Arrivano i Beni Comuni

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Di Stefan Meretz. Originale: Commons – Gemeingüter. Traduzione spagnola pubblicata su Streifzüge il 25 marzo 2009. Traduzione di Enrico Sanna.

C’è un nuovo concetto antico che sta conquistando il discorso politico: arrivano i Commons, ovvero i beni comuni. Il forum sociale mondiale ha recentemente approvato il “Manifesto per il recupero dei beni comuni”. La riscoperta rientra in una prospettiva resistenziale strategica. Non sono forse i beni comuni una mera forma di proprietà precapitalista di cui oggi sopravvivono solo alcuni resti?

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Uscite d’emergenza

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Intervista della rivista IHU Online a Anselm Jappe.

IHU Online: A partire dalla lettura dei Grundrisse, quali sono gli elementi fondamentali usati da Marx per la sua critica dell’economia politica?

Anselm Jappe: Marx ha scritto i Grundrisse nel 1857-1858, in pochi mesi, nel mezzo di una crisi economica che riteneva essere la crisi definitiva del capitalismo. Gli ci sono voluti altri dieci anni per sviluppare Il Capitale. Secondo certa ortodossia marxista, per la quale Il Capitale costituisce il punto di arrivo di tutta la riflessione di Marx, i Grundrisse non sono altro che uno schizzo, un imperfetto lavoro preparatorio, motivo per cui verranno pubblicati, a Mosca, solamente nel 1939. A partire dal 1968, i Grundrisse sono stati tradotti in inglese, francese, italiano e spagnolo e, nell’ambito della “nuova sinistra”, si affermava da allora che forse questo manoscritto contenesse una versione superiore della critica dell’economia politica, perché meno “scientista”, meno “economicista” e meno “dogmatica”.

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Capitalismo Senza Fine?

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Inviato da cambiailmondo. Intervista a Anselm Jappe pubblicata su cambiailmondo.org il 9 febbraio 2016.

Nato e cresciuto in Germania Anselm Jappe ha studiato filosofia in Italia e in Francia. È autore di vari vari libri, tra cui: Guy Debord, Roma, Manifesto libri, 2013²; Les Aventures de la marchandise. Pour une nouvelle critique de la valeur, Éditions Denoël, 2003; Crédit à mort: la décomposition du capitalisme et ses critiques, Éditions Lignes, 2011; Contro il denaro, Milano, Mimesis, 2013; Uscire dall’economia. Un dialogo fra decrescita e critica del valore: letture della crisi e percorsi di liberazione, con Serge Latouche, Milano, Mimesis, 2014. Ha collaborato con le riviste tedesche “Krisis” e “Exit” (fondate da Robert Kurz), che sviluppano la “Critica del valore”.

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I Primi Cedimenti del Feticismo delle Merci

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Di Daniele Vazquez. Originale pubblicato con lo stesso titolo su L’anatra di Vaucanson il 4 aprile 2016.

Nel 1970 Fredy Perlman, nel numero 6 della rivista “Telos” rivalutava le teorie dello storico ed economista sovietico Isaak Rubin per cui tutta l’opera di Marx non sarebbe “una serie sconnessa di episodi, ciascuno con un problema che sarà abbandonato poi in seguito”1. Dai Manoscritti del 1844 fino al Capitale, dal giovane Marx idealista al Marx maturo e realista, vi sarebbe una fondamentale continuità. Marx ha cambiato e affinato concetti, modificato terminologia, ma non ha mai abbandonato la direzione dei suoi studi e il suo stile, inseguendo un capovolgimento, un quid pro quo che per Rubin è “La teoria del feticismo della merce […] la base dell’intero sistema economico di Marx, e in particolare della sua teoria del valore”2. Perlman cita diverse volte un passaggio dei Manoscritti: “L’alienazione dell’operaio nel suo prodotto significa non solo che il suo lavoro diventa un oggetto, qualcosa che esiste all’esterno, ma esso esiste fuori di lui, indipendente da lui, a lui estraneo, e diventa di fronte a lui una potenza per se stante; significa che la vita che egli ha dato all’oggetto, gli si contrappone ostile ed estranea”3.

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