Il Razzismo Nazista

Eugenics

Estratto da: George Fredrickson, Racism: A Short History. Traduzione di Enrico Sanna.

Chiunque abbia letto attentamente il Main Kampf, scritto nel 1924 quando Hitler era in carcere per il fallito “putsch della birreria” (Monaco, 1923), può dubitare che l’odio e la paura degli ebrei fosse l’ossessione principale dietro il movimento politico da lui guidato e personificato. Il testo rivela la sincerità del fanatico, più che l’ipocrisia del demagogo, quando Hitler parla di “minaccia ebraica” (è dubbia la sua dedizione “socialista” alla causa delle classi lavoratrici). Per Hitler, gli ebrei erano responsabili della sconfitta della Germania, del suo collasso economico, e della minaccia posta dalla Rivoluzione Russa e dall’ascesa del bolscevismo.

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La Nube e la Tempesta

L’«identità» è la versione liscia della parola «razza»?

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Ovvero, come l’estrema destra porta avanti la battaglia del linguaggio

Di Nicolas Lebourg. Pubblicato su francosenia.blogspot.com. Originale pubblicato il 25 agosto 2017 su Slate.

La difficoltà consiste innanzitutto nel definire il politicamente corretto- In Francia, è un fatto acquisito che il fenomeno è dovuto all’influenza, presumibilmente debilitante, degli Stati Uniti. Nel 1996, Philippe de Villiers ha pubblicato un Dizionario del Politicamente Corretto, in cui affermava di essere un archeologo del linguaggio, e spiegava che il “politicamente corretto” sarebbe una “tirannia della minoranza” a beneficio della globalizzazione, e che sarebbe stata imposta alla Francia da Bruxelles, dopo che era nata dall’altra parte dell’Atlantico. Ma, negli Stati Uniti, il “politicamente corretto” è stato denunciato dalla destra conservatrice come una “francesizzazione” dei costumi… Una disputa fra la Francia e gli Stati Uniti nella quale ognuno vuole attribuire all’altro la paternità di un fenomeno: come esprimere meglio a parole la difficile immagine del politicamente corretto?

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Se Questo è Umano

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Di Alessandra Daniele. Pubblicato originariamente su Carmilla online.

Tutti i migranti che raggiungono, o raggiungevano il nostro paese sono dei sopravvissuti.

Innanzitutto alle guerre, alle persecuzioni, ai bombardamenti, all’ISIS, alla fame, alla miseria, ai disastri climatici e socioeconomici causati nei loro paesi da secoli di sfruttamento colonialista.

Poi al viaggio attraverso il deserto, che è sempre un calvario tra fame, sete, fatica, aggressioni, e costante pericolo di morte.

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Le Origini Politico-razziste della Guerra alla Droga

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Di James C. Wilson. Originale pubblicato il 17 aprile 2016 su Center for a Stateless Society con il titolo The Racist and Politically Motivated Origins of the War on Drugs. Traduzione di Enrico Sanna.

In primo piano questo mese su Harper’s Magazine, Dan Baum racconta una sua conversazione con l’ex consigliere per la politica interna di Nixon John Ehrlichman, condannato come co-cospiratore nel caso Watergate. Baum dice di aver appreso nel 1994 da Ehrlichman che la guerra alla droga di Nixon era intesa come un attacco contro i neri e gli antimilitaristi.

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Il Carcere Facile

Vere cause, vere riforme

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Di Jason Lee Byas. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 4 agosto 2017 con il titolo Locked In: The True Causes of Mass Incarceration and How to Achieve Real Reform. Traduzione di Enrico Sanna.

Tra tutte le funzioni dello stato, il carcere, soprattutto in grandi numeri, è probabilmente una della più brutali, distruttive e disumane. Tra tutte le funzioni dello stato, il censimento è probabilmente la più… noiosa. Se ci interessa la prima, dobbiamo interessarci anche della seconda.

Attualmente, ai fini del censimento i carcerati sono considerati residenti nel luogo in cui si trovano, ovvero in carcere. Questo è importante perché, pur non potendo votare, gonfiano i numeri censuari delle comunità in cui si trovano. Per queste comunità, altrimenti piccolissime, le carceri sono un’importante fonte di opportunità economica, e farebbero di tutto per trattenerle. Questo significa che la metodologia del censimento statale dà un potere enormemente sproporzionato a chi ha interesse a tenere le carceri piene.

Il libro di John Pfaff, Locked In: The True Causes of Mass Incarceration and How to Achieve Real Reform, rivela molte cose sui profondi fattori strutturali dietro il problema dell’incarcerazione di massa in America. Il fatto che Pfaff si consideri un politico moderato dà importanza alle sue analisi agli occhi di un radicale. Va alla radice dell’incarcerazione di massa, non solo descrivendo gli incentivi perversi insiti nel sistema carcerario di stato, ma anche facendo domande scomode sull’impulso punitivo in sé.

Pfaff vuole una riforma seria ma contesta le opinioni di certi circoli riformatori. Per molti le “vere cause dell’incarcerazione di massa” citate nel sottotitolo sono chiare: il governo federale e la sua lotta alla droga, le condanne lunghe e la privatizzazione delle carceri. È un discorso trito che Pfaff vuole sostituire con un’immagine diversa, meglio informata, fatta di governi locali, crimini violenti, ingressi in carcere e la questione degli incentivi nel settore pubblico.

Anche per i Riformisti, Fermare la Lotta alla Droga non Basta

Per un libertario e (ultimamente) anche per un progressista, la fine della guerra alla droga appare una soluzione ovvia all’incarcerazione di massa. È chiaro che occorre l’abolizione immediata di tutte le restrizioni legali alla vendita, il possesso e l’uso delle droghe. Ingabbiare la gente perché commercia sostanze chimiche non ha niente a che fare con la sicurezza pubblica come pretesa fondamentale dello stato. Ma anche se fosse, è semplicemente falso dire che la guerra alla droga è la maggiore responsabile dell’incarcerazione di massa in America.

Perché il fenomeno è precedente o successivo alla guerra alla droga, secondo dove si pone l’inizio di questa guerra. L’incarcerazione di massa è cominciata ben dopo Nixon, ma era già in fase avanzata ai tempi di Reagan. Secondo Pfaff, lo stesso vale a livello statale. Nello stato di New York, ad esempio, le incarcerazioni si impennarono dieci anni dopo le leggi draconiane antidroga volute da Rockefeller.

E poi, se pensate che una certa percentuale di persone è in carcere unicamente per droga, probabilmente vi sbagliate. Almeno, io mi sbagliavo. Circa tre quarti dei carcerati è nelle carceri degli stati, e solo il 16% di loro è dentro per droga. Tra il 1980 e il 2009, metà della crescita è data dal crimine violento, contro il 20% della droga.

Qualche anno prima di Locked In, Pfaff criticò le teorie esposte da Michelle Alexander in The New Jim Crow, dove l’autrice accusava la guerra alla droga. Il Brookings Institution replicò dicendo che le critiche di Pfaff avevano valore solo se si contavano le persone in carcere in un dato momento, non nel lungo termine. Questo pone dei problemi alla teoria di Pfaff, che dà più importanza al numero di condannati che alla lunghezza delle condanne. Se, come fa Pfaff, diamo più importanza al numero di persone incarcerate, forse la tendenza generale a concentrarsi sul problema della droga è giusta.

In Locked In, Pfaff ribatte analizzando più a fondo le incarcerazioni per droga. Separando i recidivi dagli incensurati, si scopre che gli incensurati condannati per droga sono solo il 5% in più rispetto ai recidivi per lo stesso reato. Sembra quindi sbagliato dire che la guerra alla droga è la responsabile prima delle carceri piene.

Per giunta, la fine dell’antidroga non libererebbe tutti i detenuti per droga. Sembra strano, ma è che gli arresti per droga sono probabilmente un pretesto per attaccare il crimine violento. In altre parole, molti degli arrestati per droga sono dentro perché la polizia pensa che siano colpevoli di reati molto più violenti ma anche molto più difficili da dimostrare. A dimostrazione di ciò il fatto che gli arresti per droga salgono di pari passo con il crimine violento. E poi c’è il fatto che molti detenuti per droga hanno patteggiato per evitare accuse più pesanti.

A complicare il tutto il fatto che molti detenuti per crimini violenti non sarebbero dentro senza l’ambiente creato dal proibizionismo. Pfaff lo riconosce, ma confonde le acque con ipotesi contrarie. In un mondo senza proibizioni, dice, si impennerebbe la guida sotto l’effetto di droghe e altri reati simili, e la violenza generata dal mercato nero della droga semplicemente si sposterebbe altrove.

Forse sono influenzato dal mio libertarismo, ma credo che questa sua asserzione sia una delle parti più deboli del libro. Certo ha ragione a dire che se le barriere all’impiego e alla mobilità verso l’alto rimangono, neanche una legalizzazione totale risolverebbe del tutto il crimine da strada. Resta però il fatto che la sua teoria principale, secondo cui la legalizzazione non invertirebbe l’incarcerazione di massa, resta convincente.

Pfaff nota più volte che la guerra alla droga non è una banalità, e concorda con Michelle Alexander riguardo l’impatto razziale sull’incarcerazione di massa. Ma non possiamo evitare l’argomento più pesante del crimine violento.

Oltre le Carceri Private

Pfaff rompe il mito associato alla privatizzazione delle carceri, sostenendo che il loro ruolo nell’incarcerazione di massa è minore di quanto non si supponga. Primo, le carceri private sono poche, e il loro svuotamento ridurrebbe la popolazione carceraria di appena il 7%. Secondo, tutti gli incentivi perversi del settore privato sono presenti, moltiplicati, anche nel pubblico.

Prima di illustrare le tesi di Pfaff, faccio notare che la mia non è una difesa delle carceri private. Che, come tutte le carceri, dovrebbero essere chiuse immediatamente, e se i loro detenuti vogliono dovrebbero essere distrutte fisicamente. Tutti i profitti fatti da società come la Corrections Corporation of America dovrebbero diventare risarcimenti per chi è stato dietro le loro sbarre. Tenere una persona in condizioni di schiavitù è moralmente indifendibile, e qualunque attività economica basata sulla schiavitù è un’offesa alla dignità umana. Detto ciò, se vogliamo lottare contro questa schiavitù dobbiamo capire che il nemico è il carcere in sé, non solo la sua forma privatizzata.

Da un punto di vista del brutale impatto politico, a spingere verso l’incarcerazione di massa è stato più l’interesse pubblico che quello privato. I secondini tengono al posto di lavoro, e i loro sindacati fanno molta pressione in tal senso. Oltre ai sindacati, ci sono i politici locali che spesso credono (erroneamente) di trarre benefici economici dalla presenza di un carcere, e fanno di tutto per evitarne la chiusura. Quindi i pubblici ministeri di contea, eletti da bianchi relativamente ricchi che vivono in sobborghi assillati dal crimine, che in realtà perseguita soprattutto la popolazione più povera e indifesa (e meno punitiva!). Molte altre piccole cose, come la citata questione del censimento, vanno ad aggiungersi a questi incentivi perversi.

E poi normalissime questioni di scelta collettiva, come l’ignoranza diffusa, influiscono sulla giustizia penale. Gli elettori reagiscono molto più facilmente a condanne “falso negative” (persone assolte che secondo loro erano colpevoli) che a quelle “falso positive” (persone condannate ingiustamente). A peggiorare la situazione è il fatto che le persone sono spesso ignoranti in materia di dati statistici e tendenze, ma sono sensibilissimi ai casi che fanno scalpore.

Pensate ad esempio a Willie Horton, che commise aggressione, rapina a mano armata e stupro durante un permesso. In realtà, i permessi sono un grande successo in termini di obiettivi: il 99,9% dei detenuti torna in carcere senza incidenti. Horton fu una piccolissima eccezione, abbastanza però da costare la presidenza a Michael Dukakis. Memori del fenomeno, pubblici ministeri, giudici, commissioni per la libertà vigilata, governatori, legislatori e altri sono molto più attenti ad evitare un altro Willie Horton come, in astratto, vorrebbe la popolazione, che ad usare prudenza.

Tra tutti i pubblici ufficiali, Pfaff punta il dito soprattutto contro i pubblici ministeri. Spesso nessuno fa caso al loro potere pressoché illimitato di decidere sul rinvio a giudizio, sul tipo di accuse e sui termini del patteggiamento. Che non si faccia caso è normale, visto che si sa pochissimo su come prendono le decisioni. L’assenza di informazioni è molto più grave se si pensa che circa il 95% dei casi non va mai a processo in quanto l’esito viene patteggiato. Molte delle riforme proposte da Pfaff, come più fondi per i difensori d’ufficio, puntano sul contrasto del potere accusatorio.

Ridefinire il Crimine Violento

Gran parte dei problemi inerenti alle teorie di Pfaff non riguarda solo il fatto che sbaglia le cause dell’incarcerazione di massa, ma anche che quell’errore può portare a difese di tipo controproducente. Molti riformatori pensano che si debba mettere fine alla guerra alla droga per liberare spazio carcerario e risorse da destinare alla lotta del crimine violento. Se le teorie alternative di Pfaff sono corrette, ciò potrebbe avere come effetto di lungo termine il rafforzamento dell’incarcerazione di massa. Non è solo un’ipotesi: quando la Carolina del Sud abbassò le pene per reati di droga, contestualmente innalzò quelle per crimini violenti.

Per Pfaff, la questione più impellente è anche la più ostica: come evitare l’impulso punitivo contro chi è stato condannato per un crimine violento. Certo, politicamente è attualmente meno probabile di una revisione della guerra alla droga. Detto ciò, Pfaff offre buone ragioni perché anche chi non è per una giustizia basata sul risarcimento non sia terrorizzato all’idea di liberare qualcuno condannato per crimini violenti.

La ragione più immediatamente evidente per cui si tiene in carcere una persona condannata per crimini violenti è per renderla innocua. Se una persona è una minaccia, tenerlo in carcere è una ragione chiara se si vuole proteggere gli altri. Ma occorre che sia una minaccia costante. Questo è il problema principale di Pfaff, quando passa dalla necessità di rendere inoffensiva una persona alla sua incarcerazione.

Il passaggio dall’innocuità all’incarcerazione presuppone che il condannato sia un “criminale violento”. Pfaff evita questa espressione perché suppone che la violenza sia inerente alla persona, non data dalle circostanze, e la attribuisce quindi a qualcosa di sbagliato nella sua indole. Ma, come dimostra lui stesso, mancano le prove di questa attribuzione.

La violenza è una fase, non uno stato. Ci sono fattori come l’età, la situazione famigliare e le possibilità di impiego che hanno un impatto significativo sulla propensione a commettere atti violenti. È una triste ironia il fatto che molte persone condannate a lunghe detenzioni per la regola delle tre condanne stiano uscendo dal crimine proprio quando ricevono la terza condanna.

La questione del deterrente poggia su basi più deboli di quanto non si pensi. Il tentativo di inasprire le condanne come deterrente fa a pugni con la correlazione tra mentalità volta al presente e crimine. In altre parole, più è alta la probabilità di commettere un crimine e più si è indifferenti alla durata della condanna.

Chi sostiene che sia un deterrente mandare in carcere chiunque commetta un crimine violento dimentica che gran parte dei deterrenti non hanno niente a che fare con il carcere. Il carcere è un deterrente, ma l’azione di polizia lo è molto di più[1]. Basta un semplice fermo per far scattare la vergogna sociale.

E spesso il carcere annulla il deterrente e l’innocuità. Il carcere può diventare una trappola e produrre effetti criminogeni, come la perdita del lavoro (che dopo il rilascio è difficile da recuperare) e lo sfascio famigliare.

Ma anche concentrarsi troppo su tutto ciò può essere un problema, secondo Pfaff, che spesso critica i paradigmi attuali, secondo cui la pubblica sicurezza è un obiettivo assoluto da raggiungere a qualunque costo. L’impatto dell’incarcerazione di massa è pesante e non può essere visto solamente in termini di pubblica sicurezza e costi finanziari. Non è argomento da prendere alla leggera perché è in gioco l’esistenza di tanti. Anche quando si è insensibili alla sorte di chi ha commesso crimini, resta il fatto che il carcere corrode le comunità e disarma quelli che ne dipendono. L’opinione di Pfaff è che vale la pena mettere fine all’incarcerazione di massa, anche a costo di una crescita del crimine.

Cosa Significa per Anarchisti e Abolizionisti

Pfaff non è né anarchico né abolizionista. Ciononostante, il libro dovrebbe interessare chi tra noi viene da quegli ambienti. È fin troppo facile cascare nella trappola e interpretare l’incarcerazione di massa secondo schemi adatti al pensiero di progressisti e libertari moderati.

Non dobbiamo lasciarci conquistare dall’idea di un carcere privatizzato che improvvisamente introduce incentivi perversi in una soluzione altrimenti buona, voluta da persone encomiabili guidate dalla giustizia divina. Lo stato è avvolto in una ragnatela di conflitti hobbesiani volti alla rendita di posizione, e il sistema carcerario non fa differenza.

L’opera di Pfaff ci offre una ragione di più per intendere l’anarchismo come commento serio su ciò che avviene nel mondo reale, non come semplice esercizio teorico. Perché lo stato dà sempre il peggio di sé quando agisce entro i limiti delle sue funzioni basilari. Le carceri si riempiono grazie a leggi (come quelle antidroga) che non hanno fondamento nel libertarismo di nessun genere, e questo accade più rapidamente grazie all’applicazione impietosa della pena in quegli ambiti che il liberalismo classico dà per acquisiti. Come estremisti liberali, dobbiamo contrastare queste supposizioni.

Pfaff evita esplicitamente la questione dei risarcimenti. C’è una ragione. Con il risarcimento non importa che la pena faccia da deterrente o renda inoffensiva una persona; importa solo che la vittima sia giustamente risarcita. Le ragioni strettamente morali della pena non dipendono dai dati esaminati in questo libro; o, perlomeno, dimostrare la relazione tra i due è più complicato che eseguire regressioni logiche.

Ma è la sua stessa analisi che porta a saltare tali questioni. E dunque dobbiamo affrontarle attentamente. Dobbiamo offrire un quadro alternativo del significato e l’essenza della giustizia. Senza distruggere la vita di chi ci ha fatto del male, ma riparando le relazioni morali e risarcendo le vittime. E dobbiamo farlo non solo nei casi comodi, ma anche in quelli scomodi. Quando essere abolizionisti è molto difficile, quando il danno è enorme e gli onesti hanno ragione ad essere offesi.

Se non ci riusciamo, non possiamo sperare di invertire la tendenza all’incarcerazione di massa, figuriamoci poi abolirla. Se il crimine violento dovesse riprendere a crescere per un lungo periodo, occorrerà vedere quali saranno le reazioni culturali, se la gente penserà che lasciar libero un colpevole sia mancata giustizia.

Imparare a memoria le lezioni di Pfaff significa essere preparati ad affrontare il futuro.


Note

[1] Non credo che questa sia una ragione sufficiente per essere scettici riguardo l’abolizione della polizia, almeno non per un anarchista di mercato, ma questa è materia per un altro articolo. In breve: il fatto che la polizia produca un effetto deterrente non spiega se questo effetto si può ottenere o meno con mezzi più efficaci e meno problematici, soprattutto quando le potenziali alternative sono soffocate dallo stato che vuole mantenere gelosamente il monopolio legale della violenza.

L’alba Razzista del Capitalismo

razzismo[4]

Di Peter James Hudson. Pubblicato sul Boston Review il 14/3/2016. Ripubblicato su francosenia.blogspot.it.

Dieci anni prima del suo assassinio avvenuto nel 1914 per mano di un nazionalista, il socialista francese Jean Jaurès aveva portato a termine un’opera storica che aveva cambiato radicalmente lo studio della rivoluzione francese. Laddove gli altri si erano focalizzati sulle dispute intorno alla politica e alle ideologie politiche, i quattro volumi della Storia socialista della Rivoluzione francese di Jaurés avevano come soggetto le trasformazioni apportate da un capitalismo emergente, mettendo in primo piano le sue irruzioni nell’economia francese. Facendo uso di una lente marxista, Jaurés sottolineava il conflitto fra l’Ancien Régime e la borghesia appena giunta al potere, e tirava fuori dagli archivi della rivoluzione le lotte dei contadini e dei lavoratori francesi.

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