Speriamo di apparire ebeti


Enrico Sanna

Hermann avrebbe voluto avere una caramella al miele da tre chili. Il tanto da restare occupato per una settimana.

“Non per dire,” disse.

L’ingegnere capo si voltò di scatto e notò, per la prima volta da quando lo conosceva, la bizzarra composizione del viso di Hermann. L’occhio sinistro era in accordo, esteticamente parlando, più con lo zigomo sottostante che con il suo compagno. Un orecchio era più vispo dell’altro, che però esibiva una peluria che il primo non esibiva. E poi le solite cose: il mento sbilenco, le rughe che comparivano e scomparivano senza alcun senso del ritmo, gli occhi che vagavano incontrollati e tante altre imperdonabili inezie.

Anche l’Armando notò qualcosa. E nella distrazione, arrivò a disoccupare una vasta porzione del foglio, rivelando tutta una popolazione di numeri che chissà adesso cosa avrebbero potuto dire.

“Non per dire cosa?”

“Non per dire una cosa banale,” riprese Hermann, “ma sono tutti numeri primi, no?”

Il signor Armando consentì.

“Sì. Anche. Volendo.”

L’ingegnere capo recuperò la mandibola caduta sullo sterno e disse:

“E quale sarebbe la conclusione?”

E qui Hermann avrebbe davvero voluto avere i suoi tre chili da succhiare. Ma in tasca aveva soltanto un foglio stropicciato. Aveva anche un ombrello, che entrando aveva messo a riposare in un angolo pensando che là dentro non gli sarebbe servito.

Sorrise, sperando così di apparire ebete.

“Niente. Solo un mio… mm… pensiero.”

“Oh, il pensiero,” disse l’Armando. “A me piace molto pensare. Ma dopotutto, a chi è che non piace pensare? A lei, ingegnere? Hermann? De La Mer?”

L’ingegnere capo riportò le spalle ad altezza di spalla. Chissà come gli erano finite sulle orecchie.

“Allora dobbiamo considerare anche quest’otto, e poi il ventidue…”

De La Mer seduto in un angolo osservava un affarino misterioso con un monocolo da orologiaio e l’altro occhio strizzato da fare impressione.

Alle sei e mezzo, più o meno, era arrivata la signora Cecilia. De La Mer arrivò un’ora dopo e trovò la signora in discussione. Discuteva col marito. Che non c’era. Anzi, per dirla papale papale, chille se n’era ghiuto propio.

“Pardòn?” aveva chiesto De La Mer.

Era morto, aveva detto la signora per illustrare la situazione. Con rispetto parlando, ovviamente. Nu piezz’e omm’ accussì, ma che volete, giovinò, quando è destino è destino. La barca, magari, quella là tutto a posto. Zitta zitta, quella due giorni dopo se n’era tornata a casa. E c’era anche tutto. La rete, i remi. Pure le due arance. E però lui, o piezz’e omm’, lui non c’era. Quella là, la barca, aveva spiegato la signora Cecilia, se l’era scordato ammare, se l’era.

E adesso sette figli. E aveva detto tutto, la signora Cecilia. Sette. L’indice, il pollice più l’altra mano tutta intera che pareva la palma benedetta.

“Mi dispiace, signora,” aveva detto De La Mer.

“Una cosa che ancora non ci capisce niente nessuno,” aveva detto il marito della signora Cecilia. “Da mettersi lo scuorno proprio, e scusate se sono così brusco ma mi rode proprio. Non s’era mai visto prima. Il mare liscio come un olio, signor D’Amelio.”

Ché se lo sapeva che quel giorno doveva morire, signore mio caro, piuttosto se n’andava a fare il frate nel deserto.

“Con permesso parlando, si capisce, che se pure quelli non ci stavano, io me li inventavo uguale. I frati. E pure o deserto.”

L’ingegnere capo e il signor Armando erano arrivati alle dieci, ora più ora meno. Poi era arrivato Hermann.

Ricordava bene quando era arrivato Hermann. Prima aveva sentito grattare alla porta. Come fanno i gatti. Poi la porta si era aperta ed era entrato Hermann. Entrando, aveva detto chiaramente buongiorno, e su questo De La Mer non aveva dubbi. Immediatamente dopo, Hermann aveva posato l’ombrello, che a partire da quel momento e per tutto il tempo rimase esattamente in quel punto e in quella posizione, quindi, praticamente senza fermarsi, Hermann era andato ad aprire la porta che dava di dietro e aveva detto, anche questa volta molto chiaramente, buongiorno signora, e aveva anche aggiunto, praticamente di filata, come se fosse una cosa che faceva d’abitudine, e però con un tono di voce che segnalava una certa partecipazione emotiva, aveva aggiunto: e tante buone cose.

Non più di due minuti più tardi, l’ingegnere capo si era alzato, si era avvicinato ad un armadio a muro, aveva preso un grande foglio arrotolato e lo aveva, per così dire, letteralmente srotolato sul tavolo, appoggiando ai quattro angoli un paio di forbici da sarto, una caffettiera, due tazzine della stessa serie e il cappello di Hermann. Era stato allora che lui e il signor Armando avevano cominciato a discutere. Mentre Hermann, in silenzio e con le mani infilate in tasca, era rimasto in piedi.

La discussione andò avanti per due ore e qualche minuto. Al massimo cinque.

Ogni tanto la curiosità di De La Mer si alzava dalla poltrona e si avvicinava alla persiana. Faceva tutte quelle cose che si fanno solitamente per noia. Buttava un occhio tra le stecche, si grattava dietro un orecchio, grugniva, sbadigliava e alla fine tornava a stravaccarsi trascinando le pantofole. “Parlano.”

“Di che?” diceva De La Mer.

“Numeri,” diceva la curiosità.

De La Mer avrebbe voluto dire altro, ma solitamente a quel punto la curiosità si era già addormentata con la faccia dall’altra parte, offrendo a De La Mer nient’altro che il promontorio del suo sedere.

“Si rifarà,” stava dicendo Hermann. “Non è una bella storia, ma si rifarà.”

L’ingegnere capo mise via la caffettiera con le tazzine. Il cappello lo rese a Hermann. L’Armando disse più o meno “Oh, signore mio”. L’ingegnere capì una cosa per un’altra. Disse: “Sì, ieri mattina.” Arrotolò il grande foglio. Gli piaceva. Gli piaceva quando veniva storto e faceva il cannocchiale.

Hermann agganciò il cappello al manico dell’ombrello. Fino a prova contraria, fu quella l’unica volta in tutta la giornata che Hermann si avvicinò all’ombrello.

Da un libro che sto scrivendo ~ ES

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...