Vent’anni del Manifesto contro il Lavoro

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Aggiunta alla quarta edizione tedesca

Di Norbert Trenkle (Gruppo Krisis). Fonte: krisis.org, inverno 2018-19. Titolo: Vinte anos do Manifesto contra o trabalho. Versione in tedesco qui. Traduzione di Enrico Sanna.

Sono passati quasi vent’anni da quando abbiamo pubblicato il Manifesto contro il lavoro e la crisi fondamentale del capitalismo non solo si è intensificata rapidamente dal punto di vista economico, ma sta ponendo sempre più in questione l’esistenza della società delle merci come un tutto. La distruzione delle fonti naturali della vita va avanti sfrenatamente, la frattura sociale nel mondo assume dimensioni drammatiche mentre sul piano politico assistiamo ad un inquietante ritorno delle identità collettive e alla rinascita di partiti e movimenti nazionalisti di estrema destra e populisti di sinistra. Non sorprende che l’esaltazione quasi religiosa del lavoro non ne abbia sofferto, è un elemento costitutivo della soggettività moderna e sottolinea la posizione centrale del lavoro nella società capitalista. Rispetto agli anni novanta, l’orientamento dell’ideologia del lavoro è mutato in molti aspetti. Punto centrale allora era la celebrazione infinita della motivazione individuale, della performance, motto neoliberale secondo il quale ognuno è responsabile della propria sorte. Da allora, l’evocazione del lavoro si è spostata sempre più verso il centro della costruzione dell’identità collettiva, accostandosi ideologicamente al nazionalismo e all’esclusione razzista. Aggiungiamo a ciò la ben nota contrapposizione, dalle connotazioni antisemite, tra il “lavoro onesto” e il “capitale finanziario parassitario”, concetto rinato nel processo ininterrotto della crisi. Nessuna novità. Già negli anni novanta, questi momenti ideologici e identitari erano confusi con il feticismo del lavoro allora dominato dal neoliberalismo, come notava il Manifesto. La differenza è che ora plasmano sempre più il discorso del lavoro.

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L’ultima Crociata del Liberalismo

polizia a scuola

Di Robert Kurz. Quarto capitolo della sezione VIII dello Schwarzbuch Kapitalismus (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz. Fonte: L’anatra di Vaucanson.

La terza rivoluzione industriale ha definitivamente precluso ogni possibilità di soluzione per l’autocontraddizione capitalistica. Esauritasi la sua dinamica compensatoria, perfino il pace-maker keynesiano applicato al decrepito sistema-feticcio non poteva che fallire. Il dogma di una forma sociale totalitaria, ben decisa a sottomettere l’umanità con immutata durezza alla legge della valorizzazione e al giogo dei mercati del lavoro, doveva allora assumere il carattere di una crociata contro la realtà.

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Visioni dell’automazione

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Di Robert Kurz. Originale pubblicato su L’anatra di Vaucanson il 26 febbraio 2019. Traduzione dal tedesco di Samuele Cerea.

Da Schwarzbuch Kapitalismus, Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale

La storia della terza rivoluzione industriale

Ormai giunto all’ultimo terzo del XX secolo il capitalismo aveva già dimostrato a sufficienza di quale maestria fosse in grado nell’arte di addestrare gli uomini, fino a che punto esso fosse riuscito nell’impresa di trasformare la maschera delle sue forme feticistiche nel volto del mondo materiale e persino di gran parte del mondo naturale, nonché a spingere verso la negazione di sé grandi masse umane. Ma neppure questa straordinaria prestazione poté mai ammutolire del tutto il disagio elementare, che è fondamentalmente insito nell’autocontraddizione logica di questo modo di produzione e di vita. La fede nel progresso si era già esaurita nel XIX secolo (anche se da allora il suo fantasma viene regolarmente invocato dagli ottimisti di professione e dagli imbonitori del capitalismo per sdrammatizzare la crisi) e il soggetto borghese-illuministico aveva tolto il disturbo, al più tardi con la Prima guerra mondiale, per lasciare il posto ai rituali sado-masochistici del sacrificio di sé in un processo sociale considerato impossibile da governare e tuttavia gli uomini del dopoguerra fordista, degradati a mera materia prima, potevano ancora anestetizzarsi mediante la scialba ebbrezza del consumo. Ma quando giunsero – e più rapidamente del previsto – i limiti del miracolo economico, la coscienza sociale, in virtù del grandioso ottenebramento che aveva colpito trasversalmente tutti i settori teorici e politici, poté reagire solo mediante la rimozione e la dissimulazione.

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L’ultima Crociata del Liberalismo

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Di Robert Kurz. Quarto capitolo della sezione VIII dello Schwarzbuch Kapitalismus (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz. Fonte: L’anatra di Vaucanson.

La terza rivoluzione industriale ha definitivamente precluso ogni possibilità di soluzione per l’autocontraddizione capitalistica. Esauritasi la sua dinamica compensatoria, perfino il pace-maker keynesiano applicato al decrepito sistema-feticcio non poteva che fallire. Il dogma di una forma sociale totalitaria, ben decisa a sottomettere l’umanità con immutata durezza alla legge della valorizzazione e al giogo dei mercati del lavoro, doveva allora assumere il carattere di una crociata contro la realtà.

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Agro Business

Agricoltura

Di Robert Kurz. Fonte: Gruppo Krisis.

Tutti felici di esprimere le loro simpatie per i paesi poveri e poverissimi: il Forum Economico Mondiale, la Banca Mondiale, L’organizzazione Mondiale del Commercio e, più in generale, gli esperti di economia di tutti i paesi. Gli stati ricchi, dicono, dovrebbero rinunciare alla loro ipocrisia e aprire finalmente i propri mercati, soprattutto alle produzioni agricole del Terzo Mondo. Non serve parlare continuamente di libertà di commercio e privare di questa libertà proprio i più poveri tra i poveri. Per questo gli Stati Uniti, e soprattutto l’Unione Europea, dovrebbero abbattere i dazi doganali e le sovvenzioni agricole. Chi critica la globalizzazione deve pur avere qualche ragione.

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Global Tools

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Maurizio Lazzarato

Il rifiuto del lavoro – la categoria politica più importante dell’operaismo italiano, connessa alle pratiche di lotta operaia contro le grandi fabbriche, le cui catene di montaggio rappresentavano lo sfruttamento del capitalismo industriale – era considerata dai fondatori di Global Tools come la «più grossa scoperta collettiva di questo secolo» e la «legge di fondo di tutta la dinamica sociale», al punto che «l’unico progresso è quello che elimina il lavoro».

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