Noi Eravamo Assassini

Robert Capa, Morte di un miliziano.

George Orwell

Questo era ciò che dicevano di noi: che eravamo trotzkisti, fascisti, traditori, assassini, codardi, spie e così via. Ammetto che non faceva piacere, soprattutto quando conoscevi alcuni di quegli autori. Non è bello vedere un ragazzo spagnolo di quindici anni che viene portato via sulla barella, il viso sbiancato, attonito che spunta da sotto la coperta, e pensare a quei tizi in giacca e cravatta che a Londra o Parigi scrivono pamphlet per dimostrare che quel ragazzo è un fascista camuffato. Tra le caratteristiche più orribili della guerra c’è il fatto che tutta la propaganda, tutto quell’urlare e odiare, viene sempre da persone che non combattono. I miliziani del P.S.U.C. che ho conosciuto in prima linea, i comunisti della Brigata Internazionale che incontravo di quando in quando non mi hanno mai chiamato trotzkista o traditore: queste cose le lasciavano ai giornalisti che stavano dietro. Quelli che scrivevano pamphlet contro di noi e che ci insultavano sui giornali stavano al sicuro in casa loro, o alla peggio negli uffici del giornale a Valencia, a centinaia di chilometri dalle pallottole e dal fango. E, tolte le accuse reciproche delle faide partitiche, tutta la solita roba di guerra: il tambureggiare, la posa eroica, l’insulto al nemico; tutto ciò veniva, come al solito, da persone che non combattevano e che in molti casi avrebbero corso per cento chilometri pur di non combattere. Una delle cose più tristi che mi ha insegnato questa guerra è che la stampa di sinistra non è affatto meno falsa e disonesta della stampa di destra. Credo sinceramente che per noi del Governo questa guerra fosse diversa dalle solite guerre imperialistiche; ma a leggere la propaganda di guerra non l’avresti mai intuito. I combattimenti erano appena iniziati che già i giornali, a destra e a sinistra, si erano tuffati nella stessa fogna. Ricordo bene il titolo a nove colonne del Daily Mail: “I ROSSI CROCIFIGGONO LE SUORE”, mentre per il Daily Worker la legione straniera di Franco era “composta da assassini, schiavisti bianchi, drogati e la feccia di ogni paese europeo.” Ancora ad ottobre del 1937 il New Statesman diffondeva la storia dei fascisti che facevano le barricate con bambini vivi (cosa quantomai ardua), mentre Arthur Bryant dichiarava che nella Spagna lealista “l’amputazione della gamba dei commercianti conservatori” era “un fatto comune”. Quelli che scrivono queste cose non vanno mai a combattere; magari credono che scrivere sia un surrogato della guerra. È così in tutte le guerre: i soldati combattono e i giornalisti strillano, e i veri patrioti stanno alla larga dalle trincee, se non per qualche brevissimo tour di propaganda. A volte penso che è un bene che l’aeroplano stia cambiando le condizioni in cui si fa la guerra. Forse alla prossima grande guerra vedremo quello che non abbiamo mai visto prima: un fanatico patriota con una pallottola in fronte.

Fonte: Homage to Catalonia. Traduzione di Enrico Sanna. Immagine: Robert Capa, Morte di un miliziano.

 

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È Libertario Votare per la Secessione?

frantumi

Di Sheldon Richman. Originale pubblicato su The Libertarian Institute il 13 ottobre 2017 con il titolo Is Secession by Referendum Libertarian? Traduzione di Enrico Sanna.

La secessione per referendum mi preoccupa. Certo, la secessione individuale non è un problema: è semplice pratica libertaria. Prima di spiegare perché, vorrei notare che le piccole giurisdizioni politiche al netto sono preferibili a quelle maggiori unicamente perché uscire costa meno. Questo fatto in sé potrebbe limitare la prepotenza dello stato. La concorrenza è un bene, e una corsa a ridurre l’oppressione sarebbe certo augurabile secondo i canoni libertari. Ma gli stati, a qualunque genere appartengano, possono trovare il modo per accordarsi tra loro e minimizzare gli effetti della concorrenza. Oggi gli stati collaborano tra loro per dare la caccia agli evasori fiscali.

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La Spagna non ha Governo Nazionale

E gli Spagnoli Vanno Avanti

[Di Joseph T. Salerno. Originale pubblicato su mises.org il 4 ottobre 2016 con il titolo Spain is without a National Government – And Spaniards Are Digging It. Traduzione di Enrico Sanna.]

Nessuno dei due partiti maggiori è in grado di assicurare una maggioranza di voti nell’assemblea nazionale. I due partiti non riescono neanche a mettersi d’accordo su una coalizione di governo. Questa situazione in Spagna dura da dieci mesi, e sono dieci mesi che il paese ha un amministratore immobilizzato. È la prima volta che accade nel corso della storia spagnola. I servizi governativi di base continuano, ma non viene votata alcuna nuova legge, la politica estera è bloccata, e molti progetti, sia infrastrutturali che di altro tipo, sono congelati. In contraddizione con chi, disperato, prevedeva il caos, tutto sta procedendo liscio e alcuni spagnoli stanno imparando un’importante lezione riguardo le capacità di ripresa della società quando viene lasciata ai suoi (volontari) mezzi. Questa lezione è stata riassunta in pochissime parole da Felix Pastor, un insegnante di lingue, che ha detto:

Niente governo, niente ladri.

L’opinione di Pastor è che, senza politici in giro intenti a fare altri danni, la Spagna potrà andare avanti senza un governo “fino alla fine dei tempi”.