Per Dio e per Profitto


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Amanda Freitas

Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

Secondo Weber, il capitalismo, inteso come compulsione al lucro, lo ritroviamo in momenti e luoghi diversi. Nella sua forma moderna porta la novità dell’organizzazione razionale del lavoro socialmente combinato, ovvero la ricerca sistematica, l’organizzazione razionale dei mezzi finalizzati alla generazione di lucro. Lo “spirito” del moderno capitalismo, fondato sulla ricerca pianificata del lucro nella forma dell’impresa economica separata dall’economia domestica, è la base dell’organizzazione del modo di produzione del moderno capitalismo occidentale. Weber non analizza le attività economiche che si basano su questo “spirito”, ma l’aspetto culturale e dei valori di questo comportamento.

In “confessioni religiose e stratificazione sociale”, Weber, partendo da dati empirici, vede una relazione tra possesso di capitale e protestantesimo. Questo è il primo passo verso la ricerca del nesso elettivo tra lo spirito capitalista e l’etica protestante. In questo capitolo, cita vari esempi di società e gruppi cattolici e protestanti e lo sviluppo storico di queste e di altre manifestazioni culturali. La pertinenza di questi dati ai fini della ricerca sta nel fatto che l’analisi si concentra sulle caratteristiche interne del credo protestante, ovvero cerca di capire quali sono i valori su cui si basa l’etica protestante ai fini dell’azione umana.

“La ragione di questo comportamento particolare deve essere cercata principalmente nelle peculiarità intrinseche e inveterate di ogni confessione religiosa, non solo nelle loro condizioni storico-politiche esteriori.”

“Se vogliamo scoprire la relazione intima tra l’antico spirito protestante e la cultura capitalista moderna, non è nella sua (presunta) ‘gioia di vivere’ più o meno materialista o comunque anti-ascetica, che dobbiamo cercarla, ma, che lo vogliamo o no, nei suoi tratti puramente religiosi.”

Il prossimo passo, conseguenza di questa conclusione, è l’interpretazione delle singolarità di questo fenomeno nell’ottica della sociologia storica.

Nel capitolo “Lo ‘spirito’ del capitalismo” si cerca il significato culturale di questo atteggiamento proprio della sfera economica. Oggi lo spirito del capitalismo si presenta come qualcosa di completamente avulso a qualsiasi manifestazione della sfera religiosa. Partendo da questa caratteristica del capitalismo moderno, Weber torna indietro, ricostruisce la genesi, fino a trovare il filo conduttore che lo porta al protestantesimo.

Weber utilizza il termine “spirito” del capitalismo nel senso specifico di “azione totale coronata eticamente”. C’è una grossa differenza rispetto alla definizione marxista. Il capitalismo per Weber non è solo un modo di produzione. La differenza, in senso moderno e occidentale, è racchiusa nell’ethos: il lavoro è visto come fine in sé, la razionalizzazione di tutte gli ambiti della vita tende al fine della massimizzazione del lucro, e l’ethos indica la giusta condotta non solo nell’ambito del mercato, ma anche nella vita privata e domestica. Weber analizza il capitalismo fuori dalla sua sfera economica, studia il modo in cui invade le altre sfere con la sua logica produttiva che comporta, in maniera orientata alla razionalità, una crescita del possedimento.

La “professione come dovere” deve essere sentita dall’individuo. Questo avviene unicamente mediante un lungo processo di rieducazione dei valori, non solo dei lavoratori, ma anche di imprenditori e politici. Lo spirito deve sorgere prima del modo di produzione; da qui la lotta contro lo spirito della società tradizionale precapitalista. La società tradizionale, monarchica, priva di mobilità sociale, priva di cambiamenti drastici, era formata da individui il cui stile di vita dovette essere trasformato dall’ethos del lavoro incessante con un processo che fu anche violento. Il modo più efficace per costringere i lavoratori della società tradizionale ad essere sempre più produttivi passava per un dominio ideologico, etico e di valore che permeasse tutta la loro vita. La violenza simbolica a cui dovette ricorrere lo spirito del capitalismo moderno al fine di spezzare le relazioni comuni e distruggere con la forza lo spirito del tradizionalismo è ciò che interessa Weber ai fini della sua ricerca. L’interpretazione weberiana di quella che allora era chiamata l’accumulazione primitiva di capitale, pertanto, differisce da quella marxiana in quanto è la superstruttura che precede e determina l’infrastruttura, non il contrario.

Questo spirito, per quanto oggi appaia autonomo e privo di riferimenti religiosi, è riuscito a diventare egemonico solo sfruttando l’effetto leva dell’etica protestante del lavoro intesa come vocazione, come chiamata di Dio che porta alla grazia divina. Proponendo questa ipotesi, Weber ricorda come il concetto di “vocazione” nasca nell’ambito della riforma protestante e differisca dalla tradizionale dottrina cristiana. Oggetto dell’indagine è il concetto di “vocazione”, determinante al fine di capire da dove viene lo “spirito” del moderno capitalismo.

In senso religioso, il lavoro come vocazione assume diverse forme. Il lavoro è visto sia come manifestazione esteriore dell’amore verso il prossimo che come modo per conquistare la grazia divina. Lutero era profondamente avverso all’accumulazione di ricchezze, che egli considerava l’esatto opposto dell’idea dell’amore cristiano verso il prossimo. Ma l’accostamento del pensiero luterano all’impresa capitalista, assieme ad altri fattori, fece sì che il concetto di “vocazione” prendesse altre strade.

Ma anche il luteranesimo manteneva certi legami con la tradizione, e fu invece il calvinismo inglese a portare opportunamente il concetto di vocazione in quello che chiamiamo spirito del capitalismo. L’ascesi mondana del puritanesimo è indagata nel capitolo “ascesi e capitalismo”.

“Il puritanesimo inglese, nato dal calvinismo, offre le basi più coerenti dell’idea di vocazione professionale.”

“Importa solo l’azione, l’agire secondo la volontà di Dio inequivocabilmente rivelata, al fine di accrescere la sua gloria. La perdita di tempo diventa così il primo e, in termini di principio, il maggiore tra i peccati. (…) Il tempo assume un valore infinito perché ogni ora persa è lavoro sottratto al servizio della gloria di Dio.”

“La ricchezza è riprovevole solo quando induce a lasciarsi andare all’ozio, alla pigrizia e al peccaminoso godimento della vita. Aspirare alla libertà (nuoce) alla gloria di Dio. Chi, pur avendo la capacità di lavorare, chiede l’elemosina, non solo pecca di pigrizia, ma offende l’amore verso il prossimo.”

Vediamo quindi che, secondo i calvinisti, i frutti del lavoro portano alla salvezza solo se non vengono usati per smettere di lavorare. Se si vuole conquistare la grazia divina, occorre reintrodurre i frutti del lavoro nel processo di valorizzazione così da generare sempre più lucro economico privato. Questa, secondo il puritanesimo inglese, è la volontà di Dio, ed è anche la volontà dello spirito del moderno capitalismo che organizza tutto il modo di produzione capitalista. Questo importante punto di contatto tra etica protestante e spirito del capitalismo, una volta interiorizzato non solo come desiderio, ma anche come ordine divino in tutte le sfere della vita, promuove questo ethos a fatto egemonico, interiorizzato da tutti i soggetti, in grado di emanciparsi dalla sfera religiosa. L’organizzazione razionale del lavoro e l’ethos della razionale impresa borghese ricevettero così la consacrazione religiosa dal puritanesimo. Non servirsi del modo legittimo più efficiente per accrescere il lucro significa rifiutare la vocazione, la chiamata (calling) di Dio.

Le pratiche storiche citate da Weber illustrano l’argomento centrale di tutta questa opera e evidenziano quei punti in cui:

“Il concetto puritano di vocazione professionale e l’esigenza di una condotta ascetica di vita influirono direttamente sullo sviluppo del modello di vita capitalistico.”

“Solo nell’etica del protestantesimo ascetico [lo spirito del moderno capitalismo] trovò una base etica coerente. La sua importanza ai fini dello sviluppo del capitalismo è evidente.”

Il ruolo svolto dall’obbligo ascetico della parsimonia è, quindi, di aver contribuito direttamente a liberare il desiderio di lucro dai vincoli tradizionali. Weber spiega come, col tempo, gli effetti economici entrino storicamente in conflitto con la ricerca della grazia e della salvezza in Dio. Col tempo il lavoro, da strumento di salvezza, diventa fine in sé e si separa dalla sfera religiosa. Passato il fervore del protestantesimo, seccatasi “lentamente la radice religiosa, ecco che la mondanità utilitaria prende il loro posto.” Ecco perché la sfera economica subì un processo di autonomizzazione. Se in un primo momento, durante la transizione storica dalla società tradizionale alla società liberale borghese, l’etica protestante favorisce la diffusione egemonica dello spirito del capitalismo, in seguito crescono le tensioni tra il modo di vita protestante e quello della sfera economica, fino a culminare in conflitti irriducibili tra i due. Lo spirito del capitalismo nasce e pone le basi sull’etica del protestantesimo ascetico, di cui però oggi non ha più bisogno al fine di mantenere la propria egemonia.

“Fin dove arrivò il potere del concetto di vita puritano, in ogni ambito promosse – questo ovviamente è molto più importante della semplice agevolazione dell’accumulazione di capitale – la tendenza a condurre una vita borghese economicamente razionale; il puritanesimo fu il più importante, anzi il suo unico, sostenitore coerente. Fu la culla del moderno homo oeconomicus.”

Ne “Il rifiuto religioso del mondo e della sua guida”, Weber spiega entro quali termini c’è tensione tra l’etica delle religioni salvifiche e le cinque sfere di valore autonomizzate dell’Occidente (economica, politica, estetica, erotica e intellettuale). Come si manifesta questa tensione tra etica religiosa e valore nella sfera economica?

La sociologia della religione cerca di contribuire alla sociologia del razionalismo. La razionalità ha e ha sempre avuto un certo ascendente sull’uomo. Anche le interpretazioni religiose del mondo rispettano le esigenze della coerenza. Nell’edificare la sua tipologia ideale della religiosità, Weber va a vedere quale è il significato del costrutto razionale di ogni teologia per verificare se esistono ragioni che conducano al rifiuto del mondo.

I modi comportamentali religiosi si sono evoluti e sono divenuti un orientamento metodico del modo di vivere. I presupposti e le pratiche magiche, da cui emana tutta la religiosità, nascono con l’obiettivo di favorire la creazione di poteri magici in grado di fermare il male. La magia è il precursore storico del salvatore e del profeta, che traggono la loro legittimità dal potere carismatico incorporato nei postulati religiosi. Così che, nell’ambito della religione, la profezia del salvatore ha lo scopo di indicare a tutti un modello di vita orientato al fine ultimo della ricerca del valore sacro. A legittimare l’adozione del suo carisma è la fede nel profeta, o salvatore, quale detentore della verità sul modo corretto di giungere al valore sacro.

Analizzando le diverse religioni, Weber intuisce che a differenziarle sono gli strumenti considerati adatti alla realizzazione della profezia del valore sacro in quanto orizzonte ultimo del comportamento religioso. Sulla base di queste differenze, propone la divisione in due categorie: ascetismo e misticismo.

È d’importanza fondamentale, al fine di capire queste categorie, fare alcune indagini, che devono essere svolte entro la coerenza logica di ogni religione. Quindi: cercare Dio e la salvezza in Dio equivale a rinunciare a se stessi? Non in tutte le religioni. E in che modo il Dio occidentale oltremondano ha ispirato l’ascetismo delle religioni cristiane? Di quale natura sono le promesse religiose che guidano verso la salvezza? Occorre fuggire dal mondo e assumere un atteggiamento passivo, oppure agire su di esso? Il Dio oltremondano, o ultraterreno, nasce come dirottamento voluto della ricerca della salvezza. Misticismo e ascetismo sono due modi di cercare Dio, ovvero la salvezza, ma nella realtà queste due categorie ideali possono apparire combinate, per quanto le loro definizioni facciano pensare ad un’opposizione dicotomica.

L’ascetismo si basa sull’azione pratica orientata alla ricerca di uno sviluppo spirituale, e pone la moralità a fine ultimo di tale azione. È un’azione attiva che Dio vuole che sia compiuta dal suo devoto, il quale è strumento di Dio e deve operare al fine di dominare e piegare il mondo. Il seguace del Dio ascetico deve cercare di cambiare il mondo con la sua azione redentrice. Questa attività può limitarsi a tenere sotto controllo la malignità della natura dell’agente, e in tal caso si configura come fuga ascetica dal mondo. Ovvero, non si agisce per sacralizzare il mondo, ma ci si rassegna unicamente ad evitare quei mali che sfuggono alle raccomandazioni della condotta salvifica del profeta ascetico. Pertanto, anche quando si pratica la fuga ascetica dal mondo, l’ascetismo si mostra attraverso l’azione. Al devoto di questo genere ciò che importa per la sua salvezza è l’esecuzione di risoluzioni positive ispirate da Dio, risoluzioni il cui significato finale è occulto e deve restare occulto. Non è compito del fedele indagare il pensiero di Dio, ma solo eseguire ciò che Dio vuole, desiderare ciò che Dio desidera, senza porsi domande.

Il misticismo è più tipico di quelle religioni che Weber indica come orientali, ed è caratterizzato dall’affinità interiore con la spersonalizzazione e l’immanenza del potere divino. Ciò che sacralizza il mistico è l’abbandono contemplativo, la condizione di pieno accoglimento del divino, la fuga dal mondo, la passività nei confronti delle sfere mondane, la fuga verso la riflessione. Il mistico contemplativo che decide di non fuggire dal mondo si accosta all’ascetico, nel senso che adotta un misticismo rivolto al mondo. In entrambi i casi, a determinare la salvezza del mistico è la passività, il silenzio, l’assenza di azione. Il credente deve tacere affinché Dio parli attraverso di lui. L’esistenza religiosa si manifesta nella privazione, l’umiltà e la minimizzazione dell’azione. Ciò che importa ai fini della salvezza è la riflessione alla ricerca del significato ultimo, a cui si può giungere solo attraverso l’esperienza mistica passiva.

La differenza principale, quindi, è che l’asceta cerca la salvezza eseguendo gli ordini assoluti del suo Dio senza porsi domande sul loro significato. Mentre il mistico cerca la salvezza riflettendo e meditando sul significato del suo Dio senza però eseguire alcuna azione. In questo senso esiste dicotomia tra un ideale e l’altro.

“Per l’asceta di questo mondo, la condotta del mistico è un indolente godimento dell’Io; per il mistico, la condotta dell’asceta (volto al mondo) è una partecipazione ai processi mondani combinata con un’ipocrisia compiaciuta.” (Weber, p. 374)

Sulla base di queste tipologie, Weber esamina le tensioni tra la religione e il mondo. Queste tensioni sono ciò che ha guidato l’evoluzione e la trasformazione della profezia in sistema etico. Profezia significa qui significa sistematizzazione e razionalizzazione del modo di vivere, ovvero la religione divenuta etica diventa azione razionale orientata verso un fine. L’azione sul mondo e la rassegnazione al mondo, ovvero l’asceta e il mistico, si uniscono storicamente in una rinuncia al mondo, ognuno a modo suo.

Le religioni della salvezza sono dottrine che promettono al fedele la liberazione dalla sofferenza, e l’essenza di questa sofferenza viene usata per porre il seguace nella condizione permanente di chi cerca protezione. L’obiettivo razionale della religione redentrice è la sacralizzazione degli strumenti di salvezza, realizzata con il mantenimento ritualistico di questi strumenti trasformati in abitudini comportamentali. La profezia mantiene la comunità in movimento in questo rituale permanente attraverso l’uso del carisma personale degli annunciatori della profezia (che possono essere discepoli, allievi o successori nella scala gerarchica).

Per questa ragione, le religioni profetiche vivono storicamente in una condizione di tensione permanente con il mondo, in un movimento dialettico tra negazione del mondo e dominio del mondo. Da un lato, cercano di proteggere il fedele dalla sofferenza immeritata causata da questo mondo impuro, e dall’altro cercano di convertire il fedele in un eterno guerriero impegnato nella diffusione della parola del suo Dio, facendogli credere che l’unico modo per salvarsi consiste nell’agire sul mondo seguendo il dettato divino e nel convincere tutti gli altri esseri di questo mondo ad agire allo stesso modo. Il mondo diventa così ad un tempo fonte di sofferenza e strumento di dominio.

Più la religione diventa una religione di convincimento, e più deve convertirsi in verità nelle rappresentazioni socialmente condivise, ovvero deve liberarsi della necessità di ritualizzare il carisma e la profezia. Questa trasformazione in convinzione profonda è la trasformazione della profezia in etica, che diventa tanto più razionale quanto maggiore è la tensione con il mondo.

L’etica religiosa dell’Occidente e dell’ascetismo cristiano si muove storicamente in direzione di una razionalizzazione e sublimazione del potere esteriore e interiore del mondo, entrando sempre più in profondità nelle altre sfere, aumentando la tensione tra tali sfere e tale etica.

La relazione con l’economia e la razionalità economica diventa sempre più tesa. L’economia razionale è l’organizzazione del comportamento umano nel mercato secondo lotte di interesse in forma di prezzi. Quanto più il mondo capitalista diventa un fine in sé, come abbiamo visto prima nella questione dello “spirito” del capitalismo, tanto più irrazionale e impersonale esso diventa, il che aggrava la tensione tra il mondo capitalista e l’etica della fratellanza della religione della salvezza.

L’etica secondo cui tutti gli esseri umani sono fratelli e figli di Dio è in conflitto continuo con la competizione dei mercati e la con la sacralizzazione del lavoro e dell’accumulazione dei beni. L’etica dei monaci ascetici condannava il possesso di beni economici e vedeva nel lavoro qualcosa che distraeva il monaco dalla concentrazione nella ricerca della salvezza. Il paradosso dell’ascetismo razionale sta nel fatto di aver originato quella ricchezza che esso stesso condannava. La fuga da questo paradosso avvenne con l’etica puritana, che vedeva nel lavoro la chiamata, la volontà divina e la dimostrazione che la grazia divina era meritata.

L’etica della fratellanza entra in conflitto non solo nella sfera economica ma anche in quella politica, che è intrecciata con le relazioni economiche. Quanto più il comportamento degli agenti nella sfera economica e politica è calcolatore e orientato razionalmente verso un fine, tanto più distante è la possibilità di una fratellanza religiosa. Vediamo il contrasto nel fatto che la fratellanza in guerra ha le stesse caratteristiche del sentimento sacro della comunione con Dio. Applicata alla politica, la vocazione significa pertanto legittimazione della violenza finalizzata alla conversione o all’annientamento degli infedeli. Poiché lo stato è una “associazione che pretende il monopolio dell’uso legittimo della violenza”, ecco che esso diventa il Dio dell’etica politica, pertanto questa sfera acquisisce autonomia e morire sul campo di battaglia per la propria nazione dona alla morte un significato indiscusso. Ecco quindi che chiamata assume il significato di “sapere che si muore per qualcosa.”

E dato le azioni economiche, politiche e razionali in genere seguono leggi proprie, ecco che si allontanano dall’etica della fratellanza, la quale entra inevitabilmente in conflitto con le condizioni di vita mondana.

Fonte: Lavrapalavra, 17 marzo 2020.

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