Italia sull’Orlo

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[Di Joseph T. Salerno. Originale pubblicato su Mises Institute il 13 luglio 2016 con il titolo Italy on the Brink. Traduzione di Enrico Sanna.]

Come diversi articoli in questi ultimi giorni hanno fatto capire (qui, qui,qui e qui), l’Italia è sull’orlo di una crisi bancaria esplosiva. I crediti inesigibili e i “crediti in sofferenza” nelle mani del settore bancario ammontano a 360 miliardi di euro, un incredibile 17% di tutti i prestiti bancari italiani, pari a circa un quinto del pil annuale. Ma è anche molte volte il credito inesigibile che le banche italiane avevano durante il picco della crisi nel 2008. Dall’inizio del 2016 le quotazioni dei titoli bancari sono più che dimezzate. Le azioni del Monte dei Paschi di Siena, la banca italiana più antica e più sofferente, sono calate di oltre il 75%. E non aiuta il fatto che l’economia italiana lotti per uscire dall’ultima crisi finanziaria; le sue dimensioni sono ancora sotto dell’8% rispetto al 2008, grossomodo ai livelli della fine del secolo scorso.

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La Grecia Potrebbe Tornare alla Dracma

Solo che non servirebbe a nulla

[Intervista di Peter Schiff a Mike Finger. Originale pubblicato su Schiff Gold il 14 aprile 2015 con il titolo Greece May Adopt Drachma; US Already Has. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Una delle soluzioni proposte al problema europeo del debito greco prevede che il paese mediterraneo abbandoni l’euro per tornare alla vecchia valuta, la dracma. Nel Gold Videocast di aprile, Peter Schiff spiega perché una nuova dracma sarebbe una soluzione ideale per i politici greci ma un disastro per i cittadini e i creditori. Peter spiega anche perché gli Stati Uniti si trovino di fronte lo stesso dilemma della Grecia. Con una sola grossa differenza: gli Stati Uniti già hanno una moneta da svalutare.

Dall’intervista:

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L’Inciviltà del ‘Solve et Repete’

[Di Giacomo Zucco. Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 17 marzo 2015.]

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La rapina fiscale italiana, lo sappiamo tutti, ha ben pochi rivali al mondo quanto a dimensioni del maltolto: al di là del dato stellare della pressione fiscale, comunque impressionante ma “addomesticato” e indicativo fino a un certo punto (il denominatore del Pil considera anche stime sul mercato sommerso e partite di giro interne al sistema statale come gli stipendi pubblici), il vero problema è rappresentato dal “total tax tate”, la percentuale complessiva di risorse che vengono incamerate dallo Stato rispetto ai profitti commerciali, che in Italia si avvicina minacciosamente al 70% e posiziona il paese il 17° posto a livello mondiale.

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Come ti Giustifico l’Evasione Fiscale

I tre falsi miti

[Di Giacomo Zucco. Pubblicato su Il Fatto Quotidiano l’undici gennaio 2014.]

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Molti dei commenti ai miei precedenti post rispolverano il tipico mantra usato da chi si ritrova a corto di argomenti di fronte alla devastante e innegabile rapina fiscale italiana: il feticcio dell’evasione. I più sobri utilizzatori di tale scappatoia retorica si limitano a ripetere il ritornello secondo cui “in Italia le tasse sono altissime perché l’evasione è altissima: se pagassero tutti pagheremmo di meno”, i più avventurosi invece si lanciano in accuse dirette nei confronti dell’interlocutore: “Vuoi meno tasse? Evasore!!!”

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Fallitalia

Siam fatti così

[Di Giorgio Franchi. Pubblicato su Opinione Franchi il 4 marzo 2015.]

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Nella prima metà degli anni ’90 mi tolsi lo sfizio di andare a vedere un “cine-panettone” di Carlo Vanzina, uno di quelli che titolati “Vacanze di Natale” e qualcosa d’altro, non ricordo l’anno preciso. Un vero obbrobrio andato avanti dal 1983 al 2003 con il pienone; francamente non capivo il perché: i copioni erano praticamente identici anno dopo anno, ossia una serie di coppie casualmente si incontrano direttamente o indirettamente in una località vacanziera blasonata e danno il via ad una sfilza di corna reciproche condite con una comicità assolutamente demenziale. Quel Natale in sala è stato veramente sconfortante: ero attorniato da persone che ridevano per delle gag che al massimo avrebbero potuto interessare un minorato mentale di 10 anni, tutti ipnotizzati davanti allo schermo e guai ad alzarti se eri il malcapitato al centro della fila.

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Quando si Ignora Ciò che non si Vede

[Di Cory Massimino. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 21 novembre 2014 con il titolo AEI’s Perry Ignores the Unseen. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Nel suo classico Quel che si Vede e quel che non si Vede, Frédéric Bastiat osserva: “Tra un cattivo economista e un buon economista c’è una sola differenza: Il cattivo economista considera unicamente gli effetti visibili; il buon economista prende in considerazione sia gli effetti visibili che quelli che andrebbero previsti.” Mark J. Perry, dell’American Enterprise Institute (AEI), sta dalla parte dei “cattivi” in questa classificazione di Bastiat.

Leggendo un rapporto sugli introiti provenienti dalle tasse federali sul reddito scritto dalla Commissione Bilancio del Congresso (Cbo), Perry deduce: “i ricchi pagano più della loro giusta quota del carico fiscale, e sarebbe ora che cominciassimo a chiederci se non è semmai il 60% più povero a non pagare la sua quota equa.” L’argomento ha a che fare più con l’analisi di classe che con le tasse. Nascosto nell’ombra, infatti, c’è l’intervento statale che infetta ogni transazione economica.

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