Fattispecie di Reato: la Tortura

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Di Armando Lancellotti. Originalmente pubblicato su Carmilla on line il 19 giugno 2017.

Marina Lalatta Costerbosa, Il silenzio della tortura. Contro un crimine estremo, DeriveApprodi, Roma, 2016, pp. 136, € 15,00.

Tra pochi giorni, a fine giugno, la legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento penale italiano arriverà a Montecitorio, per concludere, forse, l’iter di approvazione parlamentare. Si potrebbe pensare che stia per essere scritta una pagina positiva della storia legislativa e politica del nostro paese, ma la realtà delle cose è ben diversa e per almeno due grandi ordini di ragioni: innanzi tutto perché il ritardo con cui il codice penale italiano riconosce la fattispecie del reato di tortura è a dir poco epocale, visto che la stessa Italia ratificò la Convenzione internazionale contro la tortura (Onu, 1984) nel gennaio 1988, insomma una trentina di anni fa; in secondo luogo perché il testo approvato al Senato il 17 maggio scorso è talmente rabberciato e contraddittorio da tradire lo spirito stesso di una legge che dovrebbe in modo netto e senza equivoci riconoscere la tortura come fattispecie di reato e delle peggiori. Un “tradimento” che lo stesso Luigi Manconi, che nel maggio del 2013 aveva presentato il progetto di legge in qualità di presidente della commissione parlamentare sui diritti umani, non ha esitato a definire inaccettabile, avanzando le stesse critiche e perplessità espresse da associazioni quali Amnesty International ed Antigone o dalle vittime della tortura di Stato italiana e dai parenti delle stesse. Vittime, che nel paese dei fatti di Genova 2001, di Cucchi e di Aldrovandi tra gli altri, sono numerose e ancora in attesa (vana) che venga fatto un minimo di giustizia e venga loro restituita quella dignità di uomini e cittadini che è stata a loro negata dai violenti abusi di potere di uomini dello Stato, dell’arbitrio dei quali sono caduti in balia.

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15 Milioni per una Prigione Segreta

Pagati dalla Cia alla Polonia

[Di Ekaterina Scherbakova. Originale pubblicato il 27 gennaio 2014 su The Voice of Russia con il titolo CIA paid $15 million to Poland to host secret prison. Traduzione di Enrico Sanna.]

Le autorità polacche non hanno voluto commentare la notizia del Washington Post secondo cui Varsavia ha ricevuto 15 milioni di dollari per ospitare prigioni segrete della CIA usate per interrogare persone sospettate di appartenere ad al-Qaeda a partire dal 2002-2003.

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Prima di Rallegrarvi…

[Di Andrew P. Napolitano. Originale pubblicato su lewrockwell.com il dieci ottobre 2013 con il titolo Before You Rejoice… Traduzione di Enrico Sanna.]

Prima di rallegrarvi perché il governo ha catturato in Libia un presunto terrorista, condannato per aver pianificato i noti attentati alle ambasciate americane in Africa nel 1998, prima di unirvi all’applauso che la camera dei deputati ha rivolto ai poliziotti della capitale che hanno ucciso una donna per aver buttato giù una transenna davanti alla Casa Bianca ed essere scappata via a tutta velocità, prima di elogiare il Dipartimento di Polizia di New York per essere arrivato subito al fondo di un’aggressione da parte di una banda di motociclisti che tormentava una giovane famiglia in una strada cittadina, rivolgete qualche pensiero al principio della legalità.

Lo scorso fine settimana, una squadra di Navy SEAL ha rapito un libico, Abu Anas al-Libi, per strada a Tripoli. Gli uomini non avevano un mandato d’arresto, né le autorità locali né il governo libico avevano autorizzato il rapimento, ed erano illegalmente presenti e armati in Libia. Molti dei presunti complici di al-Libi erano già stati arrestati, processati e condannati in America. Gli Stati Uniti avrebbero potuto chiedere la sua estradizione, come avevano fatto con gli altri, se solo il presidente Obama non avesse annientato a bombe, senza una dichiarazione di guerra del congresso, il governo amico del colonnello Muammar Gheddafi.

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