Rivoluzioni Double-face


Jaques-Louis-David-Gouvernment-anglois-1793-94

Di Ariel Vittor Fonte: Culturamas. Titolo originale: Dos miradas sobre la Revolución Francesa. Traduzione di Enrico Sanna.

Due visioni della rivoluzione francese

Nel 1856 Alexis de Tocqueville pubblica il libro L’ancien régime e la rivoluzione, in cui fa delle riflessioni sulla rivoluzione francese del 1789. Pur essendo di tradizione aristocratica, Tocqueville considera irreversibili le trasformazioni che vede. La sua opinione è che la rivoluzione non fu così innovatrice come si credeva, fu bensì qualcosa che andò formandosi lentamente dentro l’Ancién Régime.

Riguardo la burocrazia, secondo Tocqueville la centralizzazione amministrativa non fu opera della rivoluzione, ma esisteva già nel vecchio regime. Tutte le attività amministrative di ogni provincia erano nelle mani di un intendente che dipendeva dal Consiglio del re, un organo che concentrava in sé un particolare potere. Tanto l’intendente quanto i suoi collaboratori facevano da agenti diretti del potere centrale, e avevano l’incarico, tra l’altro, di riscuotere le tasse, reclutare le milizie e fare la manutenzione delle strade. I municipi avevano perso tutta la loro indipendenza e il Consiglio del re interveniva continuamente sul loro operato. Il monarca aveva esautorato anche la giustizia togliendo potere alle ingerenze dei tribunali ordinari. L’amministrazione centrale agiva da gestore onnisciente di ogni cosa, e questo dava origine a procedimenti burocratici lenti.

Secondo Tocqueville, i governi sorti dopo la rivoluzione del 1789 semplicemente ereditarono questa imponente centralizzazione amministrativa creata dal vecchio regime. “La rivoluzione democratica che distrusse tante istituzioni del vecchio regime non fece che consolidare la centralizzazione, e tale centralizzazione trovò il suo posto naturale nella società originata dalla rivoluzione, tanto che poteva esser considerata facilmente opera sua.”[1]

Tocqueville spiega poi che in Francia borghesia e nobiltà erano molto simili. Ma mentre la nobiltà s’impoveriva, la borghesia si arricchiva. Ovviamente, la disuguaglianza fiscale, simboleggiata dall’esenzione di cui godevano i nobili, imponeva una chiara distinzione tra le due classi. Questo portò i borghesi a rinchiudersi nelle città, ad occupare cariche burocratiche e a distanziarsi dalla gente comune. La nazione francese, soffocata da una tassazione vorace e una partecipazione politica molto ristretta (gli Stati Generali non si riunivano dal 1614), vedeva così allargarsi la distanza tra le due classi.

Per Tocqueville, la laicità rivoluzionaria fu un fatto transitorio rivolto, non tanto contro la dottrina ecclesiastica, quanto contro l’istituzione della Chiesa in quanto possidente terriera. La rivoluzione, nota, procedette alla stessa maniera delle rivoluzioni religiose, diffondendosi con la propaganda e la predicazione, senza fermarsi davanti ai diversi costumi delle varie popolazioni.

Sempre secondo lo storico francese, i rivoluzionari non conquistarono la propria libertà bensì si adattarono ad una libertà preesistente. I letterati che alimentarono ideologicamente la ribellione, già sotto il vecchio regime erano diventati i principali attori politici. Furono, secondo Tocqueville, le stesse riforme avviate dal monarca a renderne più vulnerabile il regime, destabilizzando le leggi tradizionali e disorientando i francesi. Tutte le condizioni che poi portarono alla rivolta del 1789 maturarono sotto l’Ancien Régime.

Il parlamentare inglese Edmund Burke (1729-1797) criticò la Rivoluzione Francese dal punto di vista impregnato di utilitarismo tipico dell’Inghilterra settecentesca. Nel suo libro Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, Burke afferma che, di fronte alla realtà convulsa che vive la Francia, l’Inghilterra deve adottare la politica che più conviene ai propri interessi, il che dipenderà a sua volta dal tipo di governo che gli inglesi vorranno per il proprio paese. Facendosi portavoce della borghesia commerciale britannica, Burke considera prioritaria la conservazione del sistema di alleanze che manteneva in equilibrio la mappa politica europea, dato che ciò favoriva la collocazione delle merci britanniche sul continente.

Burke considera quella francese una rivoluzione dottrinale. La paragona alla riforma religiosa protestante, che non rimase confinata al suo paese d’origine ma varcò i confini geografici, politici e culturali di tutta l’Europa. La diffusione del proselitismo rivoluzionario, che Burke taccia di settarismo, divise i cittadini all’interno di ogni paese.

Vedendo con timore il diffondersi delle idee rivoluzionarie, l’inglese conclude che nessun governo europeo è sicuro davanti all’ondata, e analizza le condizioni sociali e politiche dei vari stati europei. La Germania, è la sua conclusione, è la nazione più esposta al contagio delle idee rivoluzionarie, data la sua costituzione federale, e azzarda l’ipotesi di una rivolta in fieri. Per le monarchie, la minaccia può venire dagli stessi ministri e consiglieri del monarca; come in Francia, dove Luigi XVI fu spinto dai suoi uomini a inimicarsi la nobiltà e il clero, cosa che gli costò il trono.

Burke individua tre efficaci strumenti di diffusione delle idee rivoluzionarie. Accusa per primi i giornali, divenuti la lettura principale dei cittadini. Punta poi il dito sulle associazioni che simpatizzano con la rivoluzione, sorte in tutta la Francia. Infine gli ambasciatori, considerati spie e fomentatori di rivolte.

Secondo Burke, commercianti, avvocati e letterati, da lui odiati indistintamente, costituiscono il soggetto sociale della rivoluzione. L’inglese impugna sarcasticamente i principi rivoluzionari. Giudica inaccettabile che il popolo si arroghi il diritto di obbligare i magistrati a mettere in pratica la volontà popolare.

Il parlamentare inglese estrae dalle sua analisi tre conclusioni: non c’è da sperare in una controrivoluzione; più a lungo dura la rivoluzione e maggiore è la sua forza; il governo francese non ha altro interesse che destabilizzare gli altri governi.

Se per Tocqueville la rivoluzione è un male inevitabile, per Burke è un castigo di Dio contro l’Europa.

Note:

[1] Alexis de Tocqueville, L’Ancien Régime e la rivoluzione.

Riferimenti

Hobsbawm, Eric. La era de la revolución, 1789-1848. Buenos Aires, Crítica, 2007.

Lefebvre, Georges. El gran pánico de 1789. Barcelona, Paidós, 1986.

Rudé, Georges. La revolución francesa. Buenos Aires, Vergara, 2004.

Scrivi un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...