Dimissioni da Cittadino

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Manifesto per l’evacuazione dell’ordine

Di Santiago López Petit. Fonte: baierle, 19 maggio 2017. Titolo originale: ¿Y si dejamos de ser ciudadanos? Traduzione di Enrico Sanna.

Ci interpellano in qualità di cittadini

Il cittadino oggi non è un uomo libero. Il cittadino non è più l’uomo libero che vuole vivere in una comunità libera. La coscienza politica, che non si insegna ma si conquista, è scomparsa gradualmente. Non poteva essere altrimenti. Lo spazio pubblico è diventato una strada piena di negozi aperti a tutte le ore, un programma televisivo in cui un imbecille ci spiega in dettaglio perché si è separato dalla moglie. La scuola, dal canto suo, non è tenuta a promuovere alcuna coscienza critica, ma il semplice apprendimento delle “corrette” regole di condotta del cittadino, varietà di una pretesa “educazione alla cittadinanza”. Anche le lotte politiche sembrano scomparse da un mondo in cui esistono solo vittime di catastrofi diverse (economiche, ambientali, naturali…). Per questo i politici, rivolgendosi a noi, e riempiendosi la bocca di appelli alla partecipazione, continuano a chiamarci cittadini. Perché? Perché si tiene in vita una parola che, poco per volta, ha perso tutta la sua energia politica?

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Iperaridità

Teenager depressed sitting inside a dirty tunnel

James DeMeo (Direttore, Laboratorio di Ricerca Biofisica sull’Orgone, PO Box 1148 Ashland, Oregon 97520 USA. demeo@mind.net) Traduzione di Ario Libert

Riassunto

Attraverso un’analisi sistematica dei dati antropologici su 1170 culture a livello di sussistenza, abbiamo correlato e sviluppato dei modelli geografici globali delle istituzioni sociali di comportamento patristici, corazzati, violenti, traumatici, dolorosi e repressivi che impediscono i legami madre-figlio e uomo-donna. Quando i dati sul comportamento sono stati cartografati, abbiamo scoperto che la cintura desertica iperarida circondante l’Africa del Nord, il Vicino Oriente e l’Asia centrale, che io chiamo Saharasia, possiede la più vasta estesa territoriale delle istituzioni sociali e dei comportamenti patristi più estremi sulla Terra. Abbiamo scoperto che le regioni più lontane dalla Saharasia, in Oceania e nel Nuovo Mondo, possiedono i comportamenti più matristi, non corazzati e dolci che sostengono e proteggono i legami madre-figlio e uomo-donna. Una rivista sistematica dei materiali archeologici e storici suggerisce che il patrismo si è sviluppato in primo luogo in Saharasia all’incirca 4000 anni prima della nostra era, l’epoca di una transizione ecologica maggiore da condizioni relativamente umide di praterie-foreste verso condizioni di deserto arido. Dei modelli di popolamento e di migrazione dei popoli patristi sono stati delineati, a partire dai loro focolari più antichi in Saharasia, allo scopo di spiegare l’apparizione successiva del patrismo nelle regioni situate fuori dalla Saharasia. Prima dello stabilirsi di condizioni di siccità in Saharasia, la prova dell’esistenza del matrismo è ampiamente estesa, mentre quella del patrismo in generale inesistente. È provato che il matrismo costituisce la forma più antica, più primitiva e più innata di comportamento umano e dell’organizzazione sociale, mentre il patrismo, perpetuato attraverso istituzioni sociali traumatizzanti, si è innanzitutto sviluppato tra gli Homo Sapiens in Saharasia, sotto la pressione di una desertificazione e di una carestia durissime e da migrazioni forzate. Le osservazioni psicologiche di Wilhelm Reich permettono di comprendere il meccanismo attraverso il quale i comportamenti patristi (corazzati, violenti) si sono stabiliti e sono proseguito a lungo dopo che il trauma iniziale era passato.

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Mala Tempora

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Di Alessandro Visalli. Originale pubblicato su Tempo Fertile il 6 novembre 2015 con il titolo Wolfgang Streeck, “Come finirà il capitalismo?”.

Sulla rivista New Left Review nel 2014 è stato pubblicato un Articolo di Wolfgang Streeck che si esercita nella rischiosa arte della previsione di tendenza sulle orme di Marx, Polany  o di Keynes, Schumpeter, Sombart e Max Weber (secondo il suo elenco, ma potrebbe essere allungato a Mill ed altri). Precisamente rischia la previsione di un cambio radicale di assetto economico, ovvero dell’esaurirsi di quel fenomeno totale che dalla metà dell’ottocento chiamiamo “Capitalismo”. La nota 14, con un apprezzabile velo di autoironia, ricorda che se si sbaglia sarà almeno in ottima compagnia.

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Gli Schiavi Globali

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Di Robert Kurz. Pubblicato su francosenia.blogspot.com il 15 aprile 2016 con il titolo Questione di tempo.

In che mondo viviamo? La risposta degli ideologhi è sempre la stessa: in un mondo fatto di economia di mercato e di democrazia, dove economia di mercato e democrazia non sono mai abbastanza. Quanto più, in quest’ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate, dettate dall’ignoranza asinina della coscienza ufficiale, per avere ancora “più economia di mercato” e “più democrazia”. Questi due concetti sono diventati una sorta di mantra che, a forza di essere ripetuto, si è diluito fino a diventare una cantilena senza senso.

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Trump e il Narcisismo

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Di Sergio Benvenuti. Originale pubblicato su Doppiozero il 18 giugno 2017.

Negli ultimi tempi i commentatori fanno a gara nel cercare di inquadrare Donald Trump in termini psicopatologici. Alcune riviste mi chiedono una sorta di cartella clinica del presidente americano. Ad esempio, mi si chiede se si può parlare di infantilismo di Trump, a 71 anni.

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Il Mito della “Società Commerciale”

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Di Gary Chartier. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 21 giugno 2018 con il titolo “Commercial Society” Is a Myth. Traduzione di Enrico Sanna.

Chi si oppone alla libertà di movimento, che sia progressista o conservatore, liquida gli appelli a tale libertà dicendo che si basano su grette questioni economiche. I sostenitori della libertà ricordano che, nonostante quello che si sente in televisione, le migrazioni portano benefici sia alla società di provenienza che a quella di destinazione. Puntano sull’importanza di rispettare la libertà di lavorare e fare affari con chiunque a prescindere dalla nazionalità. Ma non è solo una questione economica, rispondono i contrari, in realtà chi vuole la libertà di movimento vede la società come un “gigantesco centro commerciale”. Noi, affermano, sappiamo che una nazione è molto di più. Facendo così, riflettono il pensiero di Steve Bannon, l’allarmistico etnonazionalista ex capo strategista di Trump, secondo cui “La nazione è più di un fatto economico”.

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