Ragione Sanguinaria

New York City, di Giger

Introduzione di Samuele Cerea a: Robert Kurz, «Ragione sanguinaria», Mimesis 2014. Originale pubblicato il 7 marzo 2016 su L’anatra di Vaucanson.

Una storia che ha una lunga storia. Gli spasmi attuali della società globale smentiscono una volta di più, in termini oggettivi, le aspettative ireniche, vecchie ormai di un quarto di secolo, nate dopo la fine del «comunismo». La «grande crisi» economica globale, la guerra civile ucraina, l’anomia sociale in Siria, in Libia e in molti altri paesi della periferia globale, le nuove forme di fondamentalismo religioso – che fanno seguito alla guerra civile jugoslava, alle campagne militari in Afghanistan e Irak, ai collassi economici su piccola e grande scala, per non parlare della catastrofe ecologica incombente – testimoniano la drammatica precarietà della costruzione post-1989. Per quel che riguarda l’interpretazione generale degli eventi, le cose stanno però ben diversamente. Già nei primi anni Novanta, dal disastro delle «democrazie progressive» del «socialismo reale» e dal naufragio totale del presunto bipolarismo politico-economico, l’intelligentsia «ufficiale» dell’Occidente avrebbe potuto sviluppare una riflessione critica e auto-critica incisiva, capace di scandagliare il significato profondo di quel collasso epocale. L’omologazione delle strutture socio-economiche globali al paradigma occidentale (generalmente nella sua ultima e più militante versione neoliberale) andò di pari passo con il miope trionfalismo del «mondo libero» e con l’afasico disfattismo della precedente opposizione critico-ideologica.

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L’insostenibile Idiozia della Pseudo-anarchia

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[Di Gian Piero de Bellis. Pubblicato su poliarchy.org  nel mese di maggio 2010.]

A seguito del crollo degli stati “comunisti” dell’Europa orientale e attraverso la diffusione di Internet, la concezione anarchica ha ripreso a circolare, discretamente ma in maniera sempre più ampia. La cosa è estremamente positiva perché molti di noi non ne possono più dello stato, della sua soffocante invadenza e del suo colossale marciume.

Tuttavia, è proprio quando una concezione si espande che rischia di snaturarsi perché alcuni tra i nuovi venuti vi portano tutto il loro vecchio bagaglio fatto di miti duri a morire, pregiudizi incancreniti, contrapposizioni obsolete.

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Progressisti? No, per Niente!

[Di Tibor Machan. Originale pubblicato su The Daily Bell il 25 giugno 2014 con il titolo Progressive? No They Aren’t! Traduzione di Enrico Sanna.]

Tibor Machan

Tibor Machan

Mi trovavo nella mia università ad uno di quei dibatti interminabili che servono a sprecare un sacco di tempo per produrre pochissimo. Durante una di queste discussioni, la leader ha cominciato a parlare di membri della facoltà che hanno diverse credenze politiche (un’informazione di vitale importanza di cui avevamo davvero bisogno!), membri che lei ha diviso in due gruppi: conservatori e progressisti. Tutto quello che voleva fare era semplicemente descrivere un fatto, credeva sinceramente di non avere condizionamenti.

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Il Ritorno di Marx

[Di Enrico Sanna]

Chico Marx

Quando eravamo piccoli le nostre nozioni di giustizia universale, le rare volte che arrembavano la nostra esistenza, avevano il pregio di contenere, ad un tempo, brodo, schiuma e residuo solido dei massimi sistemi. Un pomeriggio, mentre stavamo seduti su un ramo di un ontano (se l’altitudine serve alla completezza del ragionare), un mio amico eruttò improvvisamente una nozione di storia, etica e sociologia del comunismo che a noi apparve immediatamente essenziale. “In Unione Sovietica,” spiegò, illuminato, “puoi entrare in un negozio e prendere quello che vuoi senza pagare.” Il fatto che fino a qualche tempo fa sia stato tanto riluttante a credere nell’esistenza dei registratori di cassa nei grandi magazzini Gum è dovuto a questo semplice dialogo infantile su un albero.

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L’Analisi di Classe: Marx e gli Austriaci • II

[Di Hans-Hermann Hoppe. Estratto dal saggio A Theory of Socialism and Capitalism. Traduzione di Fabio Lazzarin.]

Seconda Parte (Prima Parte)

Hoppe e MarxL’abolizione progressiva della dominazione feudale e assolutista, la comparsa di società via via sempre più capitaliste in Europa occidentale e negli Stati Uniti, e conseguentemente uno sviluppo inaudito della produzione e della popolazione, sono stati i risultati di una accresciuta presa di coscienza da parte degli sfruttati, saldati assieme dall’ideologia liberale dei diritti naturali. Fin qui, marxisti e austriaci sono d’accordo. Dove non lo sono, per contro, è sul giudizio dato a ciò che segue: in seguito a una perdita di coscienza di classe, il processo di liberalizzazione si è invertito, aumentando senza sosta il livello di sfruttamento in queste società dopo la fine del XIX sec., particolarmente dopo la prima guerra mondiale. In realtà, per gli austriaci, il marxismo ha una gran parte di responsabilità in questa degradazione, facendo perdere di vista il concetto corretto di sfruttamento, secondo il quale i proprietari iniziali, produttori, liberi contraenti accordi sono vittime di coloro che non hanno prodotto nulla né concluso alcun contratto, e mandando avanti, nella peggior confusione, il falso conflitto del capitalista e del salariato.

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L’Analisi di Classe: Marx e gli Austriaci • I

[Di Hans-Hermann Hoppe. Estratto dal saggio A Theory of Socialism and Capitalism. Traduzione di Fabio Lazzarin.]

Prima Parte (Seconda Parte)

Hoppe e MarxEcco cosa intendo fare in questo articolo: prima di tutto, presentare le tesi che costituiscono il nocciolo duro della teoria marxista della storia. Affermo che sono tutte giuste, essenzialmente. Poi dimostrerò come, nel marxismo, queste conclusioni corrette sono dedotte da un punto di partenza sbagliato. Infine dimostrerò come la scuola austriaca, nella tradizione di von Mises e Rothbard, può dare una spiegazione corretta, sebbene categoricamente diversa, della loro validità.

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