Il Razzismo

Woodstock 1968

[Di Hannah Arendt. Estratto dal saggio Sulla Violenza. Traduzione di Enrico Sanna.]

Il razzismo, bianco o nero che sia, è violento al massimo grado per sua stessa definizione perché si oppone ad una realtà biologica, il fatto che la pelle sia bianca o nera, e che nessuna autorità, nessun potere possa farci nulla; lo sbocco ultimo, in casi critici, è lo sterminio chi ha la pelle di colore diverso. Il razzismo, a differenza della razza, non è un fatto ma un’ideologia, e le azioni che porta con sé non sono un riflesso condizionato, ma atti deliberati basati su teorie pseudo-scientifiche.

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59 Missili sulla Siria

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Una lunga storia americana

[Di Kelly Kvee. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 9 aprile 2017 con il titolo 59 Missiles Launched at Syria – How Did the U.S. Get Here? Traduzione di Enrico Sanna.]

La notte del sei aprile 2017, gli Stati Uniti hanno lanciato 59 missili da crociera Tomahawk sulla Siria. È stato un tentativo di lanciare rappresaglia e terrore dopo che il dittatore siriano Bashar al-Assad aveva lanciato armi chimiche contro la popolazione siriana. Azioni di guerra in Medio Oriente (e altrove) da parte degli Stati Uniti con pretese umanitarie e di diffusione della democrazia non sono una novità. La storia delle azioni militari americane in Medio Oriente è oscura e complessa, e certo non ha niente a che vedere con lo spirito umanitario o la diffusione della democrazia. Per capire cosa, e perché, è successo è bene ripassare la storia.

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Il Capitalismo è una Religione Rivelata?

[Di Robert Anton Wilson. Titolo originale: Is Capitalism a Revealed Religion? Traduzione di Enrico Sanna.]

… i miei occhi erano così accecati
che la brama di avere poté più della ragione.
~ Ovidio, Le metamorfosi

Di recente, un mio amico mi ha raccontato una storia che può ben servire da introduzione ad una rubrica di economia. Pare che fosse nel bagno degli uomini intento a vuotare la vescica quando il presidente della società entrò e prese il suo posto presso l’urinale a fianco. Al che al mio amico accadde qualcosa di strano: la sua urina cessò di uscire, per quanto lui ancora sentisse che la vescica era tutt’altro che vuota.

Ora il lettore mi accuserà di voler fare del simbolismo surreale, di essere uno sporcaccione o di avere un senso dell’umorismo pervertito, ma volendo introdurre l’argomento del capitalismo, cominciare dal cesso è secondo me la cosa migliore. Sappiamo tutti, o dovremmo saperlo, che il protestantesimo ha avuto un grosso ruolo nella creazione e nella conservazione dell’ideologia capitalista, e che lo stesso protestantesimo è nato in un cesso.

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Abolite le Grandi Imprese

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[Di Daily Bell. Originale pubblicato il 29 novembre 2016 con il titolo Abolish Corporations. Traduzione di Enrico Sanna.]

Non Abbassate le Tasse sulle Imprese. Abolitele… Dappertutto si parla di tagliare le tasse sulle imprese. Donald Trump ha promesso un abbassamento dal 35% al 15% negli Stati Uniti, mentre il primo ministro inglese Theresa May ha promesso che le tasse sulle imprese nel Regno Unito saranno le più basse del G-20, che significa sotto le intenzioni di Trump… Ora che i governi amici delle imprese sembrano avere qualche spazio di manovra, dovrebbero tornare all’idea di eliminare le imposte sulle imprese e tassare soltanto il guadagno e il consumo. ~ Bloomberg

Con questo articolo, Bloomberg propone l’abolizione delle tasse sulle imprese perché così guadagnerebbero di più portando benefici ai lavoratori e alla società.

I nuovi governi “populisti” farebbero meglio ad abolire norme e leggi che danno vita a questi mostri immorali.

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Cosa c’è di Grandioso nell’Assimilazione?

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[Di Jeffrey A. Tucker. Originale pubblicato su fee.org il 21 ottobre 2016 con il titolo What’s So Great about Assimilation Anyway? Traduzione di Enrico Sanna.]

Di sicuro è capitato a tanti di voi: mentre girate per una grande città americana capitate in una zona dominata da un certo gruppo etnico o religioso. Può essere una Chinatown, un quartiere polacco, cubano, o persiano, o Amish, oppure ebreo ortodosso. Si vedono cose nuove, si assaggiano pietanze invitanti, si trovano cose che nei soliti negozi non si vedono. Si sente parlare una lingua sconosciuta. Si trova un diverso modo di vivere.

Mi è successo l’altro giorno. Sono capitato per caso in un Piccolo Brasile ad Atlanta. Un luogo davvero delizioso. Mi ha spinto a riflettere su tutta la questione dell’immigrazione e sulla richiesta incessante di assimilazione. Anche molte persone favorevoli all’immigrazione fanno implicitamente questa richiesta sostenendo che la realtà dimostra una rapida assimilazione dell’immigrato.

Come Noi

La richiesta di acculturazione e assimilazione rivolta agli immigrati, così come la paura del contrario, è un punto importante del dibattito sull’immigrazione fin dalla fine dell’ottocento, se non prima. A quei tempi si aveva il terrore che irlandesi, ebrei e italiani restassero aggrappati ai valori della loro madrepatria e non adottassero i valori del paese accogliente. Si temeva lo strappo del tessuto culturale americano, la disunità. C’era il timore di un disastro demografico di qualche genere.

Questi timori si intensificarono con l’ascesa del movimento eugenetico.

Le scuole pubbliche e la frequenza obbligatoria furono sviluppate nella speranza di rendere omogenea la cultura americana, eliminare l’attaccamento alla propria madrepatria e instillare una nuova cultura… con la forza. Questo avvenne in un momento di panico culturale ispirato dai giganteschi spostamenti demografici dovuti al libero mercato. L’obiettivo primario era la compattazione della popolazione attorno ad una sola fede culturale, non l’istruzione in sé.

Queste paure furono intensificate dall’ascesa del movimento eugenetico, per il quale cultura e genetica erano due cose separate. Anche se ebrei e altri gruppi “degeneranti” avessero imparato a comportarsi in maniera coerente con gli ideali culturali americani anglosassoni, si credeva allora, tutti questi stranieri avrebbero comunque avvelenato e distrutto il sangue americano. Il risultato fu una serie di misure politiche per isolare e alienare gli immigrati che erano già qui e per evitare che ne arrivassero altri (da qui, tra le tante iniziative dello stato, le restrizioni all’immigrazione negli anni venti).

Quando l’eugenetica andò fuori moda (o perlomeno si smise di parlarne) dopo la seconda guerra mondiale, la paura dell’inquinamento genetico si attenuò, mentre riprese vigore la paura che gli immigrati non si assimilassero.

È una cultura diffusa ancora oggi. La solita presunzione è che la “nostra” cultura sia quella giusta e la “loro” sia sbagliata, e che dunque stia a “loro” adattarsi e diventare come noi. Da qui tutto il grosso armamentario politico: noi, il gruppo dominante, possediamo la cultura; la cultura può essere solo una; chi viene da fuori è una minaccia al benessere nazionale; esiste qualcosa che vive e respira che noi possiamo chiamare cultura nazionale.

Piccolo Brasile ad Atlanta

Ma da dove vengono queste convinzioni? Se almeno gli Stati Uniti fossero un paese come il Lussemburgo, con una popolazione come quella di Tucson, in Arizona, e un territorio non molto più grande (anche se Tucson ha una popolazione quanto mai varia e un centinaio di ristoranti di cucina asiatica, e non corre rischi imminenti). Forse è plausibile la necessità di una lingua prevalente, se non altro per commerciare. Ma perché ciò accada non occorre un programma politico; basta il tempo e l’effetto delle forze organiche dell’evoluzione sociale.

Sembra un cliché, ma non per questo perde vigore: una caratteristica affascinante della libertà è la sua diversità in un grande spazio. L’America è in parte fortunata perché le culture degli immigrati non sono state assimilate completamente dalla cultura dominante. Questo rende la vita negli Stati Uniti molto più interessante e avventurosa.

L’esempio del Piccolo Brasile è piccolo ma illustra bene la questione.

Stavo cercando del tabacco da masticare e ho scoperto che ce l’aveva un negozio ad una quindicina di miglia di distanza. Ho deciso di andarci e mi son ritrovato in un negozio carino che aveva non solo tabacco ma anche molti prodotti brasiliani. Mi sono incuriosito. Il proprietario mi ha detto che c’erano molti prodotti brasiliani in quell’area.

Davvero? Ho dato uno sguardo e ho scoperto che aveva ragione. C’era un caffè brasiliano, con carne alla brace e un buffet con ogni genere di pietanza brasiliana, cose che io ricordavo dai miei precedenti viaggi. La clientela parlava solo in portoghese. Era un’allegra compagnia. Anche io ero contento: emozionato per aver scoperto un Piccolo Brasile nientemeno che a Marietta, in Georgia.

A fianco c’era un negozio di alimentari con infinite specialità, compreso un certo caffè brasiliano che non avevo mai visto prima, e poi bibite e riso.

Di fronte c’era una panetteria brasiliana. E qui la cosa si è fatta seria. Era una grossa attività con numerose specialità, dal pane ai dessert, e un personale amichevole e orgoglioso delle loro specialità nazionali. I gestori erano lieti di avere nuovi clienti, lieti di vantare i propri prodotti. Abbiamo parlato e scherzato e io ho provato a dire qualcosa in portoghese. Poi ho fatto il carico, contento dell’esperienza.

C’era anche un posto dove farsi tagliare i capelli alla brasiliana, e ovviamente anche la famosa ceretta brasiliana.

Perché Accade?

Tutte queste attività stanno in un’unica strada commerciale. Perché? Pianificazione urbana? No. Perché ci sono economie di rete che traggono vantaggio dalla posizione geografica. Probabilmente è accaduto così: alcuni immigrati hanno deciso di vivere in una certa zona. Per non stare lì a perdere tempo alla ricerca di un alloggio, famigliari e amici decidono di stare nella stessa zona. Arrivano altri amici e famigliari. Sono affezionati alla loro madrepatria, cercano prodotti a loro noti, si sentono a loro agio tra compatrioti. Nascono negozi. Altri spuntano nelle vicinanze. Questo attira altri immigrati. Ben presto quel gruppo etnico o nazionale “si appropria” di una parte della città, e tutti assieme creano un’esperienza culturale da offrire anche al resto della città.

Per me, per chiunque, il risultato è un’avventura libera, incredibile, in un mondo diverso. Ci vado spesso, giusto per il gusto di andarci. Venti minuti di macchina e sono in Brasile, e mi godo la musica, il mangiare, la gente e la cultura. Sto attento a non perdermi nulla, amo ogni attimo passato lì. Poi (e questo è l’aspetto curioso) salgo in macchina, lascio il Brasile e torno nel mio mondo. Faccio tutto senza passaporto, biglietto d’aereo, dogana, senza spese se non per la benzina e le delizie brasiliane.

In altre parole, questa esperienza arricchisce enormemente la mia vita.

Vedendo tutto ciò, mi chiedo: Cosa si guadagna e cosa si perde con questa richiesta incessante di acculturazione? Davvero vogliamo vivere in un paese in cui luoghi come questo Piccolo Brasile non sono possibili, in cui tutti i vicinati si assomigliano, tutto è omogeneo e unificato? A me sembra terribile. La diversità offerta da chi rinuncia all’adattamento è una buona cosa. Mette in mostra gli aspetti più magici e incredibili dell’ordine liberale: la sua capacità di creare risultati pacifici e produttivi partendo da una base radicale e eterogenea.

Al contrario, la richiesta di acculturazione di questi ultimi cento anni ha contribuito molto alla riduzione delle nostre libertà e alla violazione dei diritti umani, e ha messo in piedi un apparato statale che non arricchisce nessuno tranne la classe di governo. Da qui la riluttanza ad assimilarsi pienamente: sono quelli che non si fondono con gli altri a rendere il nostro mondo e le nostre vite molto più ricche e eccitanti.

Gli Haitiani: Non Donate alla Croce Rossa

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[Di Alice Salles. Originale pubblicato su Antimedia.org il 12 ottobre 2016 con il titolo Here’s Why Haitians Are Urging You not to Donate to the Red Cross. Traduzione di Enrico Sanna.]

Ad Haiti il numero di morti causate dall’uragano Matthew arriva a mille, 1,4 milioni di persone rimangono “senza assistenza umanitaria” e i primi casi di colera cominciano a preoccupare i soccorritori. Ma nonostante le richieste disperate di aiuto provenienti dallo stato insulare colpito dall’uragano, alcuni haitiani non gradiscono la presenza di organizzazioni infestate dagli scandali, come la Croce Rossa Americana (ARC) e la Clinton Foundation.

Dopo il rapporto del 2015, che denunciava la ARC per la cattiva gestione dei fondi destinati ad Haiti, haitiani come France François invitano su Facebook la popolazione a stare alla larga dalla 135enne fondazione. La François invita chiunque voglia dare un aiuto a rivolgersi ad organizzazioni haitiane.

Purtroppo, le sue preoccupazioni si basano su dati concreti.

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