urla il suo dolore profondo.

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Cosa Supporta l’America Quando Supporta Israele?

[Di Michael Rozeff. Originale pubblicato su lewrockwell.com il 26 luglio 2014 con il titolo What Does the U.S. Support When It Supports Israel? Traduzione di Enrico Sanna.]

Obama con bandiere usa e israeliana

Secondo l’ufficio del bilancio del congresso, “Israele è il paese che complessivamente ha ricevuto più assistenza dalla fine della seconda guerra mondiale. Finora, gli Stati Uniti hanno dato ad Israele 121 miliardi di dollari complessivi, al netto dell’inflazione, in assistenza bilaterale. Quasi tutta questa assistenza è sotto forma di aiuti militari, anche se in passato ci sono stati significativi aiuti economici.” Altri benefici speciali fluiscono verso l’apparato militare israeliano. Ogni anno, gli Stati Uniti pagano il 20% circa delle spese militari complessive di Israele, spese che mettono Israele al sedicesimo posto nel mondo per la spesa militare. “Nel 2007, l’amministrazione Bush e il governo israeliano hanno raggiunto un accordo che prevedeva 30 miliardi di dollari in aiuti militari nel decennio dal 2009 al 2018.” L’impegno è stato confermato da Obama.

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Guerra e Responsabilità in Medio Oriente (II)

[Di Murray N. Rothbard. Originale pubblicato su Left and Right estate-autunno 1967 con il titolo War Guilt in the Middle East. Traduzione di Enrico Sanna.]

Guerra dei sei giorni

Prima parte | Seconda parte

Quando arrivò la firma dell’armistizio permanente, il 24 febbraio 1949, 600.000 ebrei avevano già creato uno stato che in origine ospitava 850.000 arabi (su una popolazione totale di 1,2 milioni di arabi palestinesi). Di questi, 750.000 erano stati cacciati via dalle loro terre e dalle loro case, mentre quelli che restavano furono soggetti ad un duro governo militare che, due decenni più tardi, è ancora in forza. Case, terre e conti bancari degli arabi in fuga furono subito confiscati da Israele per essere consegnati nelle mani di immigranti ebrei. Israele sostiene da tanto tempo che 750.000 arabi non furono cacciati via ma spinti a scappare dal panico indotto dai loro leader arabi, ma il punto più importante è che tutti riconoscono che Israele impedisce a questi rifugiati di tornare e reclamare quello che è stato preso loro. Giorno dopo giorno, da due decenni, questi sfortunati rifugiati, il cui numero è cresciuto a un milione e 300 mila, continuano a vivere nell’indigenza completa in campi per rifugiati appena al di là del confine israeliano, tenuti in condizioni di pura sopravvivenza dagli aiuti dell’Onu e di CARE, e vivono in attesa del giorno in cui torneranno a quelle che di diritto sono le loro case.

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