Il Mito del Lavoro


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Di José Manuel Naredo. Fonte: La Peste. Titolo originale: Configuración y crisis del mito del trabajo. Traduzione di Enrico Sanna.

L’attuale nozione di lavoro non è una categoria antropologica né, tanto meno, una costante della natura umana. È, anzi, una categoria profondamente storica. Il lavoro, in quanto categoria omogenea, si è consolidato attorno al diciottesimo secolo assieme alla nozione unificata di ricchezza e di produzione, e assieme all’idea di sistema economico, per dar luogo ad una nuova disciplina: l’economia. Quindi la ragione produttiva del lavoro è sorta e si è evoluta di pari passo con l’apparato concettuale della scienza economica. In questo saggio esamino questa evoluzione, evidenziando il nesso tra scienza, ideologia e società, e tra il linguaggio scientifico e quello ordinario, cose che rivestono particolare importanza in sociologia. Possiamo quindi relativizzare e criticare la ragione produttivista del lavoro ponendola in un’ampia prospettiva. Il piano di esposizione è il seguente. In una prima parte espongo valori, concetti e modi di vita predominanti nelle società precedenti l’attuale concezione del lavoro. In una seconda parte analizzo il brodo di coltura ideologico che ha dato origine alla ragione produttivista del lavoro, ragione che ha finito per configurare tanto il corpo sociale quanto il comportamento dell’individuo nell’attuale civiltà. Nella terza parte esamino i fatti alla base dell’attuale crisi di quella funzione produttiva e sociale che la nostra civiltà attribuisce al lavoro. Per ultimo, spiego le prospettive che tale crisi offre.

Prima dell’invenzione del lavoro

Le cosiddette “società primitive” sono un esempio importante di società non strutturate dal lavoro. La ricerca antropologica dimostra come in queste società il concetto di lavoro non abbia né il supporto concettuale né l’incidenza sociale che oggi ha nella nostra. È interessante notare come la lingua non offra un termine che possa identificarsi con la nozione attuale di lavoro: ci sono parole dal significato più ristretto (che indicano attività concrete) o molto più ampio (che possono arrivare a comprendere l’attività pensante o meditante dello “sciamano”). Ma non esiste una distinzione chiara tra attività presunte produttive e tutto il resto. Così come non esiste una relazione precisa tra attività individuali che comportano approvvigionamento o sforzo e le loro contropartite utilitarie o retributive, tenendo conto del fatto che tra gli estremi troviamo relazioni di ridistribuzione e reciprocità alieni a dette attività. Le attività relative all’approvvigionamento e alla sussistenza nelle “società primitive” occupano un tempo molto più breve rispetto alla giornata lavorativa attuale.

Tutto ciò ha indotto Marshall Sahlins a parlare di “Età della pietra, età dell’abbondanza” (come recita il titolo della traduzione spagnola del suo libro) per evidenziare il fatto che “la scarsità non è una proprietà intrinseca dei mezzi tecnici, ma la sua percezione nasce dalla relazione tra mezzi e fini” e i mezzi tecnici di cui disponevano le “società primitive” permettevano loro di adempiere ai propri fini con un margine molto più ampio rispetto alle attuali società “tecnologiche”, il che pone le prime più vicine all’abbondanza delle seconde. Ciò si deve soprattutto all’assenza, nelle società di cacciatori e raccoglitori, di quell’ansia di accumulare ricchezze o eccedenze che oggi vediamo nella nostra società: le riserve di ricchezza erano nella natura e non aveva senso accumularle, né era possibile trasferirle. L’accumulazione cominciò con i trofei (in particolare, schiavi) che davano credito alle imprese guerresche e prestigio sociale ai capi delle bande dedite alla caccia. Sorse così quel disprezzo che il temperamento aristocratico riserva alle faccende quotidiane più comuni, intese ad assicurare la vita di tutti i giorni, faccende che furono lasciate alle donne o agli schiavi.

Dopo la lunga parentesi neolitica, le società statuali rafforzarono e estesero le pratiche tendenti a segregare attività e persone servili. Particolarmente illustrativa, ai nostri fini, è la Grecia classica in quanto esempio di società non strutturata dal lavoro. In Grecia non esisteva neanche una parola equivalente all’attuale nozione di lavoro. La parola ponos indicava un’attività faticosa, ma non stabiliva una corrispondenza reciproca con l’opera (ergon), né comprendeva tutte le attività che attualmente rientrano nella nozione di lavoro, come se queste fossero un tutt’uno omogeneo. Né esisteva una parola per indicare questo tutt’uno omogeneo che attualmente lega funzioni relative alla fornitura e l’ottenimento di beni e servizi, alla realizzazione personale e alle relazioni sociali. Esisteva una visione atomizzata delle attività, da cui una serie di valori sociali distinti. Ma non era tanto la manualità o lo sforzo richiesto da tali attività a far sì che fossero classificate come servili o degradanti, bensì la condizione di dipendenza di chi le praticava. Erano considerate attività libere quelle che venivano svolte per il piacere stesso di svolgerle, come ad esempio la filosofia, la politica, le arti, o anche lo sport e le arti marziali, e non per giungere ad un fine o avere una contropartita aliena a tali attività. Sviluppare le proprie capacità al fine di ottenere un guadagno era considerato indegno dell’uomo libero. Ad esempio, era considerata servile l’attività di danzatori e atleti di professione, per quanto se ne ammirasse la destrezza. E così anche le attività svolte dagli schiavi in generale, o dai mercenari, perché dipendevano da un padrone, e in minor misura le attività degli artigiani e dei mercanti (alla ricerca del lucro) per quanto la loro attività andasse a vantaggio della società.

Dobbiamo ricordare che “la maggior parte delle società schiavistiche possiede un vasto vocabolario per indicare le varie condizioni servili, che non hanno l’equivalente nelle nostre lingue, e che noi indichiamo genericamente come ‘schiavitù’.” Oggi consideriamo la “schiavitù” una categoria omogenea che denota dipendenza, e solitamente la contrapponiamo alla categoria del “lavoro salariato”. Ignoriamo, ad esempio, l’esistenza di uomini liberi che si offrivano come schiavi al fine di migliorare le proprie condizioni mettendosi al servizio di persone ricche, colte e influenti, nella speranza di poter usufruire in qualche modo del loro potere, della ricchezza, della protezione eccetera. Molti amministratori dell’impero romano erano schiavi dell’imperatore o dei potentati dell’epoca, il che definiva giuridicamente relazioni basate sulla fedeltà e la dipendenza assoluta che, di fatto, continuano nel mondo della politica e dell’impresa pur senza un appoggio giuridico formale. D’altra parte, nelle società precapitaliste il rapporto schiavistico non era così diffuso e importante come solitamente si crede: anche nelle campagne della Roma imperiale i contadini liberi prevalevano numericamente sugli schiavi. Ma non è negli scopi di questo articolo fare un’esposizione dettagliata delle relazioni sociali nelle società cosiddette precapitaliste.

Nella Grecia classica non troviamo l’accumulazione di fortune che osserviamo nel successivo Impero Romano. Secondo Platone, le famiglie più ricche non avevano più di una cinquantina di schiavi. In Attica, per ogni persona libera c’erano circa tre schiavi, due terzi dei quali lavoravano nei campi, le miniere, le cave, l’artigianato e i trasporti, mentre il restante terzo era utilizzato nelle faccende domestiche o come compagnia. Dovrebbe far riflettere il paradosso per cui, nell’antica Grecia, con tre schiavi a persona, i cittadini liberi riuscissero ad evitare le attività pesanti e, secondo vari pensatori dell’epoca, sgusciare dalla morsa della necessità, mentre noi oggi, utilizzando un’energia equivalente a più di trenta “schiavi meccanici” a persona, siamo sempre più costretti a fare un lavoro dipendente: è come se dovessimo schiavizzarci sempre di più per comprare i servizi di un numero crescente di schiavi o accumulare ricchezze allo stesso scopo.

L’evoluzione del linguaggio riflette la generalizzazione in tutto il corpo sociale di relazioni di lavoro dipendente che in altri tempi sarebbero state considerate un attentato alla dignità dell’uomo libero: nel greco moderno la parola dulia, che significa genericamente lavoro, è una trasposizione diretta della parola antica duleia, che significa schiavitù.

Nella Roma antica erano disprezzati i lavori ordinari e generalmente faticosi necessari alla sussistenza. Ma anche questo disprezzo si basava sul fatto che si trattava di attività dipendenti. Così scrive Cicerone: “tutto ciò che ha a che vedere con un salario è sordido e indegno di un uomo libero, perché il salario in questo caso è il prezzo di un lavoro e non di un’arte; … tutte le attività artigianali sono sordide, e così anche la rivendita commerciale.” Non a caso in molte lingue romanze la parola lavoro deriva da tripalium, che è il nome di uno strumento di tortura costituito da tre pali. In passato, neanche la nozione di lavoro, labor era associata all’opus, in quanto l’opera poteva essere frutto della natura o dell’ozio creativo (otium). Non esisteva l’attuale dicotomia ozio-lavoro, per cui l’ozio è inteso in senso completamente improduttivo e parassitario, mentre il lavoro è considerato l’unica fonte di creazione. Alla base del dilemma è il fatto che oggi si parla di ozio (e di lavoro) come se anche in passato avesse lo stesso significato, dando ai concetti attuali una universalità che non hanno. Se esisteva una costante nell’antichità, questa era il disprezzo verso l’attività dipendente e generalmente dettata dalle necessità, fatta non per il piacere che procurava ma in cambio di una retribuzione o di una contropartita utile, attività che oggi viene fatta rientrare generalmente sotto la denominazione di lavoro. Lo storico Erodoto, pur confermando la tesi, diceva di non essere sicuro che i greci avessero ricevuto dagli egizi il disprezzo per il lavoro, dal momento che lo stesso disprezzo nei confronti della dipendenza e di quelle che poi i romani avrebbero chiamato “arti sordide” si trovava anche “presso i trazi, gli sciti, i persiani e gli arabi.”

Da qui il numero enorme di festività presso gli antichi greci e romani, e anche presso altri popoli antichi. Si festeggiavano le stagioni dell’anno e gli dei che le personificavano, adattandone lo spirito alla causa, dalla gravità delle celebrazioni di Cerere o Minerva all’euforia dei baccanali dopo la vendemmia. Ma si celebrava anche la noemia, ovvero l’inizio del mese lunare, i giochi olimpici e diversi anniversari, che variavano secondo la città. E “nelle giornate festive schiavi e bestie da lavoro erano liberi.”

In principio, i cristiani fecero proprio il disprezzo di quello che oggi grossomodo chiamiamo lavoro: era il frutto di una maledizione biblica, non un obiettivo individuale o socialmente desiderabile; a ciò si aggiungeva il distacco dai beni terreni proprio dell’Europa cristiana medievale. D’altro canto, nel Medio Evo non esisteva una visione univoca di quelle attività che oggi chiamiamo produttive. Nel quattordicesio Duns Scoto divideva le attività in tre gruppi, ognuno dei quali richiedeva una considerazione a parte. Questi gruppi, in ordine di valore decrescente, erano rappresentati da: gli aportatores, che fornivano la materia presa da madre natura per essere utilizzata in modo più o meno mediato dall’uomo; gli immutatores o melioratores, che modificavano tale materia con la propria opera; e i conservatores, che commerciavano o ridistribuivano la materia così prodotta senza modificarla. Questa classificazione, con scarse modifiche, si è mantenuta fino all’avvento della scienza economica nel diciottesimo secolo, influenzandone i primi teorici.

Tutto ciò si tradusse in una crescita progressiva delle feste religiose, che in molti villaggi dell’Europa cristiana medievale arrivarono a metà delle giornate dell’anno; anche nelle comunità più arretrate dell’Europa Centrale, è stato dimostrato, si arrivava a 182 festività l’anno. Fa riflettere il fatto paradossale che l’attuale calendario lavorativo comprenda un numero di giornate festive di gran lunga inferiore. Se consideriamo come festivo ogni sabato e domenica più un mese (22 giorni lavorativi) di vacanze, arriviamo a 126 giornate non lavorative, alle quali si aggiungono le festività locali. Curiosamente, queste ultime sono appena otto giorni l’anno nei paesi in cui domina il protestantesimo e il calvinismo, mentre arrivano a 14 in paesi prevalentemente cattolici come Spagna, Belgio e Italia, quindi in totale tra 132 e 140 giornate festive. Questi dati sulle giornate teoriche devono essere confrontati con i dati sulle ore realmente lavorate da ogni persona in un anno, che in certi casi superano le proiezioni e in Gran Bretagna e Irlanda arrivano, dopo gli aumenti degli ultimi anni, a 2.000 ore annuali.

Al calo delle festività contribuì attivamente anche il cristianesimo con una crescente venerazione del lavoro che andava di pari passo con l’affermazione del capitalismo. Questo calo nei fatti si riflette in un calo nel pensiero a cui qui possiamo solo accennare. Dobbiamo tornare indietro fino a Sant’Agostino per trovare il calo delle festività. Sant’Agostino comincia anche a rompere l’antica separazione concettuale tra lavoro e opera usando la parola lavoro per indicare anche il suo frutto. Oppure San Tommaso d’Aquino, per il quale la ricerca del lucro dei mercanti è permessa se il loro lavoro è una funzione utile alla società. Ma fu soprattutto la regola aurea Ora et labora, di San Benedetto, imposta inizialmente nei monasteri, ad influenzare la società nel suo insieme.

La ricerca della salvezza tramite il lavoro o altre pratiche ascetiche o mortificanti utilizzate da certi ordini monastici medievali fu ripresa più tardi da Lutero e Calvino in contrapposizione al primo cristianesimo, la cui posizione riguardo il lavoro era essenzialmente quella dei greci e dei romani. Il nascente capitalismo vedeva di buon occhio l’elogio di una vita “ordinata” dal lavoro e la disciplina monastica e militare. Il rintocco delle campane nei monasteri e gli squilli di tromba negli accampamenti militari presto trovarono il loro corrispondente nelle sirene delle fabbriche che, per la prima volta nel corso della storia, spronavano gli uomini ad alzarsi all’unisono, come comandati da un comandante invisibile, per poi sottomettersi, sotto il controllo dell’orologio, al ritmo prefissato del processo economico. Nel sedicesimo secolo, quando le campane cominciarono a segnare i quarti d’ora, il lavoro cominciò a divenire valore supremo davanti al quale la vita dell’uomo era obbligata a chinarsi. Il lavoro era astratto e omogeneo, misurabile in unità di tempo, scandito da un ritmo che non doveva essere perturbato. Fu allora che il gran numero di giornate festive cominciò ad apparire un male, uno spreco di tempo rubato al lavoro. L’attività fu identificata nel lavoro, all’ozio fu attribuito un carattere prettamente passivo e parassitario, in contrasto con l’antico significato della parola, che faceva riferimento anche ad un ozio attivo e creativo, per cui l’atteggiamento contemplativo era alla base dell’attività cerebrale in tutte le sue manifestazioni, mentre il lavoro fisico era ciò che la impediva. Insomma, si finì per imporre il nuovo vangelo del lavoro, secondo il quale con il lavoro si poteva servire Dio, lo stato e lo stesso individuo.

Nei fatti, la crescita delle festività religiose si bloccò almeno a partire dalla metà del diciassettesimo secolo. Con la bolla Universa per orbe (1642) di papa Urbano VIII si ebbe la prima significativa riduzione delle festività di precetto, seguita da tante altre. Una delle ultime, nel nostro paese (Spagna, es), fu quella che eliminò la festa dell’assunzione dei santi Pietro e Paolo nel 1977, in occasione della quale scrissi un articolo sulla “necrologia delle feste” in Cuadernos para el Diálogo. In realtà, l’eliminazione di queste festività riflette l’ansia continua di evitare interruzioni “sterili” del tempo di lavoro, ansia che, unita alla progressiva secolarizzazione della società, portò alla distruzione di feste come quella di San Giovanni Battista, San Lorenzo, l’Annunciazione, Santa Croce, il Giorno dei Morti, il secondo e terzo giorno delle tre pasque, e così via. A tutto ciò la Chiesa non esitò ad aggiungere la festa dell’Ascensione, che era parte della liturgia almeno dai tempi di Sant’Eusebio (260-340), e dei martiri Pietro e Paolo, già festeggiata ai tempi di papa Leone (460-461). Anche se questo taglio delle feste fu bilanciato da nuove feste e celebrazioni civili, il saldo fu decisamente negativo, come evidenziato dai 130-140 giorni festivi (comprese le vacanze) dei calendari lavorativi nei paesi dell’Unione Europea, molti meno del calendario cristiano medievale.

La nascita della ragione produttivista del lavoro

Le linee principali del contesto che impose la ragione produttivista del lavoro possono essere riassunte nel modo seguente. In primo luogo, da un lato il desiderio continuo e indefinito di accumulare ricchezze e, dall’altro, l’eliminazione degli impedimenti morali che agivano da freno a tale desiderio. In secondo luogo, cambiò la stessa nozione di ricchezza in modo da giustificare l’accumulazione. In terzo luogo, si instillò l’idea secondo cui l’uomo è capace di produrre ricchezza. Per ultimo venne il postulato secondo cui il lavoro era lo strumento principale di questa produzione di ricchezza. Vediamo come furono realizzati questi requisiti prima inesistenti.

La diffusione del desiderio di accumulare ricchezze fa parte del cambio di mentalità che caratterizzò il Rinascimento, e non è il caso di entrare nei dettagli. Assieme a tale desiderio si diffuse anche, in un’atmosfera di ottimismo, la ricerca della libertà e del piacere favorita dall’indebolimento delle barriere di classe prima considerate invalicabili. Il desiderio di soddisfare la sete di potere e denaro, prima illecito, cominciò ad essere considerato come un fatto normale, se non salutare. Questo cambiamento nel modo di vedere le cose culmina ne La favola delle api, di Mandeville (1792), che nel sottotitolo associa “i vizi privati al bene pubblico”. La fede nell’esistenza di meccanismi automatici che, ad opera e per grazia del mercato, volgevano l’egoismo individuale a beneficio della collettività, prese corpo nella cosiddetta “mano invisibile” di Adam Smith. La fede nel mercato in quanto panacea andò a prendere il posto prima preso dalla divina provvidenza: entrambe promettevano di condurre l’uomo lungo la retta via purché se ne rispettassero le regole. Dando per scontato che ogni individuo agisse come un mercante, spinto dal desiderio di fare fortuna “dalla culla alla tomba”, Smith arrivò alla conclusione per cui la società nel suo insieme poteva essere considerata “una società di mercanti”.

Per quanto riguarda il cambio di significato del concetto di ricchezza, occorre tenere ben presente che nelle società precapitaliste dominava un concetto diverso che, attribuendo importanza primaria ai beni immobili, limitava la possibilità che il fine di accumulare ricchezza si estendesse all’insieme della popolazione. Perché ciò potesse avvenire occorreva cambiare il concetto di ricchezza, riducendo l’importanza che avevano i beni immobiliari, prima legati al potere sull’uomo, mentre si dava più importanza alla ricchezza mobiliare e ai valori pecuniari. Questo è avvenuto, come spiega Louis Dumont (1977), quando, con la crisi del feudalesimo, “con la rottura del legame tra la ricchezza immobiliare e il potere, la ricchezza mobiliare divenne pienamente autonoma, non solo in sé, ma in quanto forma superiore della ricchezza in generale (…); insomma, si assistette all’emergere di una categoria autonoma e relativamente indipendente dalla ricchezza. Solo a partire da questo fatto fu possibile distinguere chiaramente ciò che chiamiamo ‘politico’ da ciò che chiamiamo ‘economico’. Distinzione sconosciuta nelle società tradizionali.” Fu pertanto quando il denaro divenne espressione di ricchezza che divenne possibile diffondere tra gli individui l’ansia di accumulare ricchezza.

In origine non si pensava che l’uomo potesse produrre alcunché: solo Dio poteva creare qualcosa dal nulla, così che la ricchezza era considerata il frutto di una unione tra il cielo e la terra. Aristotele riprende il concetto nel suo De animalibus, quando sostiene che “la terra si unisce al sole e da esso rimane pregna, dando frutti anno dopo anno”. L’uomo poteva al massimo propiziare questa unione investendo il lavoro di un significato rituale, dandogli un significato qualitativamente diverso secondo l’attività svolta. Che l’uomo potesse accrescere in maniera significativa e duratura il prodotto di madre terra era considerato irrealistico. L’idea dello scambio economico era quella di un sistema in cui i prezzi e il denaro operano a somma zero, per cui i guadagni di una parte sono i costi dell’altra. Dunque, poiché la distribuzione aveva un ruolo centrale nel processo di acquisizione della ricchezza, la riflessione era intimamente legata alla morale e trovava il suo posto nei manuali dei confessori, che dedicavano interi trattati alla questione, come testimoniato dalla Suma de tratos y contratos di Tomás de Mercado scritta nel 1571.

L’originaria volontà di collaborare con la natura (e di imitare la sua opera) andò desacralizzandosi con l’avvento dell’economia e della moderna scienza sperimentale, finché non fu sostituita da meccanismi o procedimenti artificiali pensati all’uopo. Alla pari del Cielo, visto originariamente come principio attivo fecondativo della terra madre, entrò in scena un altro componente, ugualmente attivo e maschile, il lavoro, più in linea con la fede nelle possibilità illimitate dell’homo faber su cui poggiava un antropocentrismo di genere nuovo, in sostituzione del vecchio di natura religiosa. Agli albori della scienza economica, William Petty pose alla base di questo nuovo antropocentrismo la “formula naturale” secondo cui “la terra è la madre e il lavoro il padre della ricchezza”.

Con Smith, Ricardo e Marx, il padre-lavoro, da entità che collabora con madre-terra per la produzione di beni diventa fattore principale della produzione di ricchezza, se non l’unico fattore se si presume che la terra possa essere sostituita dal lavoro. Il consolidamento della categoria unificata del lavoro andò di pari passo con le categorie di produzione e ricchezza, in quanto tutte esprimibili in unità pecuniarie omogenee. Fu così possibile racchiudere in un involucro scientifico la ragione produttivistica del lavoro, secondo un processo diffuso tanto dal capitalismo quanto dal socialismo di tipo marxista. Significativa in questo senso la frase con cui Smith inizia il suo trattato fondativo della scienza economica, (Indagine sulla natura e le cause de) La ricchezza delle nazioni (1776): “il lavoro svolto ogni anno in ogni nazione è in sostanza ciò che fornisce alla nazione tutto ciò che è utile e necessario alla sua esistenza e che si consuma annualmente in essa”.

L’opera di Marx sviluppa significativamente queste idee. Marx considera questo concetto unificato del lavoro come una categoria universale, una costante della natura umana applicabile a società di qualunque genere, contribuendo così alla sua generalizzazione con pretese antropologiche più ampie di quelle prima immaginate dai padri della “economia politica”. D’altro canto, però, porta alle estreme conseguenze lo squilibrio prodotto dagli economisti classici con la “equazione naturale” di Petty, affidando alla madre terra il ruolo di mero oggetto passivo e dominato che si offre senza contropartita alle velleità depredatorie presunte produttive del padre lavoro, sottoscrivendo così la teoria del valore dal lavoro. Così, nonostante le precisazioni aggiunte sul tema della “alienazione”, il marxismo divenne di fatto una sorta di cavallo di Troia, che diffuse tra le schiere degli oppressi il vangelo del progresso basato sul rispetto illusorio e illimitato della scienza, la tecnica, la produzione e il lavoro, categorie che annunciano la civiltà industriale. In particolare contribuì a diffondere, avvolgendole nel manto della scienza liberatrice, le categorie di base del pensiero economico coniate dalla “economia politica”.

È importante evidenziare anche il diverso atteggiamento, del mondo antico e della modernità, davanti alle innovazioni che permettono di risparmiare lavoro. Leggiamo in proposito i versi con cui Antipatro, contemporaneo di Cicerone, acclamava i mulini ad acqua, che sostituivano la macinazione a mano prima fatta all’alba da donne armate di mazze di legno e conche di pietra: “Smettete di macinare, voi donne che faticate al mulino; dormite fino a tardi, e lasciate che i galli annuncino inutilmente l’alba. Dacché Demetra ordina alle ninfe di svolgere il compito delle vostre mani ed esse, salendo in cima alla ruota, ne fanno girare l’asse, che con i suoi raggi muove le gravi e concave macine di Nisiria. Ritorniamo ai piaceri della vita primitiva, torniamo ai regali di Demetra e abbandoniamo la fatica.” Molto diverso è l’atteggiamento di Adam Smith di fronte ai vantaggi presumibilmente offerti dalla divisione del lavoro, qui esemplificata dalla fabbrica di spilli: ad essere elogiato in questo caso non è l’enorme risparmio di lavoro permesso dalla divisione dei compiti al fine di ottenere la stessa quantità di spilli, ma “l’enorme crescita produttiva ottenuta con lo stesso numero di mani”. Qui si elogiano quegli eventi che hanno portato all’attuale situazione: le invenzioni che fanno risparmiare lavoro, invece di liberare le persone dai compiti gravosi e ridurre il calendario lavorativo al minimo, sono serviti ad accentuare la dicotomia tra lavoro e riposo.

La crisi, ancora non accettata, della ragione produttivistica del lavoro e le sue conseguenze

Con gli economisti cosiddetti “neoclassici” di fine ottocento avviene un nuovo mutamento concettuale della ragione produttivistica del lavoro dal quale, a mio parere, ancora non sono state tratte tutte le conseguenze. Tale mutamento avvenne quando un nuovo fattore di produzione, il capitale, divenne egemonico. Considerato inizialmente un utile collaboratore della terra e del lavoro ai fini produttivi, il capitale eclissò entrambi quando gli economisti postularono la sostituibilità della terra e del lavoro ad opera del capitale, che divenne quindi il limite ultimo del processo di produzione di ricchezza.

L’ipotesi della perfetta sostituibilità dei fattori di produzione sigillò concettualmente la nozione di sistema economico entro l’universo dei valori pecuniari, semplificandolo e rendendolo logicamente più coerente. Ma anche isolandolo dagli aspetti fisici, sociali e istituzionali in cui si inquadrava obbligatoriamente il suo funzionamento. Una volta tagliato il cordone ombelicale che in origine univa la sfera economica alle dimensioni fisiche e umane, una volta stabilito che produrre significava semplicemente ottenere un “valore aggiunto” realizzando un profitto dalla vendita di qualcosa, la preoccupazione sociale passò dalla produzione all’acquisizione di ricchezza. E la contropartita esprimibile in termini monetari (generalmente sotto forma di salario) divenne l’unico criterio discriminante tra le attività considerate lavoro e quelle che non rientravano in tale considerazione. Così, per esempio, la “cura della casa” non è considerata lavoro (non produzione, né rendita, né consumo), mentre lo è il “servizio domestico”. Il che dà luogo a paradossi di questo genere: un gentleman che sposa la sua cuoca elimina lavoro (produzione, rendita, consumo) anche se lei cucina come prima. Al contrario, l’attività (salariata) dei funzionari è considerata lavoro, e quindi produzione (e consumo) di servizi (imputati), per quanto questi non siano destinati alla vendita. Allo stesso modo, viene considerato lavoro l’attività degli sportivi professionisti, ma non dei dilettanti, anche se lo sforzo esercitato è simile. Ne deriva che le attività che l’economia standard ingloba sotto la denominazione di lavoro (attività svolte in cambio di una contropartita monetaria o monetizzabile e non per il desiderio in sé di realizzarle) coincidono con quelle che gli antichi greci e romani consideravano disdicevoli per l’uomo libero, come confermato dal significato originario dei termini utilizzati per designare il lavoro (tripalium, duleia). E queste attività il crescente processo di salarizzazione scatenato dal capitalismo si incarica di diffondere su tutto il corpo sociale.

Oggi, la “produzione materiale”, un tempo molto valutata, viene relegata alla “periferia del terzo mondo”, mentre nelle metropoli del capitalismo ci si limita ad acquistare i prodotti finiti o le parti da assemblare. In quest’ultimo caso, l’attività non si concentra tanto nella produzione e esportazione di manufatti, quanto nella vendita di “servizi” e nel commercio degli attivi patrimoniali, equilibrando la bilancia dei pagamenti con afflussi di capitale a breve termine e con attività del mercato valutario. Così non solo le “tute blu” sono state rimpiazzate dai “colletti bianchi”, ma questi ultimi sono stati adattati alle necessità imposte dall’informatizzazione gestionale e finanziaria e costretti ad investire sempre più energie nella cosiddetta “lotta concorrenziale”. Insomma, il peso crescente della finanza, dell’informatica, della commercializzazione e della gestione nell’acquisizione di ricchezza opera ancora sotto l’ombra dell’idea smithiana di un sistema economico che ruota attorno alla produzione di merci, la frugalità e il lavoro, idea che perdura come paradigma interpretativo, alle cui funzioni esplicative si sommano quelle giustificatrici dello status quo.

La conseguenza è che la vecchia ragione produttivistica del lavoro ha perso l’appoggio e si mantiene in piedi non solo per inerzia conformista, come è successo alle altre reminiscenze fisico-utilitarie che ancora impregnano l’aggregato del prodotto interno lordo e il concetto stesso di produttività, anche perché la configurazione delle nostre società ha dato loro un rinnovato consenso. In effetti, mentre decadeva la vecchia ragione produttivistica del lavoro enunciata dalla “economia politica”, l’importanza del lavoro come fine sociale e individuale acquistava nuova forza. I poveri che prima elemosinavano un tozzo di pane, ora chiedono un lavoro, e il borghese da “insaziabile e crudele”, come diceva una vecchia canzone, è diventato il generoso “creatore di posti di lavoro”. Una volta eliminate le istituzioni che nelle società precapitaliste davano aiuto e rifugio all’individuo, una volta ridotta all’espressione minima la famiglia, la tribù o la città, in quanto elementi che avvolgevano fisicamente e socialmente l’individuo, il lavoro ha acquisito un’importanza crescente come mezzo per relazionarsi e promuoversi sul terreno professionale, economico e sociale. Il lavoro ha finito per diventare, come dice Max Weber, “il fattore principale di un regime fatto di ‘ascetismo ultramondano’ in risposta al sentimento di solitudine e di isolamento dell’uomo” (E. Fromm, 1979). Questo sentimento si fa sentire con forza nelle moderne conurbazioni, e si aggrava quando il senso di sradicamento non ha la valvola di sfogo del lavoro come mezzo di evasione, relazione e promozione sociale alla portata dell’individuo. Il disagio della disoccupazione è spesso la scintilla che scatena l’alcolismo, l’uso della droga, la delinquenza… trascinando l’individuo verso l’emarginazione sociale e il degrado personale. Allo stesso tempo, gli alti tassi di disoccupazione “strutturale” fanno sì che la ricerca ossessiva di un lavoro e il desiderio di immolarsi per esso diventino la moneta comune del nostro tempo, spingono in direzione di un nuovo ascetismo del lavoro ancora più compulsivo e distaccato dalla vecchia ragione produttivistica. Ascetismo che paradossalmente si rivela in chiara contraddizione con l’edonismo predicato dalla cosiddetta “società consumistica”, che esaspera l’incapacità di lavoratori e disoccupati di sfruttare una risorsa un tempo abbondante: il tempo da dedicare al riposo, al sogno, alla contemplazione, alla riflessione o all’azione, tutte attività altrettanto se non più libere, rilassanti, gratificanti o anche, occasionalmente, creative.

D’altro canto vediamo che il moderno individualismo non nasce per liberare l’uomo dalle relazioni di dominio e dipendenza (e dal disprezzo per il lavoro ordinario) presenti nelle precedenti società gerarchiche, ma a razionalizzare dette relazioni e mantenerle in forma diversa. Veblen, nel suo Teoria della classe oziosa (1899) notava per primo come l’associazione della rispettabilità sociale con la ricchezza posseduta permetteva di perpetuare sotto il capitalismo quella che lui chiamava la “classe oziosa”, con il suo disprezzo per il lavoro della vita ordinaria proprio delle precedenti società gerarchiche. Queste sono le condizioni che, secondo l’autore, fanno prosperare la proprietà privata e la classe oziosa (tale perché libera dalle fatiche ordinarie necessarie a garantire l’esistenza materiale della popolazione):

1. “La comunità deve disporre di mezzi di sussistenza abbastanza grandi da permettere che una parte importante di essa non debba dedicarsi al lavoro quotidiano.”

2. “La comunità deve mantenere uno stile di vita depredatorio; deve essere costituita da uomini abituati a fare il male con la forza o con l’inganno” (e le cui “prodezze” sono considerate ammirevoli).

Con il capitalismo diminuiscono le possibilità di arraffare bottino con “prodezze” belliche o cinegetiche, “mentre crescono, in raggio d’azione e facilità, le possibilità di portare avanti aggressioni industriali (o finanziarie) accumulando proprietà con i metodi pseudopacifici dell’impresa itinerante”. Da questo punto di vista, Benjamin Constant (1813) non si sbagliava quando diceva che “la guerra e il commercio non sono altro che due modi di arrivare allo stesso fine: quello di possedere ciò che si desidera.” Nel capitalismo, il bottino frutto di tali “prodezze” (legato al prestigio sociale) si misura direttamente in ricchezza pecuniaria accumulata.

Quando in una società come la nostra la rispettabilità del cittadino dipende dalla sua ricchezza, si scatena una lotta per la “reputazione pecuniaria” che crea una diffusa insoddisfazione cronica. Come notava Veblen, data la natura del problema è chiaramente impossibile che la società arrivi ad un livello tale di ricchezza da soddisfare i desideri di emulazione pecuniaria scatenati tra i cittadini. Se a questo aggiungiamo che con la cosiddetta “società dei consumi” si sono ampliate e complicate oltremodo le necessità elementari richieste dalla sopravvivenza, e sono diventate più scarse le possibilità di farvi fronte, ecco che, come dice Illich (1992) l’homo oeconomicus diventa l’anello mancante, nella trasfigurazione della natura umana, tra l’homo sapiens e ’homo miserabilis; “come la panna che, battuta, diventa burro, l’homo miserabilis è comparso recentemente, quasi dalla sera alla mattina, a partire da una mutazione dell’homo oeconomicus, il protagonista della scarsità. La generazione seguente la seconda guerra mondiale ha visto questo cambiamento di stato della natura umana dall’uomo comune all’uomo bisognoso (needy man).” La razionalità lottizzatrice ha portato con sé l’irrazionalità globale e il paradosso per cui l’economia, invece di combattere la scarsità, favorisce quei processi che hanno il compito di aggravarla e diffonderla in tutto il mondo. Scarsità che riguarda non solo i “beni”, il denaro e altre forme di “attivo”, ma anche lo stesso lavoro! Il che fa sì che le persone siano disposte ad immolare la propria vita in nome di un lavoro (gravoso e dipendente) più pesante di prima. E nel mondo del lavoro crescono il potere gerarchico e il dominio, che servono a promuovere e proteggere quelle attività fonte di “bottino”, attività destinate più alla acquisizione che alla produzione (materiale) di ricchezza. La macchina non ha liberato l’uomo dalla schiavitù del lavoro, è bensì il lavoro che è diventato una grossa fonte di nervosismo, sia per chi ce l’ha che per chi non ce l’ha, ma anche per quella che Veblen chiamava la “classe oziosa”, sempre più incanalata verso la “concorrenza”, schiava della fame insaziabile di potere e denaro.

Dall’altro lato, con la “globalizzazione” economico-finanziaria, la crescita della disoccupazione e della “precarietà” ci porta verso un panorama sociale sempre più frammentato e distante, verso quella società di individui liberi e uguali di cui parla l’utopia liberale. In effetti, al di là della divisione tra occupati e disoccupati, si apre un ventaglio di retribuzioni inversamente proporzionali alla fatica e al senso di inutilità generati dal lavoro. Per le ragioni esposte più su, il capitalismo perpetua le condizioni presenti nelle società gerarchizzate anteriori, per cui a svolgere i compiti più duri e degradanti erano le persone meno retribuite.

Le teorie sul “capitale umano” cercano di spiegare, mediante ragionamenti tautologici all’interno del campo del valore, la diseguale distribuzione dei salari senza ascoltare quelle voci che pongono le radici di tale disuguaglianza in strutture sociali e mentali che perpetuano schemi di funzionamento propri di precedenti società a struttura gerarchica. Queste teorie ignorano l’assurdità di supporre, all’interno del loro ragionamento, che nel sistema capitalista gli utilizzatori di questo “capitale umano” non si preoccupino di ammortizzarlo ma solo di sfruttarlo (un ragionamento del genere sarebbe più coerente con un sistema di tipo schiavistico, in cui l’ammortizzazione dello schiavo rientrerebbe logicamente nel calcolo del suo padrone). Curiosamente, la pretesa di rinchiudere il ragionamento entro il campo del valore, riducendo le persone a capitali, ha finito per entrare in contraddizione con i principi libertari dell’utopia liberale su cui in origine poggiava.

Faccio infine notare come il meccanismo, il desiderio di accumulare denaro scatenato dal capitalismo abbia finito per influire non solo sul mondo del lavoro, della questione salariale e della disoccupazione, ma anche sul cosiddetto “tempo libero”, che ora è invaso da quello che Ivan Illich chiama il “lavoro ombra” (shadow work, Illich, 1981). In effetti, tanto le amministrazioni pubbliche quanto le imprese private tendono a costringere gli individui a svolgere compiti poco gratificanti che, pur non essendo “lavoro”, occupano una quota crescente del loro “tempo libero” (il tempo impiegato per andare al lavoro, fare la dichiarazione dei redditi, sbrigare pratiche, eccetera). Così che la parte di “tempo libero” destinata ad attività gratificanti o al semplice riposo si accorcia sempre più senza che si protesti contro tale tendenza (anche perché, come indicano le sigle, il movimento sindacale si occupa solo di lavoro).

Prospettive

Alla luce di quello che ho detto si capisce come il movimento sindacale è stato tributario della mitologia del lavoro e di tutta quella costellazione di idee che ruota attorno a tale mitologia, idee imposte con la civiltà industriale e il capitalismo. Pertanto i sindacati non possono trascendere il tutto senza rivedere le proprie basi concettuali e la propria missione. Oggi è urgente far sì che le sue preoccupazioni e rivendicazioni vadano molto oltre l’ambito del lavoro e della produzione, per abbracciare anche la disoccupazione, il “tempo libero” e la distruzione sociale e ambientale generata dal processo economico. Per questo occorre smontare criticamente la nozione di lavoro. È bene smettere di mendicare lavoro, pensando ingenuamente che il sistema attuale possa tornare davvero a condizioni di pieno impiego. È bene puntualizzare le esigenze e le rivendicazioni, renderle più accettabili e realistiche, difendere certi lavori ma non altri, un certo “tempo libero” ma non un altro oberato di compiti imposti e penosi, difendere certe attività dipendenti ma soprattutto quelle che non impongono la dipendenza…

Se chiedere il pieno impiego salariato all’attuale sistema è come chiedere che la mucca voli, è meglio riconoscere l’impossibilità e esigere, di conseguenza, la riconversione delle enormi risorse destinate ad alleviare la disoccupazione e le sue conseguenze, non solo a favore del lavoro salariato, ma anche a favore dello sviluppo di strumenti che permettano alle persone di risolvere direttamente i loro problemi svolgendo attività (individuali, famigliari o cooperative) che sfuggano alla logica imprenditoriale capitalista, allontanandosi così il più possibile dal lavoro salariato che il sistema lesina. Se, ad esempio, parte della popolazione trova difficoltà a provvedere con il salario a necessità di base come la sopravvivenza, sarebbe molto più realistico permettere e regolamentare, invece di penalizzare, chi si costruisce la casa da sé, chi okkupa, chi fa la riabilitazione del patrimonio immobiliare oggi abbandonato e in sfacelo.

Le prospettive offerte dall’attuale dilemma sono aggravate dall’incertezza, e generalmente oscillano tra due estremi.

Da un lato il giro di vite ogni volta che, congiuntamente, crescono disoccupazione e lavoro compulsivo, concorrenza, isolamento e segmentazione sociale. Situazione consustanziale ad una società che resta prigioniera della mitologia del lavoro e delle idee che la avvolgono, incapace di reagire e porre fine alle tendenze citate, ma anche prigioniera di un movimento sindacale che si limita a discutere di retribuzioni dei salariati e a chiedere le pere del pieno impiego salariato all’olmo dell’attuale società capitalista.

Dall’altro lato possiamo mettere in pratica una riduzione cosciente del dominio della produzione mercantile e del lavoro salariato a favore di attività più libere, creative e cooperative. È possibile ridistribuire e riorganizzare l’ambito del lavoro salariato, al fine di evitare l’attuale dicotomia tra disoccupazione e lavoro compulsivo, correggere lo squilibrio crescente tra retribuzione e peso del lavoro, e rivedere criticamente la nozione di “tempo libero” per difenderla dalla servitù del “lavoro ombra” citato più su. Questa situazione sarebbe in armonia con una società che fugga dalla fede ingenua in un progresso che poggia sul concetto di produzione, con tutti i suoi derivati, e con un movimento sindacale che sappia vedere al di là della mera nozione di lavoro, per aprire una riflessione e portare avanti rivendicazioni nel senso citato.

Insomma, occorre riflettere sulle cause profonde dei nostri mali e, nel nostro caso, sui presupposti ideologici che orientano spontaneamente il nostro modo di percepire e di accettare tutto ciò che riguarda il lavoro. Questo èil primo passo verso il superamento di tali mali. Speriamo che questi chiarimenti contribuiscano in qualche modo.


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Un pensiero su “Il Mito del Lavoro

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