Fase Discendente


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Bolsonaro, il falso nazionalismo e la distruzione del Brasile

Di Carlos Eduardo Martins. Originale pubblicato il 2 settembre 2019 su Blog da boitempo con il titolo Bolsonaro, o falso nacionalismo e a destruição do Brasil. Traduzione di Enrico Sanna.

La crisi ambientale e diplomatica generata dal governo brasiliano con il suo appoggio alla Giornata del Fuoco, organizzata da certi settori dell’agroindustria in Amazzonia, e con le ostilità dirette contro il governo francese, è poco più di una fase di un progetto in corso che prevede la sottomissione neocoloniale del Brasile all’imperialismo unilaterale di Trump e all’estrema destra statunitense. Presentata da Bolsonaro alla sua base elettorale come una reazione del governo brasiliano ad un imperialismo francese e europeo che pretenderebbe di internazionalizzare l’Amazzonia, in effetti è esattamente il contrario: la subordinazione viscerale di un sottoimperialismo fantoccio e vassallo al potere statunitense dell’internazionale fascista ordinata dal trumpismo.

Indeboliti a livello internazionale dal calo accelerato della competitività a partire dal 2008, posti sotto pressione dalla crescita del debito pubblico, dall’ingresso della Cina nell’economia mondiale, dall’approvazione di vari progetti di integrazione regionale e da un nuovo asse geopolitico mondiale, con la nuova via della seta, i Brics e le rivendicazioni di un progetto del sud del mondo, gli Stati Uniti cercano di reagire in diversi modi all’attuale congiuntura globale sfavorevole a loro.

Obama combinò le politiche di ampliamento della globalizzazione neoliberale con quelle della destabilizzazione, dell’accerchiamento o dell’intervento militare col pretesto dell’intervento umanitario, secondo i luoghi e le circostanze. Espressione dell’ampliamento della globalizzazione neoliberale fu il tentativo di firmare l’accordo transatlantico sul commercio e gli investimenti con l’Unione Europea, la sottoscrizione dell’accordo commerciale transpacifico, l’accordo con l’Iran sull’arricchimento dell’uranio e il prospettato allentamento del blocco imposto a Cuba al fine di frenare la crescente integrazione con l’economia cinese. La politica di accerchiamento e destabilizzazione era diretta contro la Russia, nel tentativo di allontanarla dalle regioni confinanti, come l’Ucraina, e spingerla contro l’Unione Europea, contro il Nord Africa, ma soprattutto contro l’America Latina tramite la preparazione e l’appoggio dei colpi di stato in Paraguay e Brasile, e si è conclusa con l’assedio del Venezuela, dichiarato una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Le politiche di intervento generarono coalizioni che portarono all’intervento in Libia, con il rovesciamento e l’assassinio di Muammar Gheddafi, e poi in Siria, dove però il tentativo fallì a causa dell’appoggio della Russia a Bashar el-Assad.

Trump rompe con le politiche regionali di libero commercio e investimento, paralizza organismi multilaterali come l’organizzazione mondiale del commercio, va contro la difesa dell’ecosistema ritirando gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi e si oppone al patto mondiale sulle migrazioni. D’altro canto, prende sul serio gli effetti distruttivi della globalizzazione neoliberale sulle industrie statunitensi e l’abbassamento dei salari dei lavoratori. Ma non rompe con la globalizzazione finanziaria e la finanziarizzazione del capitale, e taglia le imposte sulle grandi aziende, gonfiando il deficit e il debito pubblico, scegliendo come nemici gli stati concorrenti e i lavoratori immigrati. Per ottenere ciò usa la forza dello stato non solo contro la Cina, ma anche contro alleati storici come la Germania e il Messico. Impone dazi sui prodotti cinesi, minaccia sanzioni a imprese e stati che fanno affari con la Huawei, intimidisce la Germania annunciando il proposito di imporre quote sull’importazione di veicoli per ragioni di sicurezza nazionale, e ricatta il Messico con imposte sulle importazioni se non impone un controllo delle frontiere che impedisca o distrugga il flusso migratorio verso gli Stati Uniti, chiedendo al contempo che compri grosse quantità della sua produzione agricola.

America First di Trump è da intendersi come ritorno alla Dottrina del destino manifesto. È il tentativo di ristabilire il controllo politico ed economico sull’America latina e i Caraibi, considerati il proprio spazio vitale continentale, riducendo gli stati a condizioni semicoloniali o neocoloniali, il tutto per porre un argine alle minacce straniere o per eliminare gli ostacoli all’espansionismo statunitense. Questa dottrina, che ha guidato la politica estera statunitense dal 1846 al 1933, dalla guerra per la conquista del territorio messicano alla Politica di Buon Vicinato di Roosevelt, viene ampliata fino ad inglobare non solo il Messico, i paesi caraibici, l’America centrale e il Canale di Panama, come prima, ma anche l’America del sud, zona finora considerata relativamente autonoma. Tutto ciò in relazione all’enorme sfida contro l’imperialismo statunitense rappresentata dall’ingresso della Cina nel sistema mondiale.

Trump continua sulla strada intrapresa da Obama di contenimento dell’integrazione latino-americana e della sua articolazione geopolitica mondiale. Ma lo fa in maniera molto più unilaterale e violenta. Rompe con il liberalismo globale, ristabilisce e intensifica la strategia dell’accerchiamento contro Cuba e cerca di far deragliare quella che definisce la Troica della Tirannia, che oltre a Cuba comprende il Venezuela e il Nicaragua. Impone nuove sanzioni economiche e nuove guerre ibride, e incita all’intervento militare contro il Venezuela facendo pressione sul Gruppo di Lima. Il suo obiettivo è il controllo delle immense risorse strategiche della regione al fine di dare un nuovo impulso all’industrializzazione degli Stati Uniti, minacciati dalla concorrenza internazionale. Il progetto prevede la deindustrializzazione dell’America Latina e la sua conversione alla produzione di prodotti alimentari e materie prime minerarie e agricole. La deindustrializzazione riguarda anche il settore petrolifero, al fine di trasformare gli Stati Uniti in una potenza industriale esportatrice di benzina e gasolio e importatrice di petrolio greggio. Si apre così la possibilità di un’enorme corsa alle risorse naturali dell’Amazzonia al fine dello sfruttamento minerario, zootecnico e agricolo. Di particolare interesse è l’area costituita dalla Reserva Nacional do Cobre e Associados (Renca), che si vorrebbe distruggere modificando i confini delle terre indigene e di altre riserve naturali che stanno al suo interno e che hanno un’estensione pari alla Danimarca.

Il governo Bolsonaro spinge dall’interno questa strategia e incontra qualche debole resistenza da parte dei settori industriali. Questi accettano la finanziarizzazione, o strategie di diversificazione produttiva più specifiche nei settori minerario e agroindustriale, ma respingono qualunque ipotesi di sviluppo più ampio che innalzi i livelli occupativi rafforzando le pressioni dei lavoratori che chiedono la ridistribuzione dell’eccedente. Si rinuncia allo sviluppo in nome del controllo politico sullo stato.

L’imperialismo unilaterale di Trump implica un cambio nelle relazioni con l’Unione Europea. Al contrario di Obama, Trump appoggia il Brexit e la politica di indebolimento dell’Unione Europea attuata da Boris Johnson. Considera l’Unione Europea sempre più un avversario e cerca di limitarne la penetrazione tanto nel mercato interno degli Stati Uniti quanto in quell’area da lui considerata dominio continentale degli Stati Uniti, recuperando così la dimensione imperialista della dottrina Monroe. Quando Mercosur e Unione Europea firmarono i termini di un accordo di libero scambio, Trump impose al Brasile l’apertura di un negoziato per giungere ad un trattato di libero scambio e fece fuori il segretario al commercio estero degli Stati Uniti, che non veniva in questo paese dal 2011, per avvisare del rischio di trappole che potevano rendere impossibile un futuro assieme agli Stati Uniti. Da allora, Bolsonaro ha aperto il fuoco contro l’accordo con l’Unione Europea scegliendo come bersaglio la Francia, la potenza europea più sensibile alle questioni ambientali.

Il giorno prima dell’arrivo di Wilbur Ross in Brasile, Bolsonaro ha dato la disdetta ad un incontro con il ministro degli esteri francese adducendo altri impegni, salvo poi farsi riprendere dal vivo mentre si tagliava i capelli, alla maniera di Hitler che si fece fotografare mentre si faceva tagliare i capelli in un salone di barberia. Ha incrociato le braccia durante la Giornata del Fuoco, organizzata per dimostrare l’appoggio alla sua politica sull’Amazzonia, ritardando i soccorsi a salvaguardia della foresta, delle riserve indigene e dei suoi abitanti. Ha accusato le Ong di essere dietro l’incendio, ha offeso la première dame francese, ha rifiutato l’aiuto dell’Unione Europea alla lotta contro gli incendi e per la riforestazione. Ha fatto il possibile per creare un incidente diplomatico irreversibile al fine di bloccare l’accordo, fingendo intanto un nazionalismo retorico e denunciando un presunto tentativo europeo e francese di internazionalizzare l’Amazzonia, dopo aver detto in campagna elettorale di non considerare più l’Amazzonia brasiliana. Ha infine annunciato la scrittura, assieme agli Stati Uniti, di un accordo risolutivo sull’Amazzonia, e l’intenzione di promuovere un documento che ripudi l’interventismo europeo.

Il comportamento di Bolsonaro non deve essere considerato improvvisato o folle; fa invece parte di una strategia deliberata e articolata che mira a compromettere il multilateralismo della politica estera brasiliana per sottomettere il paese all’imperialismo neocoloniale di Trump. Rappresenta una crociata ideologica volta ad imporre un governo che sia forte e repressivo a livello nazionale, debole e servile sul piano internazionale. La sua difesa del nazionalismo brasiliano si rivela patetica quando di fatto si comporta come un fantoccio di Trump che deve consegnare le nostre ricchezze e il controllo dell’Amazzonia al capitale statunitense. L’imprudenza di Macron, che ha svelato il desiderio di internazionalizzare l’Amazzonia nel caso il governo brasiliano non dovesse proteggerla, è servita da pretesto a Bolsonaro per sollevare una cortina di fumo attorno alle sue reali intenzioni. La minaccia imperialistica francese riguardo l’Amazzonia non rappresenta alcun pericolo per il Brasile. Non c’è alcuna probabilità che nella regione vengano impiegate forze francesi o europee contro la volontà e gli interessi degli Stati Uniti. D’altro canto, però, il nazionalismo non deve essere difeso come strumento per annullare i diritti dei lavoratori, promuovere l’ecocidio e la distruzione delle popolazioni indigene, distruggere la democrazia e minacciare i vicini governi socialisti. Per questa stessa ragione la Germania, con il vasto appoggio internazionale e di gran parte dei tedeschi oppressi dal fascismo, fu invasa dall’Urss alla fine della seconda guerra mondiale.

Bolsonaro esprime nel ventunesimo secolo, in forma accentuata, le formule dell’ala fascista che organizzò il golpe militare del grande capitale nel 1964, e che ebbe come rappresentanti principali i generali Artur da Costa e Silva e Silvio Frota. Alcune iniziative di Bolsonaro ricordano le direttrici di base di allora: subordinazione della politica estera all’allineamento ideologico voluto dall’estrema destra statunitense, avvicinamento al sionismo, drastico ritiro dello stato dall’economia, intervento diretto dei militari e dei settori repressivi nell’apparato dello stato e rifiuto della democrazia.

In Ideais Traídos, Sylvio Frota espone le sue tesi. Afferma la supremazia delle ragioni ideologiche sulle ragioni del commercio estero; rifiuta la politica estera del pragmatismo responsabile e ecumenico di Geisel; attacca la costituzione di relazioni diplomatiche con la Cina, affermando che il maoismo non è compatibile con la civiltà democratica (sic) e cristiana del Brasile, affermazione riecheggiata da Ernesto Araujo quando dice che il Brasile non deve vendere l’anima per esportare soia e minerali in Cina; si oppone al voto brasiliano contro il sionismo; denuncia l’allentamento del blocco imposto a Cuba; critica l’istituzione delle relazioni con l’Angola e il Mozambico. Accusa inoltre Geisel e Golbery di essere di centrodestra; aggredisce il capitalismo di stato, che considera precursore del comunismo; è contro la ridemocratizzazione e la libertà d’impresa; sostiene l’allineamento totale con gli Stati Uniti, che considera l’ultimo bastione della democrazia, tranne una parte della sua classe dirigenziale, come Jimmy Carter, accusato d’aver agito sotto l’influenza sovietica quando tentò di contenere il sionismo.

Uno degli aspetti della politica di sottomissione neocoloniale di Bolsonaro che già si comincia a vedere è la liquidazione delle riserve monetarie brasiliane per impedire che altre forze politiche in futuro possano servirsene per la crescita del paese e dell’integrazione latino-americana. Questo settembre la banca centrale, agli ordini di Roberto Campos Neto, vorrebbe vendere undici miliardi di dollari con il pretesto di mantenere stabile il valore del real nei confronti del dollaro. Se l’iniziativa dovesse diventare sistematica, potrebbe rafforzare la liquidazione degli attivi statali e minacciare i risparmi della classe media a favore della centralizzazione finanziaria presso le grandi banche internazionali.

Il piano, se dovesse andare avanti, finirebbe per cristallizzare il potere quasi assoluto di una borghesia compradora e parassitaria sull’apparato statale, borghesia che si servirebbe di tale potere per le proprie attività particolari, distruggendone la relativa autonomia e imponendole una gestione di tipo privato e familistico di tipo mafioso. Per giungere a ciò, cercherà di sostituire la scienza, l’apprendimento e la cultura con il fanatismo religioso e la cultura dello sterminio, fino a ridurre la classe lavoratrice alle condizioni di un sottoproletariato abbandonato a se stesso, una marmaglia di poveracci ignoranti, violenti e rancorosi, che, privi di diritti e di un minimo di coscienza anticapitalista, scenderebbero a condizioni di lavoro simili alla schiavitù, rendendo ancora più reale la metafora di un ritorno ad un Brasile coloniale.

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