La Fantastica Fabbrica di Cadaveri


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Di Jones Manoel. Originale pubblicato il 13 gennaio 2020 su Blog da Boitempo con il titolo A economia política do extermínio: Paraisópolis e a próxima “tragédia”… Traduzione di Enrico Sanna.

Economia politica dello sterminio: Paraisópolis e la prossima “tragedia”…

Ho una foto di quando ero in seconda elementare. Eravamo dieci alunni che studiavamo grazie ai fondi della chiesa cattolica San Francisco de Assis nella favela di Borborema, a Recife. Dei dieci bambini della foto, solo due sono ancora vivi. Io e un altro. Io sono stato l’unico ad arrivare alle superiori. Gli altri otto sono morti. Tutti di morte violenta, spari o coltellate. Di sei di loro ho visto i corpi distesi sulla strada, in attesa del carro funebre. In Brasile, tra le favelas e le colline è diffusa una strana curiosità morbosa che spinge a stare lì a guardare il corpo finché non viene raccolto. Mia madre aveva, ovviamente nella migliore delle intenzioni, una pedagogia un po’ macabra (usanza comune a diverse madri): portava i figli a vedere il cadavere per mostrare loro la fine che fa chi “conduce una vita sbagliata” e dissuaderli dalla “tentazione del crimine”.

Facendo uno sforzo di memoria, riesco a ricordare quasi trenta tra amici e colleghi con cui ho condiviso l’infanzia, l’adolescenza e parte della vita adulta e che sono morti di morte violenta. Ricordo Rafael, che andava dietro a mia sorella, morto a sedici anni in un bar perché un tipo si era invaghito della sua innamorata. Ricordo Juruna, mio compagno di capoeira, morto sparato ad un occhio da un poliziotto. E ricordo anche Neto, morto vicino all’aeroporto di Recife, anche lui in un bar, con almeno sette colpi di pistola, e così via. Sociologicamente parlando, ho ricordi di guerra. Conosco centinaia di persone che sono state assassinate. Ho visto molti corpi, molto sangue per la strada. Teoricamente, però, non ho conosciuto la guerra. Tutto è successo mentre eravamo all’apice della bella e vigorosa democrazia brasiliana.

A questi, aggiungo un ricordo personale. Mio padre fu assassinato che avevo undici anni. Fin da piccolo avevo appreso, guardando i film di Hollywood, che tutte le polizie hanno un dipartimento investigativo ultramoderno, pieno di tecnologie e strumentazioni in grado di scoprire qualunque crimine e quindi di fare giustizia. Speravo che fosse così anche per la morte di mio padre. Ma così non fu. Oltre l’ottanta per cento degli omicidi in Brasile non sono risolti o non sono indagati. Per non parlare della qualità delle inchieste e delle sentenze dei casi cosiddetti “risolti”. Mio padre Luis Manoel, detto Mané do Bode dagli amici, fu semplicemente uno tra migliaia ad avere la vita falciata come se niente fosse.

Quando poi sono diventato militante, e poi professore, ho cominciato a vedere i ricordi attraverso la lente sociologica. Nota: in Brasile esiste un insieme, formato da apparati dello stato e dalla malintesa società civile in sinergia, il cui scopo è la riproduzione e la legittimazione di una politica di sterminio di migliaia di persone ogni anno; circa 60 mila. È stata eretta tutta una costituzionalità parallela, un insieme di leggi ufficiose, famosa in tutto il mondo, senza che questo implichi una qualche contraddizione fondamentale con la struttura giuridico-politica formale dello stato.

Un semplice esempio. Giro con la carta d’identità in tasca da quando avevo dieci anni. Mia madre mi ha insegnato che non posso uscire per strada senza. Il concetto implicito è che io, ragazzo negro, povero, abitante di una favela, potevo morire e come minimo bisognava dare un’identità al mio corpo. Mia madre mi anche insegnato, fin da quando ero bambino, che quando vedevo la polizia per strada non dovevo correre o fare gesti bruschi, per non indurli a sparare.

Questi insegnamenti contengono un sapere pratico che riassume una realtà non scritta sui codici giuridici o sulla costituzione, ma che spiega il funzionamento concreto del potere politico in Brasile. Fin da piccolo, ho imparato a comportarmi in modo da essere meno “assassinabile”. E anche se ancora devo andare in giro con la carta d’identità, per quanto faccia così, continuo ad essere assassinabile. Questa realtà dello sterminio convive bene con il giudiziario, il legislativo e l’esecutivo, gli intellettuali, l’università, le chiese, il cinema, i partiti e così via.

Il fatto che esistano persone che hanno ricordi e hanno vissuto esperienze simili o peggiori rispetto ad un iracheno o un siriano (tanto per citare paesi che da qualche anno subiscono guerre brutali frutto di invasioni neocoloniali e dell’imperialismo) non è una questione centrale della politica brasiliana. Anzi, non è e non è mai stata tale per nessun presidente della repubblica del cosiddetto periodo democratico. Collor, Itamar, FHC, Lula, Dilma e Temer si differenziano poco in questi termini. La grande differenza la fa Bolsonaro, che riesce ad essere peggio di tutti gli altri.

L’unico leader politico che, nel periodo seguente la dittatura imprenditorial militare, può mettere la mano sul petto e dire di aver fatto o di aver cercato di fare (quando era a capo del governo dello stato di Rio de Janeiro) qualcosa per fermare questo sterminio si chiama Leonel de Moura Brizola. Per il resto, nel dibattito politico o si è vagamente contro (salvo mantenere tutto così com’è nella pratica) o si sostiene la legittimità dello sterminio. Questa legittimazione è diffusa anche a “sinistra”. Quando la polizia militare, nel 2007, uccise diciannove persone a Rio de Janeiro, Lula da Silva disse che “i banditi non si affrontano con le rose”. La prova del fatto che i diciannove morti fossero “banditi” era… il fatto che il primo ministro aveva detto che erano banditi. Lula non ha mai reso conto di questa e altre dichiarazioni simili. Nel 2015, quando la Rondesp uccise dodici giovani negri, il governatore petista di Bahia, Rui Costa, disse che i poliziotti si sentono come i cannonieri quando fanno gol, ma che a volte sbagliano. Neanche Rui ha mai reso conto di tali atteggiamenti, ed è anche in quota come candidato per… le presidenziali.

Per non dire delle riflessioni sul diritto, il sistema politico, la democrazia, la cultura, la disuguaglianza, le istituzioni e altro simile, fatte senza tener conto di un dato di base della realtà brasiliana: ogni anno vengono assassinate oltre 60 mila persone. Forse, ma è solo un’ipotesi, il nocciolo della questione sta nell’economia politica, nel fatto che il capitale, l’accumulazione capitalista in Brasile non soffre per la perdita di una forza lavoro sterminata. C’è un dato curioso: nonostante i 60 mila morti l’anno, un milione in 17 anni, il capitale non risente né della mancanza né della scarsità di forza lavoro. Al contrario, lo sterminio perenne sembra funzionale al controllo dell’esercito industriale di riserva, o della sovrappopolazione relativa, in continua crescita tanto da raggiungere livelli sempre più impressionanti nella periferia del sistema capitalista.

Il grande sociologo francese Loïc Wacquant ha dimostrato in maniera convincente la relazione tra il neoliberalismo e l’ondata punitiva di arresti di massa. Il sistema carcerario statunitense, ad esempio, ha superato i due milioni di carcerati con la controrivoluzione neoliberale voluta da Ronald Reagan. Wacquant parla di tre modi principali di controllare la povertà: a) la socializzazione (tramite politiche sociali); b) la medicalizzazione (ad esempio, internando persone con problemi sociali, come se l’alcolismo o altri problemi fossero riconducibili a fenomeni biomedici); e c) il carcere (Loïc Wacquant, Punire i poveri, Governare l’insicurezza sociale, Derive Approdi). La tesi di Wacquant sulla relazione organica tra neoliberalismo e carcere si dimostra correttissima, fin nei particolari, anche nel caso del Brasile, anche se l’autore, che ha scritto cose molto interessanti sul nostro paese, non si è accorto che abbiamo anche una quarta strategia di controllo: lo sterminio.

Al programma neoliberale, che diffonde disoccupazione, lavoro precario e informale e la cosiddetta marginalità, nel nostro paese si aggiungono, non solo gli arresti di massa, ma anche un uso crescente dell’opzione letale da parte dello stato. Per questo non potremmo trovarlo tra le pagine di Sorvegliare e Punire di Michel Foucault, perché è molto più simile ad un campo di concentramento, con periodiche ondate fatte di sterminio e morte per malattie come la tubercolosi.

La constatazione di tale dato di fatto degli ultimi decenni rafforza l’ipotesi sollevata qui: che il neoliberalismo ha reso lo sterminio permanente di migliaia di persone ogni anno ancora più funzionale alla riproduzione dell’ordine capitalista. Il sangue, perlopiù nero, deve continuare a scorrere per mantenere lubrificata la macchina del capitale. A questo occorre aggiungere un dato fondamentale. Parlare di sterminio solo in termini di violenza diretta non è corretto. Come disse una volta Bertold Brecht,

“Ci sono molti modi per uccidere una persona. Con una pugnalata, prendendogli il pane, non curando la sua malattia, condannandola alla miseria, facendola lavorare fino alla morte, spingendola al suicidio, mandandola alla guerra e così via. Solo il primo è vietato dal nostro stato.”

Quanti muoiono ogni anno di fame, mancanza di cure mediche, lavoro disumano, precarietà dei trasporti, mancanza di medicine, pessime condizioni ospedaliere, siccità, grandi opere – come Belo Monte – e simili? Due anni fa un infermiere militante comunista, mi assicurò ad un dibattito sullo sterminio della popolazione negra che in Brasile muoiono non meno di 120 mila persone ogni anno.

Liberali, conservatori, socialdemocratici, “socialdemocratici”, e perfino certi marxisti, soprattutto i miei amici trotzkisti, amano fare i conti dei cadaveri dell’Unione Sovietica o della Cina Popolare. Perché non facciamo i conti anche qui in Brasile?

Possiamo approfondire la questione e riflettere sulla storia della formazione sociale brasiliana nel suo lungo corso storico. Il bravo Darcy Ribeiro già definiva il Brasile “un frantoio che schiaccia esseri umani” riferendosi ai ricorrenti stermini di popolazioni indigene, neri e altri simili (O povo brasileiro: a formação do Brasil. Global editorial, Sao Paulo, 2017). Per quanto riguarda la storia brasiliana recente, è difficile immaginare un momento della modernizzazione in cui non ci sia stato un grande massacro a coronare le trasformazioni nell’ambito del dominio politico e dell’accumulazione del capitale: Canudos, Contestado, Caldeirão de Santa Cruz do Deserto, Carandiru e altri.

Insomma, ieri come oggi restiamo un frantoio che schiaccia esseri umani. Una fantastica fabbrica di cadaveri che convive tranquillamente con lo stato di diritto, “con il supremo, con tutto”. È un genocidio permanente, con sangue e corpi per strada ogni giorno, con bambini assassinati da proiettili che attraversano il loro corpo, il tutto nella normalità (un amico dei tempi della militanza, studente di medicina a Cuba, aveva difficoltà a spiegare ai cubani che in Brasile le sparatorie fanno parte della normalità quotidiana, e che è normale vedere cadaveri per strada, anche se non è in corso una guerra civile).

Ma, è Paraisopolis? Questa è la grande questione. Il massacro di Paraisopolis è stato il massacro del momento per una settimana. Poi l’effetto è passato. La famiglia, qualche movimento popolare, qualche avvocato dei poveri è tutto ciò che rimane nel compromesso con la verità. Il caso viene archiviato. La vita torna normale. Poi arriva un nuovo caso. E un altro. E così via. Da quando sono diventato militante nel 2010, non è trascorso un mese senza un “caso importante” di qualcuno ucciso dalla polizia. Cláudia, Amarildo, DG, 111 spari nel Costa Barros, Cabula, la strage di Fortaleza, e poi ancora, ancora, ancora.

Questo è il nocciolo della questione: lo sterminio è normale. Normale nel senso sociologico della parola, come concetto: una serie di pratiche sociali, con le corrispondenti ideologie legittimanti, accettate come parte costitutiva della società nel suo funzionamento quotidiano. È come la povertà. Diciamo che è un problema, che deve essere combattuta, ma non per questo smettiamo di mangiare, dormire, bere, studiare, divertirci o uscire per strada tutta la settimana. Io, voi, tutti noi usciamo per strada, vediamo persone nella miseria, torniamo a casa e continuiamo la nostra vita. Lo sterminio in Brasile non è un’anomia come la intendeva Émile Durkheim.

Dopo Paraisópolis ci sarà un’altra “tragedia”. E un’altra ancora… Usare questi “casi” per dimostrare che la polizia è una macchina per il genocidio della popolazione negra, o che esiste razzismo strutturale, è un discorso che può avere un certo impatto sul momento. Poi tutto torna normale.

In un articolo precedente, pubblicato su Blog da Boitempo con il titolo “Duas teses sobre a questão racial no Brasil”, segnalavo l’importanza dell’antirazzismo rivoluzionario nella strategia della Rivoluzione Brasiliana. Finiremo per affrontare il potere borghese brasiliano senza porre al centro dell’agenda politica la questione dello sterminio della popolazione negra? Del resto, come possiamo porre al centro della scena politica la questione dello sterminio? Come far uscire questo massacro quotidiano dalla normalità, dalla naturalità, dall’è così e basta?

Queste sono questioni importanti per quest’anno appena iniziato. Per far sì che massacri come quello di Paraisópolis non siano più un fatto ordinario. Adesso non voglio cercare di dare una risposta. Nel corso dell’anno torneremo su questo tema nell’ambito delle riflessioni sull’antirazzismo rivoluzionario. Mi basta citare la canzone:

“L’ordine del segretario è preciso:
Soldati, attenti! Niente testimoni, niente feriti;
colpite per i capelli, la roba, il colore.
Ma attenti alla piastrina, e al reporter dilettante.
C’è un vuoto, ancora nessuno ha scritto
che non si possono fare fosse comuni;
e nessuno vieta che i vicini di casa
dopo il bum bum diventino vicini di sepoltura.”
(Eduardo Taddeo, “A era das chacinas”, A fantástica fábrica de cadáver.)

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